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IL RISVEGLIO DELLA SPERANZA Cap. 9

  • Immagine del redattore: Alberto Schiavone
    Alberto Schiavone
  • 16 feb 2025
  • Tempo di lettura: 19 min

IL RISVEGLIO DELLA SPERANZA

 

Cap. 9

 

 

 

Marin sollevò lo sguardo dal grosso volume di chimica nucleare, strofinandosi le palpebre. La luce fredda del neon sul soffitto lo infastidiva e gli impediva di concentrarsi. Posizionò la matita tra le pagine del libro perché non si richiudessero e si alzò a cercare l’interruttore, spegnendo il neon e accendendo la lampada da parete accanto alla porta; la piccola lampada da lettura, sul tavolo accanto al libro, era già accesa. Si sedette nuovamente, tentando di riportare l’attenzione su radiazioni, nucleosintesi e isotopi, ma senza successo.

Non riusciva a non pensare a quando era stato condotto in cella, a quella frazione di secondo quasi impercettibile in cui aveva incrociato lo sguardo dell’attendente di Gattler poco prima che uscisse, dopo avergli lasciato il vassoio con la cena. Era stato sicuramente lui a tracciare quei segni sulla superficie del budino. Marin aveva riconosciuto subito quel simbolo, perché lo aveva visto sulla tuta nera indossata da Leya. Era formato dal logo dell’Armata Aldebaran, simile ad una doppia vu rovesciata e allargata, a cui era stata sovrapposta, come ad attraversarlo o forse a spazzarlo via, un’impetuosa onda marina. Era il simbolo della Resistenza Interna.

Forse era quello l’uomo che Leya e i suoi compagni chiamavano Ghost, e che aveva avvertito dell’attacco imminente al rifugio su S1? Marin continuava a riflettere. Desiderava comunicare con lui, ma non voleva fare nulla che potesse comprometterne la copertura; doveva avere pazienza, anche se gli costava fatica. L’attendente per primo gli aveva già lanciato un messaggio, rivelandogli la propria appartenenza alla Resistenza in quel modo così inconsueto. Marin ora sapeva di non essere solo. Ed era sicuro che presto quell’uomo avrebbe trovato la maniera di comunicare ancora. Ma come? Si guardò intorno sconfortato: la cella era impenetrabile, presidiata da soldati armati, e nessuno poteva avvicinarsi se non autorizzato. Veniva aperta solo per farvi accedere gli addetti alle pulizie, sorvegliati durante il servizio affinché non lasciassero all’interno nulla di sospetto, mentre lui veniva temporaneamente spostato in una cella attigua. Inoltre, Marin sospettava che all’interno vi fossero videocamere nascoste. La porta blindata era dotata di uno sportello con grata di sicurezza, che veniva aperto per far passare i pasti o altri oggetti destinati al prigioniero. Poter parlare liberamente con qualcuno attraverso quell’apertura era impensabile; poteva utilizzarla solo per rivolgersi alle guardie. Lo aveva fatto proprio quella mattina quando gli avevano portato la colazione, chiedendo di poter avere qualcosa da leggere. Come immaginato, avevano risposto che avrebbero riferito ai loro superiori. Marin non era troppo ottimista, temeva di doversi accontentare di banali riviste di cruciverba come quelle già presenti in cella, ma poco meno di un’ora dopoaveva visto la grata aprirsi, e gli era stato consegnato un piccolo tablet. “È collegato unicamente alla rete interna della biblioteca, non illuderti di poterlo usare in altro modo”, lo aveva ammonito il soldato. “Ti darà accesso al catalogo e ai moduli di richiesta. Se verrà approvata, avrai i tuoi libri. Quelli in formato elettronico li riceverai in pochi minuti direttamente sul tablet, i cartacei ti saranno consegnati entro qualche ora”. “Accidenti, che lusso! Grazie tante, amico”. Il soldato aveva ignorato la sua velata ironia richiudendo la grata senza rispondere, ma Marin non se ne era curato; aveva già voltato le spalle alla porta, intento a scorrere la lista dei libri.

Nella società di S1 l’istruzione era considerata un valore primario e la formazione tecnica e scientifica, in particolare, ricopriva un ruolo fondamentale; anche nelle forze armate e nell’esercito, soprattutto tra i ranghi più alti, non erano rare le persone con un alto livello di istruzione. Ma l’Armata Aldebaran era una realtà diversa, una fazione dominata da una mentalità miope, militarista e guerrafondaia dove la scienza e il sapere erano subordinati all’unico scopo di accrescere il potere militare e il controllo sulla società. Una visione che Marin aveva sempre odiato e disprezzato.

Non lo aveva quindi sorpreso la mancanza, tra i titoli che si susseguivano sullo schermo del tablet, delle opere di intellettuali, filosofi e studiosi che erano stati vicini ai movimenti politici e d’opinione di stampo inclusivo e pacifista. In quel momento però la sua attenzione era rivolta ai testi e ai manuali scientifici, di cui la biblioteca dell’ammiraglia di Gattler era discretamente fornita. Aveva chiesto libri di fisica e chimica nucleare, i campi in cui erano specializzati sia lui che suo padre e che erano stati il cuore delle ricerche del professor Reigan.

Era sul punto di tuffarsi di nuovo tra le formule chimiche, quando il suo sguardo fu catturato dagli altri volumi, impilati in una nicchia nella parete di fronte. Aggrottò le sopracciglia, dubbioso. C’era qualcosa di anomalo. Al momento della consegna dei libriaveva subito cercato uno studio sul decadimento radioattivo, che aveva deciso di leggere per primo, lasciando gli altri volumi nella nicchia. Si alzò e si avvicinò per controllare meglio. E capì che cosa non gli tornava. Non se n’era accorto immediatamente, ma c’era un libro in più rispetto a quelli che aveva ordinato. Lo afferrò, osservandone la copertina. Era un romanzo. Lo conosceva. Narrava le avventure tragicomiche di un giovane astrofisico al suo primo viaggio inter-dimensionale di esplorazione dell’universo. Tra i giovani scienziati e gli studenti dell’Accademia delle Scienze era molto popolare. Chissà come ci era finito, in mezzo ai libri che gli erano stati portati. Poteva sembrare un banale errore nella consegna, ma l’istinto gli suggeriva che non si trattava di un caso.

Marin scorse velocemente le pagine fra le dita. Della trama conservava solo ricordi vaghi ma la sensazione di spensieratezzache quella lettura gli aveva donato, negli anni dello studio,riemerse intatta, strappandogli un sospiro di nostalgia. Un pezzo di carta scivolò fuori all’improvviso, cadendo sul pavimento. Si chinò istintivamente a raccoglierlo. Era un semplice fogliostrappato da un bloc-notes, piegato a metà; probabilmente era stato usato come segnalibro. O no? Un’idea iniziò a prendere forma nella sua mente. Rimise il foglio tra le pagine e lasciò il romanzo sul comodino accanto al letto, poi tornò a dedicarsi al volume di chimica nucleare. Continuò a leggere e ad annotare numeri e formule fino a quando sentì il rumore dei carrelli portavivande e delle grate di servizio delle celle che venivano aperte, segnalando l’arrivo della cena.

Più tardi, dopo aver riconsegnato il vassoio, si sdraiò sul letto e aprì il romanzo. Attese pazientemente l’ultimo cambio della guardia. Quando il rumore dei passi cadenzati dei soldati si allontanò fino a svanire e le luci vennero spente, nel corridoio scese il silenzio, interrotto solo dal ronzio sommessodell’impianto di condizionamento.

Marin spense la lampada e al buio, portando con sé il libro, percorse i pochi passi verso il bagno. Era ragionevolmente sicuro che lì non vi fossero telecamere. Accese i faretti dello specchio sopra il lavandino e cercò il foglio del notes tra le pagine. Lo avvicinò alle lampade, esponendolo al calore. Sentì il polso accelerare, e le labbra si schiusero in un sorriso mentre guardavala carta riempirsi di caratteri azzurri. “Cloruro di cobalto esaidrato! Questa sì che è bella! Prima le comunicazioni tramite vecchie radio, e ora l’inchiostro a scomparsa… A quanto pare, nella Resistenza hanno un gusto particolare per i metodi da spionaggio d’altri tempi”.

Utilizzata come inchiostro, una soluzione a base di cloruro di cobalto aveva la peculiarità di essere invisibile su una cartaleggermente colorata, come quella beige che Marin teneva tra le mani. Solo l’esposizione al calore portava alla luce i segni, che sarebbero nuovamente scomparsi una volta lasciato raffreddare il foglio in un’atmosfera umida. Era un trucco usato da spie e cospiratori nei secoli passati e ormai sconosciuto ai più, ma diestrema efficacia e affidabilità se sapientemente utilizzato. E le sorprese non erano finite. Marin si sedette sul pavimento, gli occhi fissi sulla grafia minuta e ordinata. Sul lato destro del foglio c’erano gruppi di lettere, senza alcun senso logico apparente. Un messaggio in codice. A sinistra dei numeri, e le istruzioni su come utilizzarli. La chiave. La analizzò, e la sua mente si ritrovò di colpo proiettata in un tempo lontano, tra le pieghe remote della storia, quando la crittografia computerizzata non esisteva e le migliori menti matematiche si ingegnavano a creare codici sicuri e il più possibile indecifrabili, spesso usati per i messaggi radio durante le guerre, nel timore delle intercettazioni nemiche. Capì di avere di fronte una variante semplificata del metodo della griglia. Le griglie erano piccoli fogli raggruppati in blocchetti, contenenti gruppi di cifre o lettere casuali, e costituivano la base per criptarele comunicazioni. Mittente e ricevente possedevano chiave e blocchetti identici, e ogni pagina veniva usata una sola volta, per cifrare o decifrare un solo messaggio, e poi distrutta. L’impiego dicifrari monouso rendeva il codice assolutamente inviolabile, se non si era in possesso della chiave. Persino con un moderno computer sarebbe stato impossibile decodificarlo.

La mano di Marin si allungò a cercare il romanzo. Era quella la sua griglia. Tenere in cella un blocchetto con un cifrario sarebbe stato rischioso, quel libro non avrebbe destato alcun sospetto. Seguì la chiave, semplice ma ingegnosa al tempo stesso: se avesse voluto cifrare un messaggio, per ottenere il numero della pagina da utilizzare doveva partire dalla data, sommando le due cifre del giorno alle ultime due dell’anno. Il numero corrispondente al mese indicava la lettera dell’alfabeto da saltare. Era giugno, sesto mese dell’anno; avrebbe saltato ogni sesta lettera. Quindi, una volta individuato il numero della pagina, partendo dalla prima riga avrebbe cercato la lettera di cui aveva bisogno saltando ogni sesta lettera, e l’avrebbe poi sostituita con la lettera dell’alfabeto corrispondente al numero della posizione occupata nella riga.

Aprì il romanzo ad una pagina a caso per fare una prova, ipotizzando di dover criptare il suo nome. Cercò la M. Saltando ogni sesta lettera, era l’undicesima della riga. Sarebbe stata allora rappresentata dalla K, l’undicesima lettera dell’alfabeto. Poi cercò la A, che era la quarta. Divenne una D. E via così con tutte le lettere. Per decifrare, invece, avrebbe dovuto fare il ragionamento contrario. Si voltò verso lo sgabello accanto al box doccia, su cui erano posate delle parole crociate e una matita. La prese e iniziò a decrittare il messaggio sulla destra del foglio.

Dopo pochi minuti strappò il foglio lungo la piega centrale e tennela parte con la chiave. Accartocciò l’altra metà e la gettò nel WC, tirando lo sciacquone. Aprì il getto della doccia e attese che l’umidità riempisse l’ambiente, facendo scomparire i caratteri sulla carta. Quando fu soddisfatto del risultato arrotolò il foglietto e lo nascose, infilandolo nella coulisse dei cargo. Uscì dal bagno e tornò a letto. L’indomani avrebbe mandato a Ghost un messaggio di conferma, seguendo le sue istruzioni, all’interno di un libro che avrebbe restituito alla biblioteca. Adesso sapeva di avere un pennarello modificato con inchiostro invisibile, tra quelli nel cassetto del tavolo.

“Sono pronto, amico”, sussurrò. Si girò, sistemò il cuscino e si abbandonò al sonno.

 

****

 

Jamie era sdraiata sul letto, un braccio piegato dietro la testa con la mano a reggere la nuca. Fissava un punto indistinto sul soffitto, mentre le dita dell’altra mano tormentavano una ciocca di capelli con movimenti nervosi e inquieti.

La notizia che Marin era ancora vivo aveva risvegliato in lei emozioni che giacevano sopite, e riaperto una ferita dolorosa. Lo aveva amato di un amore intenso e travolgente, con l’impeto di quegli amori adolescenziali che cancellano ogni barlume di razionalità. La prima volta che l’aveva visto era rimasta colpita dalla sua bellezza: i capelli neri lunghi e morbidi, il viso dai lineamenti regolari, il fisico scultoreo. Ma erano stati soprattutto gli occhi a catturare il cuore di Jamie e a non lasciarle scampo. Occhi incapaci di nascondere i sentimenti. Azzurri e luminosi come il cielo d’estate quando erano pieni di gioia; ombrosi e scuri non appena emergevano i tormenti dell’animo, quando l’azzurro trascolorava nel blu profondo dell’oceano in una notte senza luna. Marin così generoso, dolce. Spesso ingenuo e impulsivo, ma allo stesso tempo capace di una maturità sorprendente per la sua giovane età.

Se ne era innamorata all’istante. Ma l’incantesimo che l’aveva travolta si era presto scontrato con una realtà che Jamie si ostinava a non accettare: lui non ricambiava il suo amore. Jamie non ne comprendeva il motivo e questo l’aveva fatta soffrire. Di giorno sembrava la stessa ragazza di sempre, solare e allegra, ma le notti erano fatte di dolore inguaribile, di lacrime e di tristezza. Notti passate a chiedersi che cosa avesse di sbagliato. Singhiozzi che laceravano i polmoni fino a lasciarli senz’aria, cuscini presi a pugni per sfogare la rabbia, per poi dimenticare tutto il giorno dopo e cercare inutilmente un nuovo modo di sedurlo. Esserci sempre, per lui. Capirlo, sentire quello che provava prima ancora che lui stesso se ne rendesse conto, illudersi di divenire indispensabile e asciugare le sue lacrime. E poi c’erano le giornate fatte di silenzi e di capricci, per attirare la sua attenzione. Una volta aveva persino rischiato di mandare a monte una missione, per le sue stupide ripicche. “Dio, quanto sono stata infantile!”, pensò. Gli aveva dato tutta sé stessa, ma non era bastato. Per lui sarebbe stata sempre e solo un’amica, o una sorella.

Lentamente, un sospetto aveva iniziato a scavarsi la strada nel suo animo, e il volto di un’altra donna si era delineato sempre più nitido. Mille volte Jamie aveva provato a ripetersi che non poteva essere. No, non lei! Davvero Marin era innamorato di quella donna? Di Aphrodia, la sua nemica, l’unica che mai avrebbe dovuto amare? Quando la verità si era infine rivelata, beffarda e crudele, era stato come ricevere una coltellata. Per lei Marin aveva lasciato la base, i Blue Fixer, la Terra. Per un amore che nessuno avrebbe mai potuto accettare. Era lei che aveva stretto fra le braccia, che aveva baciato. Con lei aveva fatto l’amore.

Jamie ripensò a quanto ardentemente aveva sognato un suo bacio, a quanto avrebbe voluto risvegliarsi accanto a lui dopo una notte d’amore. Le lacrime le bagnarono il viso, e si abbandonò a quel rimpianto che stava inondando una parte del suo cuore. Quella parte che, sapeva, sarebbe appartenuta a Marin per sempre. Ma il dolore lancinante che in passato aveva accompagnato quei pensieri era ormai spento. Restava una lieve malinconia, e il tepore di ricordi che non l’avrebbero abbandonata.

Era arrivato il momento per lei di lasciar andare quell’amore. C’era una Jamie più adulta e forte che da tempo reclamava spazio, e che stava prendendo il posto della ragazzina che era stata. E il merito di questa crescita interiore così intensa era di Oliver. L’aveva sempre amata, aveva atteso paziente il momento giusto per confessarle i suoi sentimenti e in breve tempo l’aveva conquistata completamente. Si era rivelato un compagno rassicurante, dolce e protettivo, e un amante premuroso e appassionato. Aveva trasformato il fuoco fatuo della sua adolescenza in una fiamma alimentata dalla fiducia, da sentimenti profondi e dal vivo desiderio di costruire un futuro insieme.

Oliver le aveva insegnato un amore nuovo, a cui Jamie non avrebbe mai rinunciato.

“Ti ho amato da morire, Marin, e quel sentimento resterà nel mio cuore per sempre. Adesso però non sono più la ragazzina egoista e immatura che hai conosciuto. Ho capito che quando si ama davvero qualcuno, non si può volere altro che il suo bene e la sua felicità. Se hai scelto di vivere la tua vita con Aphrodia, io lo accetterò”.

Era sicura che a Oliver non fosse sfuggito il suo turbamento, e sapeva già quello che lui avrebbe pensato. Non voleva farlo soffrire, ma allo stesso tempo era fermamente decisa ad aiutare la dottoressa Queenstein; esisteva una speranza di salvezza per la Terra, e tutti loro erano in debito verso Marin per averli aiutati combattendo contro la sua stessa gente. Dovevano salvarlo. Quanto ad Aphrodia, proprio Jamie era stata testimone del cambiamento che era avvenuto in lei, quando aveva fornito ai suoi generali le coordinate errate della base Blue Fixer, impedendone così la distruzione. Alla luce di quanto era avvenuto dopo, e di ciò che aveva raccontato la dottoressa Queenstein, avrebbero potuto ragionevolmente fidarsi di lei. Anche se questo non mitigava l’odio e il disprezzo che Jamie continuava a provare per quella donna.

Si alzò dal letto e si avvicinò allo specchio accanto all’armadio, osservando il viso pallido e umido, e gli occhi arrossati. Con il dorso delle mani asciugò le lacrime in un gesto deciso; entrò in bagno, aprì il rubinetto e si sciacquò la faccia. Restò per qualche minuto con il capo chino sul lavandino, i pensieri chegocciolavano via dalla sua mente come l’acqua dal suo viso. Allungò la mano ad afferrare l’asciugamano e vi affondò il volto. Si guardò nuovamente allo specchio e diede una vigorosa spazzolata ai capelli.

Presto ci sarebbero stati gli incontri urgenti che la dottoressa Queenstein aveva convocato; quello interno, del personale del progetto Blue Fixer, e quello con i vertici dell’Unione Mondiale. Come prima assistente della scienziata, sarebbe stata al suo fianco. Lasciò la stanza, richiudendosi la porta alle spalle.

 

****

 

“Cosa? Sei sicuro? Passo”. La mano di Leya strinse il trasmettitore della radio così forte da far sbiancare le nocche. “Purtroppo sì, bambola”. Sentì un brivido gelido lungo la spina dorsale.

La voce di Amos aveva risposto alla chiamata con il solito tono allegro e scanzonato. Era felice di saperla sana e salva dopo l’attacco su S1. Leya gli aveva raccontato cosa era successo, e Amos l’aveva rassicurata sulle condizioni di Marin. Avevanosaputo da Ghost che stava bene. Ma poi il tono di Amos era cambiato. C’era un’altra informazione, che Ghost aveva aggiunto.

“A quanto pare avremo presto ospiti sgraditi, quaggiù. Gattler e Marbas hanno capito che sei stata tu a salvare Aphrodia, non ne comprendono il motivo e sanno che Reigan non parlerebbe mai.Ma quello che non capisco è perché adesso gli interessi così tanto Karos, al punto da tornare qui a cercare i suoi dossier. Tu hai qualche idea? Passo”. Leya chiuse gli occhi. Marbas…. Era lui dunque il nuovo Gran Comandante. E anche il responsabile della morte di suo fratello, ne era certa. Infìdo e traditore, con un’ambizione smisurata. L’inquietudine di Leya cresceva, ma la sua mente stava già valutando le possibili strategie. L’intervento inaspettato della Resistenza aveva impedito a Gattler di compiere la sua vendetta e riportato la sua attenzione sui ribelli. Prima di fare una nuova mossa, avrebbe cercato di scoprire i motivi del loro coinvolgimento. Era ancora all’oscuro del segreto della scheda dati, ben lontano dall’intuire quale fosse la vera posta in gioco, ma stava iniziando a sospettare qualcosa e loro non potevano rischiare. Leya immaginava la sua furia. Era una bestia feroce che era stata ferita e messa all’angolo, pericolosa e pronta a scattare.Avrebbero dovuto agire prima del previsto.

“Sì, Amos. E dobbiamo impedire ad ogni costo che se ne impadroniscano. Vi raggiungerò presto sulla Argor. Reika come sta? Avete armi lì con voi? Passo”. Per un breve momento che a Leya sembrò infinito, dalla radio non arrivò risposta. Poi udì nuovamente la voce di Amos. “Leya, abbiamo bisogno di sapere, ti prego. Quando eri su S1, prima che le squadre speciali vi piombassero addosso, hai detto che avevate scoperto qualcosa. Ha a che fare con Karos? Forse lui è… ancora vivo? Passo”. Leya sospirò. Capiva lo smarrimento dei suoi compagni. Erano isolatisu quel che restava della fortezza, in condizioni difficili, sfiniti e affranti. Le comunicazioni radio gli avevano rivelato l’inizio di un nuovo conflitto, e sentivano il bisogno di sapere se ci fosse ancorauna causa per cui combattere.

“Purtroppo Karos è morto, ragazzi, e lo so con certezza. Ma qualcuno ha raccolto le sue ultime parole, scoprendo che… i suoi sogni possono ancora realizzarsi. Non posso dire di più, questa frequenza è criptata ma è meglio essere prudenti. Passo”. “I…sogni di Karos?”. Era la voce, rotta dall’emozione e dalle lacrime,di Naizar, il più giovane del gruppo. Leya avvertì un nodo in gola ma si trattenne, seppur a fatica. Doveva essere forte anche per loro. Li immaginava mentre si scambiavano sguardi interrogativi, sui loro volti la tristezza accanto allo stupore. Poi fu la voce di Reika a continuare. “Le speranze di rivederlo vivo erano vane, lo sapevamo tutti, ma… erano pur sempre speranze. E ora fa tanto male sapere che lui non c’è più. I suoi sogni però non ci lasceranno mai e… adesso ci stai dicendo che…”. Un attimo di esitazione, che scomparve quando riprese a parlare. “Non so in che modo quei sogni possano essere realizzati, ma se davvero è così non vediamo l’ora di dare man forte! Io adesso sto molto meglio, abbiamo armi e possiamo procurarcene altre. E abbiamo anche qualche mezzo per poterci muovere all’interno della fortezza. Passo”. Leya avvertì un’ondata di speranza, a mitigare l’angoscia. Aveva ancora la sua squadra. “Bene, avanti così,ragazzi! Ci vedremo molto presto. Passo”. “Metteremo anche questo sul conto di Gattler”. Era ancora Amos. “A proposito, visto che sappiamo già dove si dirigeranno i nostri ospiti, noi nell’attesainizieremo a esplorare il campo e ad allestire un bel party di benvenuto. Che ne dici? Passo”. “Mi hai letto nel pensiero Amos, come sempre. Ma fate molta attenzione, vi prego… Passo”. “Ti aspettiamo con ansia, bambola! Passo e chiudo”.

 

Ancora increduli, i compagni di Leya lasciarono la piccola sala radio per spostarsi nel locale che avevano riadattato a cucina.

Bloccati all’interno del gigantesco relitto della Argor, avevano trovato rifugio nelle officine di riparazione mezzi. Con il passare dei giorni e mentre Reika, ferita, si riprendeva, avevano perlustrato i ponti superiori e altre aree alla ricerca di cibo, abiti, armi e di tutto ciò che potesse aiutarli a sopravvivere il più a lungo possibile. Quando erano riusciti a riparare le attrezzature radio, che gli avrebbero consentito di chiedere aiuto ad altre cellule della Resistenza superstiti, era arrivata la comunicazione di Ghost. E gli eventi avevano preso una piega inaspettata.

“Io non ho mai creduto ai miracoli”, confessò Tara mentre apriva un paio di confezioni di biscotti, passandoli agli altri, “ma se davvero si riferiva a quello che penso, qui c’è in ballo quanto di più simile possa esserci. Solo, mi chiedo come sia possibile… Non vedo l’ora che Leya sia qui e ci racconti tutto”. “Anch’io. È la prima volta che la sento così preoccupata”, rispose Liam mentre si lasciava cadere su una vecchia poltrona, allungando le gambe su uno pneumatico usandolo come improbabile pouf. “Però un mezzo miracolo è già avvenuto”, continuò voltandosi verso Taracon un sorriso sarcastico, indicando Amos con un cenno del capo. “Amos l’ha chiamata per ben due volte bambola e lei non l’hamandato a quel paese”. L’ironia dell’amico strappò un sorriso a Naizar, che si asciugò le lacrime che ancora gli rigavano il viso. Orfano di padre fin da bambino, in Karos aveva trovato la figura paterna che gli era sempre mancata. Reika gli si avvicinò abbracciandolo. Amos gli accarezzò affettuosamente la testa scompigliandogli i ricci scuri, poi si chinò su una cassetta in cui erano allineate delle bottiglie di vino, che avevano rinvenutomiracolosamente intatte quando si erano avventurati in una delle cambuse della fortezza, alla ricerca di viveri. Ne scelse una e la aprì, tirando il tappo addosso a Liam. “Faccio finta di non averti sentito…”. Risero entrambi, e Amos versò il vino nei bicchieri di plastica che Tara gli porgeva. Quando alzò il bicchiere, in silenzio, gli altri erano già di fronte a lui. “A Karos! Ai suoi sogni, che sono anche i nostri! E ad una nuova battaglia per realizzarli!”. “A Karos!”, risposero all’unisono i compagni.

Pochi minuti dopo Amos, Tara e Liam lasciarono le officine a bordo di due potenti quad. Naizar, ancora scosso, restò al rifugio con Reika.

 

Lo scontro con la base Blue Fixer e il naufragio nell’oceano avevano gravemente danneggiato la Argor. L’astronave, orgoglio dell’Armata Aldebaran e utopica arca destinata a traghettare il popolo di S1 verso un nuovo pianeta, giaceva adagiata sul fondale. La parte emersa si ergeva sulle acque come un’oscura isola fantasma, sferzata dai forti venti, dalle piogge e dalle mareggiate di un clima impazzito dopo lo scioglimento dei poli. Incendi, esplosioni e allagamenti ne avevano devastato la struttura. Non erano molti i ponti e i settori che erano stati risparmiati e riuscire a spostarsi, all’interno di quella nave vasta come una città, rappresentava per il gruppo di ribelli un’ardua sfida. La Argor era dotata di un articolato sistema di trasporto interno, per consentire gli spostamenti di personale militare e civile, armamenti e merci. Il cardine di questo apparato era costituito dai mezzi a levitazione elettromagnetica, che potevano muoversi lungo una rete di corridoi e gallerie che univa tutti i settori della fortezza, e da un sistema secondario di nastri trasportatori interno ad ogni settore o ponte, oltre che da ascensori e montacarichi. Ma la mancanza di elettricità, i crolli e la distruzione di vaste aree dell’astronave avevano reso l’intero sistema ormai inutilizzabile. Rifugiarsi nelle officine aveva rappresentato per Amos e gli altri una fortuna inaspettata. Lì avevano trovato generatori di corrente ancora funzionanti, batterie, carburante e soprattutto alcuni mezzi tradizionali e da ricognizione terrestre, tra cui i quad.

 

“Qualunque cosa avesse Karos con sé, sarà dentro la cassaforte del Tribunale Militare. Ed è lì che andranno Marbas e i suoi. Nessuno di loro immagina che noi siamo ancora qui. Non so come Leya abbia intenzione di muoversi, ma possiamo arrivare a quegli oggetti prima di loro”. “Sì, ma c’è un ostacolo non da poco, Amos, ed è il fatto che quella cassaforte è praticamente inviolabile”, replicò Tara affiancando il suo quad a quello del compagno per farsi sentire meglio, alzando la voce per sovrastare il rumore dei motori. “Come sai, all’interno della sede degli Alti Comandi e dello Stato Maggiore ce ne sono tre di quel tipo. Una è del tribunale, le altre contengono i documenti top secret del Gran Consiglio. In condizioni normali, per aprirle servono un codice digitale e il riconoscimento biometrico. In caso di mancanza di elettricità, come ora, esiste un sistema di apertura meccanico, ma ha una serratura a cinque dischi coassiali”. “Il che significa milioni di possibili combinazioni”, intervenne Liam, seduto dietro Tara. “Solo i generali del Gran Consiglio sono in possesso dei codici. L’unica cassaforte che può essere aperta da un maggior numero di persone è quella del tribunale, poiché vi hanno accesso tutti i giudici e i loro delegati, ma questo non cambia la sostanza. Nessuno di noi possiede i codici”. Amos frenò di colpo, facendo slittare i grossi pneumatici. “Che ti prende?”, chiese Tara allarmata, fermando a sua volta il quad. “Aphrodia! Lei li ha!”, le rispose Amos sgranando gli occhi. “Come comandante supremo dell’armata, ne è in possesso. Sarà lei ad aprirla, verrà qui con Leya!”. “Diavolo, non ci avevo pensato. Ancora non riesco a immaginare che ora quella donna sia dalla nostra parte. Mi sembra un’eresia persino dirla, una cosa del genere. Dopo tutti i compagni che ha fatto ammazzare!”. “Ti capisco Tara”, convenne Liam. “Anch’io mi sento come te. Avrei preferito non avere niente a che fare con lei, ma saremmo disonesti se non ammettessimo che con il tempo aveva decisamente ammorbidito il suo atteggiamento nei confronti della Resistenza. Era cambiata, e molto. Al punto diessere destituita, per questo”. “Non solo!”, aggiunse Amos. “Al punto di sparare a Gattler e fuggire con Marin Reigan! Ghost ce lo ha confermato, non dimenticatelo. E poi… se Leya si fida di lei, allora voglio fidarmi anch’io”. “Se ci riesci tu, Amos, dopo tutto quello che è successo, allora possiamo fare lo sforzo anche noi”, sorrise con amarezza Tara. Poi, mentre riprendevano il loro percorso attraverso i corridoi invasi da fango e detriti in direzione del blocco est, dove si trovavano gli Alti Comandi, continuò: “Tornando alla cassaforte, e all’allontanamento di Aphrodia, ora che mi ci fai pensare… siamo sicuri che quei codici non siano stati resettati e cambiati?”. “In teoria avrebbero dovuto, sì, come da procedura in caso di avvicendamento al comando”, spiegò Liam, “ma nella pratica non credo che sia avvenuto. Neglos ha preso il potere per un tempo troppo breve, e nel momento peggiore del conflitto. Dubito che quelle casseforti fossero il suo pensiero principale. Quanto a Marbas, la sua nomina è avvenuta dopo l’abbandono della Argor. E nelle condizioni in cui si trova adesso la nostra bagnarola, l’accesso da remoto è impossibile”.

Amos ascoltava con attenzione i compagni, guardandosi intorno mentre i quad si facevano faticosamente strada tra i mucchi di macerie che ne rallentavano la marcia, evitando le improvvisevoragini che si aprivano nella pavimentazione. Erano stati più volte costretti a cambiare percorso; diversi corridoi erano bloccati da crolli o da allagamenti, e alcune zone erano immense distese di cadaveri, dove tenere gli occhi aperti era impossibile per l’orrore, e il fetore era insopportabile.

“Ok, ci siamo finalmente”, annunciò Tara spegnendo il motore. Lasciarono le moto accanto alle scale e salirono ai ponti superiori, fino a raggiungere quello che cercavano. Due targhe dorate, ancora intatte, indicavano l’ingresso alla sede degli Alti Comandi dell’Armata e al Tribunale Militare. Le pesanti porte in legno erano aperte e parzialmente scardinate, e l’atrio centrale invaso da armadi rovesciati, sedie e suppellettili. Alla luce delle torce elettriche il gruppo svoltò nel corridoio a sinistra, proseguendo e superando le aule e le cancellerie fino all’ufficio del Giudice Generale, l’autorità più alta del sistema giudiziario dell’armata. In un angolo dell’ampia stanza, fra legni pregiati e tappeti coperti da centinaia di faldoni caduti da librerie e scaffali, videro infine la cassaforte. Liam e Tara si affrettarono a controllare le serrature. “Come immaginavo, la tastiera per il codice elettronico e il lettore delle impronte digitali sono inattivi. Servirà la combinazione per la serratura meccanica”. All’improvviso, Liam sferrò un pugno contro il pesante metallo del grosso forziere. “Merda! Mi sento così impotente! Quei maledetti potrebbero essere qui da un momento all’altro… e noi non possiamo fare nulla! Non possiamo aprirla, e nemmeno portarla via”. “E come potremmo mai fare? Grossa e pesante com’è…”, osservò Tara. “E poi le officine sono troppo lontane, come diavolo la faresti arrivare fin laggiù? Hai visto in che condizioni sono i corridoi e le gallerie interne? Alcune aree sono talmente pericolanti che quel peso non…”. Si interruppe all’improvviso, guardandosi intorno. “Ma dov’è finito Amos?”. Uscirono dall’ufficio in cerca del compagno, chiamandolo più volte ma senza ricevere risposta. “Accidenti a lui, ma dove si è cacciato…”. “Sarà uno dei suoi soliti scherzi?”. “Stavolta lo strozzo, giuro”. Erano ritornati indietro, uscendo dalla sede del tribunale e ritrovandosi nell’atrio, quando lo sentirono fischiettare. Si voltarono e lo videro sbucare dal lato opposto, dal corridoio destro che portava agli uffici dello Stato Maggiore. “Si può sapere dove te ne sei andato, e cosa ti rende tanto allegro?”, lo punzecchiò Liam. “Ve lo spiego subito. Venite con me”, rispose con un sorriso complice, facendo segno agli amici di seguirlo.

 

Pochi minuti dopo erano nella sala del Gran Consiglio. “Allora? Che ne pensate?”. Tara annuì sospirando e prese la ricetrasmittente dalla tasca esterna dello zaino. “Avviso Reika e Naizar che ne avremo fino a stasera”. Liam sbuffò, poi intrecciò le dita e le distese, facendole scrocchiare. “Forza, diamoci da fare”.



 
 
 

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