IL RISVEGLIO DELLA SPERANZA
- Alberto Schiavone
- 21 apr 2025
- Tempo di lettura: 16 min

Cap. 10
Il cortile interno dell’orfanotrofio risuonava delle grida dei bambini. Aphrodia guardava in alto, verso la grande cupola che lo ricopriva. Oltre le spesse vetrate al piombo, nuvole di polveri e cenere si mescolavano spinte dal vento, disegnando gli arabeschi di una macabra danza che soffocava il cielo. Il sole si era arreso all’inverno nucleare, imprigionato in quella fitta coltre del colore dell’acciaio. Aphrodia si chiedeva se quei bambini l’avrebbero mai rivisto. Il senso di colpa le graffiava il cuore e le affaticava il respiro, dandole la nausea, e brividi di freddo le attraversavano le membra. “Che diritto avevo di causare tutto questo?”. Un conato la fece sussultare. Inspirò profondamente e ripensò alle parole diLeya. Non puoi cambiare il tuo passato, ma puoi decidere il futuro, quello che sarai d’ora in poi. Si concentrò sul ritmo della respirazione, chiudendo per un attimo gli occhi. La nausea allentòla morsa. Quelle parole erano diventate per lei una delle corde a cui aggrapparsi quando si sentiva scivolare nel precipizio oscuro della depressione. L’altra era il pensiero, costante, di Marin. Le mancava come l’aria. Riaprì le palpebre e spostò lo sguardo sul turbine colorato e urlante dei bambini, cercando il vestito rosso di Jaya. Proprio in quel momento, dalla cima di uno scivolo, la bambina si voltò verso di lei cercandola a sua volta. Gridò il suo nome agitando la piccola mano. Il freddo di colpo scomparve, e le labbra di Aphrodia si schiusero in un sorriso.
Quel mattino, quando lei e Leya erano arrivate nel refettorio per la colazione, insieme a Gabriel e a Jaya che le seguivano come ombre, erano state letteralmente circondate dai bambini e tempestate di domande. La loro presenza non era più un segreto e l’idea di avere come ospiti due militari incuriosiva ed eccitava i piccoli orfani, irrequieti al punto che la giovane suor Maribel faceva fatica a tenerli a bada. “Ci insegnate a fare a pugni?”. “Io voglio imparare a sparare!”. “Io a pilotare un’astronave!”. Kajla, una vivace frugoletta bionda di circa sei anni, le aveva invece osservate incredula con gli occhi sgranati. “Per me siete fate, non soldati. Siete troppo belle. E poi avete i capelli colorati. Viola e verde, proprio come le fate”. Aphrodia aveva sorriso, confusa da una dolcezza a cui non era abituata. Leya l’aveva presa in braccio, baciandole la fronte. “Grazie, tesoro. Nessuno mi aveva mai detto che sembro una fata, sai?”. Si era voltata verso Aphrodia alzando le sopracciglia, in una smorfia ironica. “È un bel passo avanti, direi. Nell’armata ci hanno sempre chiamate streghe… quando provavano ad essere gentili”. Poi si era rivolta a tutti i bambini, che continuavano a incalzarle con le loro richieste. “Ok, ok. Adesso sentitemi bene. È vero, io e Rose siamo militari”. Il vociare era cessato di colpo, mentre i piccoli l’ascoltavano attenti. “Io sono un colonnello, lei è un generale. E amiamo la disciplina. Quindi ora obbedite a suor Maribel e tutti seduti a fare colazione. Se farete i bravi, dopo le lezioni vi faremo allenare come veri soldati”. L’urlo di gioia l’aveva travolta e tutti erano corsi velocemente a sedersi, al contrario di suor Amélie che invece si era alzata di scatto, fulminandola con lo sguardo. “Colonnello! Ma cosa vi salta in mente? Qui non siamo…”. “Fidatevi di me, sorella. Faranno solo un po’ di ginnastica, divertendosi come matti. Stasera saranno esausti, e suor Carmen non dovrà faticare per convincerli a dormire. Vedrà…”. La direttrice era tornata a sedere, scuotendo la testa rassegnata.
Usando attrezzatura da palestra e del materiale trovato nel capanno del giardino, Leya e Aphrodia avevano lavorato per tutta la mattinata trasformando una parte dell’area giochi in una versione ridotta, adatta ai bambini, di un percorso a ostacoli tipico dell’addestramento militare. C’erano muretti in legno da scalare e scavalcare, reti e pali per arrampicarsi, corde tese a simularebarriere di filo spinato sotto cui strisciare, e delle barre sospese alle quali appendersi per attraversare un fosso. A completare il tracciato, uno slalom tra i coni e altri ostacoli da aggirare o saltare. Concentrarsi su quel lavoro aveva aiutato le due donne a scaricare la tensione, e ad allontanare per un po’ il pensiero cupo di ciò che presto avrebbero dovuto affrontare. L’eccitazione con cui ibambini avevano accolto la novità le aveva ripagate della fatica. Leya aveva spiegato l’ordine e il modo in cui affrontare il percorso e Aphrodia, con il cronometro in mano, aveva chiamato i piccoli a raccolta. “Compagnia, attenti! Ora dividetevi in plotoni. Quattro soldati per ciascun plotone. Bravi, così… Ogni plotone dovrà completare il percorso nel più breve tempo possibile. Avanti i primi! Via!”.
La gioiosa confusione che si era creata le aveva avvoltecompletamente, donando al loro animo una leggerezza che credevano dimenticata. Quando suor Carmen le aveva cercate, per invitarle a prendere il tè con le altre religiose, le aveva trovate distese nella sabbiera al centro dell’area giochi, intente a creare medaglie di cartoncino e stagnola che la piccola Kajla, seduta in mezzo a loro, completava annodandovi nastrini colorati.
La voce di Gabriel che le correva incontro strappò Aphrodia ai suoi pensieri. L’attenzione del bambino fu subito catturata dai fogli stesi davanti a lei sulla panchina. “Hai disegnato una mappa?”, chiese non nascondendo l’entusiasmo. “Facciamo la caccia al tesoro?”. “Calma, per oggi direi che basta così. Ma…”, aggiunse Aphrodia strizzandogli l’occhio, “la caccia al tesoro la stiamo preparando per i prossimi giorni. È ancora un segreto, mi raccomando. Non roviniamo la sorpresa ai tuoi compagni”. “Non dirò niente, giuro”, rispose Gab continuando ad osservareincuriosito la cartina. “E questi cosa sono?”, chiese indicando dei gruppi di cifre e lettere. “Sono coordinate geografiche. Indicano con precisione dove si trova un determinato luogo sulla superficie terrestre, e queste sono le coordinate esatte di questo istituto. Per la vostra caccia userete vere mappe”. “Wow! Anche la bussola?”. “Certo, anche la bussola”. Gab si guardò intorno circospetto, poi si avvicinò di più ad Aphrodia, abbassando la voce. “Anch’io ti dico un segreto. Questo convento è molto antico, e ha dei passaggi nascosti. Io li conosco tutti, anche se le suore non vogliono che ci andiamo. Però qualche volta li ho usati, per vincere a nascondino”. “Ah, furbacchione!”. La voce di Leya, giunta alle sue spalle, lo fece trasalire. Arrossì, lasciandosi scappare un sorriso sornione. “Quindi abbiamo qui un perfetto, piccolo ninja…”, disse Leya accovacciandosi davanti al bambino, che gonfiò orgoglioso il petto su cui era appuntata la sua medaglia. Il plotone da lui capitanato era stato il più veloce, nel percorso a ostacoli. “Noi non diciamo niente a suor Amélie, ma guai se ti troviamo a imbrogliare usando i passaggi segreti durante la caccia al tesoro. Ok?”. “Promesso!”. “Bene, ora raggiungi Jaya e gli altri, tra poco dovrete fare merenda”.
Non appena Gabriel corse via, l’espressione di Leya cambiò. Aphrodia intuì, e il suo cuore prese a martellare nel petto. “Hai sentito i tuoi compagni? Hanno notizie di Marin?”. “Sì, Marin sta bene”. Aphrodia sospirò di sollievo, portando le mani al volto. Si strofinò gli occhi e sbatté le palpebre per riprendersi, lasciando che il suo corpo ritrovasse la calma. Leya continuò. “Ma il segreto della scheda è in pericolo, Gattler ha iniziato a intuire qualcosa e noi non abbiamo più tanto tempo. Dobbiamo parlare con Hera. Vieni, torniamo in camera”.
****
Da una delle finestre che si affacciavano sul cortile, Oliver osservava in silenzio. Il suo sguardo seguì le due donne finché non scomparvero sotto il porticato. Chiuse e riaprì gli occhi, come per mettere a fuoco un’immagine dai contorni confusi. Aphrodia. Mal’immagine continuava a sdoppiarsi. La sua mente conservava la fotografia di un essere senza pietà, dell’inflessibile comandante di un’armata di conquistatori che non si era mai fatta scrupoli a uccidere e distruggere. Una donna con le mani imbrattate di sangue e il volto nascosto dalle lenti sfumate degli occhiali, che si sbarazzava dei nemici con la stessa noncuranza con cui avrebbe rimosso un granello di polvere dalle pieghe perfette della sua divisa.
Non era la donna nel cortile.
Quella nel cortile aveva addosso jeans sbiaditi e una magliettastropicciata. A sporcarle i vestiti e le mani, macchie di terra e granelli di sabbia. I lunghi capelli le ricadevano fluenti sulla schiena, liberi dalla costrizione del cappello, e non c’erano occhiali a schermarle il viso. Non si udivano i tacchi di migliaia di stivali battere all’unisono al suo comando, quando le truppe scattavano sull’attenti. C’erano piccoli piedi scalzi, capriole e medaglie in cartoncino. Un’altra Aphrodia, che Oliver non conosceva.
Era andato all’orfanotrofio per confidarsi con suor Amélie ecercare conforto nelle sue parole. Raita, per la prima volta da quando si conoscevano, lo aveva accompagnato e ora sedeva silenzioso e discreto nell’angolo più appartato dell’ufficio della direttrice. Avevano origini diverse e un credo diverso, ma in quel momento per Oliver così difficile non se l’era sentita di lasciarlo solo, e vincendo il timore di sembrare inopportuno gli aveva proposto di restargli accanto. Oliver aveva accettato, apprezzando la vicinanza dell’amico.
Davanti a quella finestra lo smarrimento di Oliver era aumentato, e vedeva vacillare le poche, fragili certezze su cui stava cercando di ricostruire la sua vita. Desiderava riabbracciare Marin, ma lapaura di perdere Jamie si agitava nelle profondità del suo cuore come un banco di pesci sul fondale torbido di un lago, sollevando sabbia che lo accecava. Voleva a tutti i costi la salvezza della Terra, ma non era pronto a considerare Aphrodia un’alleata. Si sentiva come un libro lasciato aperto su uno scrittoio, davanti a una finestra spalancata di colpo dal vento all’avvicinarsi di un temporale. Le pagine squadernate con violenza e i vetri che tremano.
“Quanti di questi bambini sono orfani proprio per colpa di quella donna? Jaya per prima. Vederla ora così, in mezzo a loro…”. Oliver si interruppe. Era per lui così inconcepibile quell’idea che anche il suo fiato sembrava incapace di uscire, e dare forma alle parole. “Capisco i tuoi sentimenti, Oliver”, rispose suor Amélie, “ma non pensare che Aphrodia non ne sia cosciente. La consapevolezza delle sue azioni, di ciò che ha fatto, sta emergendo giorno dopo giorno. Il senso di colpa la sta corrodendo dentro, ma con coraggio lo sta affrontando. Questo non cancella in alcun modo i suoi crimini, ma segna un passaggio per lei ad una nuova fase della sua vita. Ha fatto una scelta, e l’ha compiuta per amore. È un sentimento dalle sfaccettature infinite, che può essere rivolto verso Dio, verso chi o cosa amiamo, verso un ideale. In quella vastità di sfaccettature risiede la sua forza. Aprire il suo cuore a quel sentimento l’ha trasformata nella donna che stai vedendo qui, così diversa da quella che tutti noi abbiamo conosciuto in precedenza e abbiamo nella memoria. Io stessa ho avuto paura, quando la dottoressa Queenstein mi ha chiesto di dare rifugio a leie a Leya. Ma ho fiducia in Dio, che non fa mai nulla per caso. Questa è una delle sfide più grandi e difficili che Nostro Signore ci sta chiamando ad affrontare, una prova del fuoco per la nostra fede, per la nostra missione, per tutto ciò in cui crediamo”.
Anche la dottoressa Queenstein, pensò Oliver, aveva parlato di una sfida, usando parole simili. Fare ciò che mai avremmo immaginato, accanto a chi mai avremmo pensato di avere al nostro fianco.
“Se Dio ci ha fatto nuovamente incrociare il cammino di quella donna”, proseguì suor Amélie, “lo ha fatto per una ragione. E credo sia per ricordarci i suoi insegnamenti più grandi: l’amore e l’accoglienza. Anche verso chi è stato nemico. E l’amore chiama a sé altro amore”.
Oliver si era allontanato dalla finestra sedendosi sul divano, la schiena curva e i gomiti puntati sulle ginocchia. Le mani, incrociate sotto il mento, sostenevano la testa che gli doleva.
“Pensaci. Che cosa ha fatto Dio per amore dell’umanità, e per la sua salvezza? Ha mandato tra noi suo figlio. Un bambino. Chi, meglio di un bambino, può guardare negli occhi e nel cuore di qualcuno tirando fuori quanto di buono c’è in quel cuore? Forse è per questo motivo che ora Aphrodia e tutti noi siamo qui. Per imparare a guardare e sentire con occhi e cuore di bambino. I bambini non vivono nel passato. Sono presente. E futuro”.
La mente di Oliver frugò tra i ricordi. La missione in Himalaya, quando Marin aveva salvato Jaya. Gli avevano dato del pazzo, quando l’avevano visto uscire allo scoperto sotto l’attacco nemico con la bambina ferita fra le braccia, per correre e tornare sul Baldios. Ma quanto calore c’era, nei loro sorrisi, mentre l’avevano guardata addormentarsi in braccio a Jamie, dopo la battaglia…Sollevò il capo e gli occhi si mossero a cercare quelli di Raita, riconoscendovi i suoi stessi pensieri. Tornò con lo sguardo verso la religiosa.
“Jaya sapeva, ricordava perfettamente chi fosse Aphrodia”, continuò suor Amélie. “Ma ha visto anche la nuova donna che staemergendo e che noi adulti, ancora avvolti dalla nebbia dell’odio, fatichiamo ad accettare. E ha scelto di prenderla per mano. Ha scelto l’amore. Io ho assistito a quella scena e lo considero un privilegio, perché ho assistito ad un miracolo. È una forza potente, lo sguardo di un bambino. Aphrodia ha iniziato un cammino diverso ora, e lo ha affermato guardando Jaya negli occhi. Io le credo. E sono felice di averla accolta, perché questo mi ha restituito il senso della mia missione. Di fronte alle sue vittime più innocenti, lei sta trovando la forza di portare avanti la sua redenzione. E noi abbiamo imparato a guardare con gli stessi occhi di Jaya, scoprendo che c’è un germe di speranza anche in ciò che appariva irrimediabilmente perduto. E questo ci riporta al destino del nostro pianeta, e dell’umanità. Dove ci ha condottil’odio, lo vediamo là fuori”. Indicò la grande cupola trasparente. Oltre il vetro, l’oscurità di giorni senza sole e di notti senza luna. “Sta a noi decidere se proseguire il cammino verso l’abisso, o se scegliere la speranza e cambiare direzione”.
Suor Amélie si era seduta accanto a Oliver, osservandone di sottecchi la reazione alle sue parole. La mascella era ancora serrata e gli occhi erano tornati a fissare il vuoto davanti a sé, ma le dita avevano allentato la morsa, distendendosi lentamente insieme alle braccia. Anche Raita aveva dischiuso i pugni che inconsciamente aveva stretto nel momento in cui, come Oliver,aveva visto Aphrodia nel cortile.
Due leggeri colpi sulla porta li fecero sobbalzare. La direttrice si alzò per aprire a suor Carmen. “Scusatemi, torno subito”, disse prima di richiudere la porta dietro di sé.
Il silenzio si impossessò della stanza. Galleggiava allargandosinell’aria, come le spirali di fumo di una sigaretta lasciata a consumarsi sul posacenere. La voce bassa di Raita si levò a disperderlo. “Quante volte abbiamo pensato, o detto tra noi, che Marin era…”. Esitò. “Infantile?”. Oliver completò per lui la domanda, il tono amaro di chi ha paura di aver compreso troppo tardi. “Già… ti ricordi il modo in cui guardava il mare dalla finestra?”. “Lo sguardo di un bambino. Lui lo ha sempre conservato, nonostante tutto. Forse è per quello che ci sembrava così…”. Stavolta fu Oliver ad esitare. Quella parola che non riusciva a pronunciare.
Alieno.
Lo disse in un soffio. “Lo abbiamo accolto nella squadra, abbiamo creduto di aver vinto le nostre diffidenze, è nato un sentimento di amicizia e abbiamo combattuto questa guerra insieme, ma…”. Oliver si alzò, ritornando davanti alla finestra. Si girò verso Raita. “Ma l’abbiamo mai davvero considerato un amico? Uno di noi?”.Si voltò verso il muro, sferrando un pugno contro la parete. Un’ondata di dolore gli risalì su tutto il braccio, ma non gli importava. “No, non l’abbiamo fatto, maledizione! Quante volte non abbiamo compreso fino in fondo i suoi comportamenti… Era paura. Perché comprendere ci avrebbe messo di fronte a qualcosa che non volevamo affrontare, né accettare. Era già innamorato di Aphrodia. Lo era sempre stato. E non aveva mai perso la speranzache lei potesse cambiare e abbandonare Gattler”. “Soltanto una persona, alla fine, ha compreso e accettato tutto questo: la dottoressa Queenstein”, intervenne laconico Raita. “Ha compreso i sentimenti di Marin e forse, attraverso lo scanner encefalico, quelli di Aphrodia. E ha compreso anche l’altra verità, la più amara e beffarda. Il paradosso spazio temporale. Non c’era un altro pianeta. E non ci sono alieni, ma solo…”.
Umani.
Raita tacque, lasciando quel pensiero sospeso nell’aria. Ciò che lui e Oliver avevano visto dalla finestra aveva lasciato il segno anche su di lui. E non si trattava solo di Aphrodia, ora così diversa da quella che entrambi avrebbero voluto giustiziare con le loro stesse mani. Per un momento, Raita aveva spostato lo sguardo sulla donna che era con lei intuendo che fosse Leya, la leader dei dissidenti. Ne aveva notato il colore appariscente dei capelli, ma la sua attenzione era rimasta su Aphrodia. Fino all’attimo in cui, prima di mettersi a giocare con i bambini, quella donna si era sfilata il giubbotto della tuta militare, restando con un semplice top sportivo che aveva rivelato la figura del possente drago che si snodava, sinuoso, lungo la sua schiena. Le spire, ricoperte di scaglie dorate e nere, sembravano fluttuare ad ogni movimento del corpo, tra onde azzurre e argentee, e fiori di loto. Sulle spalle e sulle braccia, peonie rosse e una figura femminile che brandiva una spada. Raita in realtà, dalla finestra, non poteva distinguere molti particolari, ma non ne aveva bisogno. Sapeva che cosa stava guardando. Non era un tatuaggio qualsiasi. Era uno horimono (1). Un’opera d’arte indelebile, simbolo di memoria, tradizioni e storia che lo toccavano da vicino e che mai avrebbe immaginato di contemplare sul corpo di un’ufficiale dell’Armata Aldebaran.
Terra. S1. Nomi diversi. Ma appartenevano tutti ad un solo luogo.
Sentirono la porta riaprirsi, e la voce di suor Amélie nel corridoio. C’era qualcun altro con lei. Non era più la voce familiare di suor Carmen. Si scambiarono un’occhiata. Non ebbero bisogno di parole.
****
“Non penserai di presentarti al rifugio dell’Unione Mondiale vestita così, vero?”. Aphrodia guardò la sua immagine allo specchio allargando le braccia sconsolata, mentre Leya la osservava divertita. Aveva indossato gli stessi indumenti con cui era fuggita da S1. “I jeans e la maglietta si sono sporcati durante i giochi con i bambini, non ho altro e non voglio disturbare suor Carmen chiedendo altri vestiti. Quindi sì, verrò così. E piantala di ridere!”. Ma Leya non aveva intenzione di smettere. “Con i pantaloncini della squadra di basket del tuo fidanzato?”. Sgranò gli occhi e si afferrò il mento con una mano, imitando con una smorfia un atteggiamento pensieroso. “Che sarebbe… Uhm, fammi ricordare… La squadra di quell’Università frequentata dapacifisti che tu, fino a poco tempo fa, avresti voluto radere al suolo con le bombe?”. Aphrodia la guardò indispettita. “Ma chespiritosa!”. Sbuffò. “Comunque hai ragione, sarei ridicola. Pazienza, andrò da suor Carmen…”. Si avviò verso la porta, ma Leya la bloccò. “Ferma lì, non è necessario”, le disse mentre prendeva a frugare nella sua sacca. “Credo sia arrivata l’ora di…formalizzare il tuo cambiamento”. Sorrise. Non era più un sorriso di scherno. Le porse una tuta nera identica alla sua. “Questa farà tutt’altra impressione, non credi?”. Aphrodia restò senza parole, sorpresa da quel gesto. Allungò le mani per prenderla e sfiorò con le dita il simbolo della Resistenza Interna ricamato sul giubbotto, seguendone il contorno. I suoi occhi cercarono quelli di Leya. “Grazie”, mormorò, ancora incredula. “Forza, indossala!”, la spronò Leya.
Qualche minuto dopo, Aphrodia contemplava la sua figura snella e armoniosa avvolta da tessuto tecnico e pelle nera. Ripensò a quando aveva ordinato la pena di morte per chiunque fosse stato trovato in possesso di quella divisa. Rabbrividì e voltò le spalle allo specchio, mentre un nodo in gola le faceva tornare la nausea. “Mi chiedo come la prenderanno i tuoi compagni... Se il fatto che io ora indossi il simbolo della Resistenza sia per loro un insulto. Il male che ho fatto è stato troppo grande”. “Non posso essere certa della loro reazione”, confessò Leya. “Il dolore e la rabbia che provano sono profondi. Ma sono persone generose e sagge come lo era Karos, e credo che capiranno. La possibilità di salvare la Terra impedendo che si trasformi nell’inferno di S1 è qualcosa di troppo importante per tutti noi. Possiamo farcela solo insieme”. La prese per le spalle, facendola tornare a fronteggiare il suo riflesso. “I demoni del rimorso e del senso di colpa ti cammineranno a fianco per lungo tempo Rose, e le accuse ti perseguiteranno. Tusei una combattente determinata e forte, saprai come affrontare questa battaglia. Guardati. E ricorda che hai tutto l’amore di Marin, che per primo ha capito cosa si agitava nel profondo del tuo cuore. E di Jaya, a cui hai fatto una promessa. E ancora, ricorda che io sono dalla tua parte”. Aphrodia si spostò leggermente di lato, per accogliere nello specchio l’immagine di Leya accanto alla sua. “In fondo ci somigliamo, io e te, in tante cose. Entrambe abbiamo perso un fratello che amavamo alla follia…”. “E prima ancora un padre, cercandolo in altri uomini”, disse Leya. “Ma in questo sono stata più fortunata di te; tu sei caduta nelle mani di Gattler, io ho incontrato Karos”. “E abbiamo lottato per farci strada in un mondo che ha sempre tentato di respingerci, pagando con tanta sofferenza. Mi dispiace non averlo capito in passato, e non averti ascoltata. Forse molte cose sarebbero andate in modo diverso”. “Non ha più importanza, ormai. Siamo qui. Adesso. Con la stessa divisa, e gli stessi ideali. Facciamo vedere a tutti chi siamo, Rose. È ora di tornare ad essere streghe”.
Mentre raggiungevano l’ufficio di suor Amélie, Aphrodia e Leyaincrociarono suor Carmen che si era appena congedata.
La direttrice era ancora in corridoio, la mano sulla maniglia della porta semiaperta. Si era voltata al risuonare dei passi e delle voci. Vedendole entrambe in abbigliamento militare, una sottile inquietudine si insinuò nel suo cuore. Capì che la loro fugacetregua stava per finire. Sarebbero presto tornate ad impugnare le armi, seguendo il loro destino di guerriere. Si sentì di colpo più triste. Erano all’orfanotrofio solo da un paio di giorni; un tempo brevissimo, che però non le aveva impedito di affezionarsi profondamente a quelle donne così diverse da lei. Aver potuto offrire loro una piccola oasi di riposo e di pace, in quel mondo divorato dalle tenebre, mitigava un po’ della sua tristezza.
“Che cosa succede, ragazze?”, chiese scorgendo sui loro volti un’espressione preoccupata. “Dobbiamo parlare con la dottoressa Queenstein, sorella. È urgente”, spiegò Leya. La direttrice lanciò un’occhiata nervosa verso il suo ufficio. “Certo, la chiamo subito e le chiedo di venire il prima possibile. Vi prego però di attendere nell’altra stanza, perché…”. Si girò di scatto, mentre la porta si apriva lentamente e la maniglia scivolava via dalle sue dita. “Non ce n’è bisogno, sorella”. Oliver era comparso sulla soglia, seguito da Raita. “Possono venire alla base insieme a noi”.
Aphrodia avvertì uno spasmo allo stomaco, mentre l’aria le si bloccava in gola e il cuore accelerava i battiti. Le occhiate dei due uomini si fissarono su di lei. Lame affilate che la vivisezionavano. Fucili puntati. Aphrodia tenne la testa alta e non abbassò lo sguardo, fronteggiando quel fuoco di fila per un tempo che le parve interminabile. Leya le stava accanto, immobile. Non muoveva un muscolo. Anche il suo respiro sembrava fermo. Una pantera acquattata nell’erba alta, pronta a scattare alla prima minaccia. I suoi occhi non abbandonarono Oliver e Raita per un solo istante.
Oliver fece appello a tutto il suo autocontrollo, sforzandosi di mantenere una calma che non provava. Odio e rabbia soffiavanoancora nel suo animo, ma la tempesta che aveva dentro aveva già rallentato il suo moto. Sentì i muscoli cedere come se, dotati di volontà autonoma, avessero deciso da soli di essere stanchi di tutta quell’inquietudine. La tensione si sciolse, nei corpi e negli sguardi.
Inspirò profondamente. “Direi che fra noi le presentazioni sono superflue”, esordì in tono asciutto rivolgendosi ad Aphrodia che non trattenne un sorriso amaro. Si voltò verso Leya, allungando la mano a stringere la sua. “Sono Oliver Jack e lui è Raita Hokuto. Squadra Blue Fixer. Ma presumo che lo sappiate già”. “Colonnello Leya Levers Gozen”. Raita ebbe un sussulto, trattenendo la mano di Leya un istante in più del necessario. Lei capì. “Guido la Resistenza Interna dell’Armata Aldebaran, ma immagino che la dottoressa Queenstein vi abbia già raccontato tutto”. Rivolgendosi direttamente a Raita, continuò. “So cosa vi state chiedendo, Hokuto-san. È solo un vecchio errore. Quando io e mio fratello entrammo in accademia militare quel titolo, gozen,venne scambiato per un cognome e trascritto come tale nei registri. Rhaalf lo trovò divertente, e così non lo abbiamo fattocorreggere”. Quell’aneddoto e il sentirsi chiamare alla maniera giapponese strapparono un sorriso a Raita. La sua curiosità aumentò, ma non voleva urtare Oliver sembrando troppo amichevole. Si schiarì la voce, e con un gesto invitò le due donne a seguirli. “Venite, la macchina è nel garage interno del bunker”.
Suor Amélie restò ad osservare per qualche istante le quattro figure che si allontanavano verso le scale. Chiuse la porta dell’ufficio e si incamminò nella direzione opposta, accompagnata dal fruscio leggero della tonaca. Un sorriso le illuminò il volto,mentre la sua figura sottile svaniva nella penombra del corridoio.
(1) Lo horimono (“oggetto inciso”) è il tatuaggio decorativotradizionale giapponese. Spesso ricopre tutto il corpo, ma può anche essere limitato ad alcune parti. Viene realizzato da un maestro tatuatore, chiamato horishi, con l’antica tecnica del tebori. Si utilizza una bacchetta nella quale sono inseriti fasci di aghi chiamati hari. Gli hari vengono introdottiobliquamente nella pelle per pochi millimetri. È un metodo complicato che richiede estrema abilità, ed è uno dei più dolorosi. Lo horimono è considerato una forma di artigianatoe si diffuse fra le classi medie all’inizio del ‘700 in pienoperiodo Edo (1603-1868). Le immagini e i soggetti raffigurati nei tatuaggi sono tipici di quell’epoca e fanno parte della cultura e del folklore del Sol Levante. Lo horimono non deve essere confuso con l’irezumi (“inserire inchiostro”), altro termine utilizzato per definire il tatuaggio giapponese. Questo termine non è amato dai maestri tatuatori, ed è spesso considerato offensivo. Con questa parola infatti venivano chiamati i tatuaggi punitivi imposti a prigionieri e criminali, ed è tuttora usata per riferirsi ai tatuaggi dei membri della Yakuza, la mafia giapponese.




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