IL RISVEGLIO DELLA SPERANZA Cap. 8
- Alberto Schiavone
- 4 dic 2024
- Tempo di lettura: 17 min

L’eco dell’ultimo rintocco di campana era svanito e il silenzio aveva di nuovo avvolto la stanza. Aphrodia teneva gli occhi fissi sulla lama a pochi centimetri dal suo viso. “Perché? Cosa ti è preso?”, mormorò spaventata alzando lo sguardo ad incontrare quello gelido di Leya.
“Tranquilla principessa, non voglio rovinare il tuo bel faccino. Questo non mi serve”. Con un movimento fulmineo del braccio,Leya lanciò via lo shuriken. La stella d’acciaio roteò nell’aria, conficcandosi con un tonfo sordo nel legno della porta. “Mi bastano le mani. Vuoi sapere cosa mi è preso?”. Afferrò Aphrodiaper la camicia, costringendola ad alzarsi. “Voglio solo chiarire qualche punto in sospeso…”. Iniziò a sferrarle un pugno dopo l’altro senza darle modo di reagire. “Uno è per mio fratello, che ti amava e ha cercato di farti capire in ogni modo che razza di farabutto fosse Gattler! E gli altri, per tutti i compagni della Resistenza che hai fatto ammazzare! Sono tanti…”. Continuò a colpirla con furia. “E poi ancora per Karos, che ha sempre combattuto per i suoi ideali di pace, e per la sua famiglia che avete tenuto in ostaggio fino a farli morire! Karos che conosceva tuo padre, lo hai dimenticato?”.
Leya si fermò e per un istante lasciò la presa, il respiro spezzatonon dalla fatica ma dalla rabbia a lungo repressa. Aphrodia si accasciò sul pavimento freddo portando le mani al volto. Il dolore era lancinante, come se l’avessero presa a sassate. Frammenti di memoria le balenarono davanti agli occhi, diapositive in bianco e nero di un tempo lontano. Casa. Il lampadario della sala acceso, le gocce di cristallo che proiettavano riflessi sulle pareti. Una cena. L’abito di seta di sua madre e un gruppo di ufficiali in uniforme. Lei bambina in braccio a suo padre, che la invitava a salutare iloro ospiti prima di portarla a dormire. “Ciao piccolina, io sono Karos”, si era presentato un giovane capitano dal sorriso dolce, prima di baciarle la manina e augurarle la buonanotte.
Un altro pugno la colpì, inesorabile. “E questo è da parte mia”, continuò Leya senza indulgenza, “che dovrei odiarti a morte per tutto quello che hai fatto e invece sono qui a tirarti fuori dalla merda, e giuro che a volte non so nemmeno io il perché! Ti sei mai resa conto di che cosa sei diventata? Di tutto il sangue che ti sporca le mani e il cuore e la coscienza? Della morte che hai provocato? Che cosa cercavi, Rose? Il potere? La gloria del comando? Poter disporre delle vite degli altri per vendicarti del destino che aveva travolto la tua?”.
L’urlo di dolore uscì dirompente dal petto di Aphrodia come la massa d’acqua schiumosa e violenta di un torrente in piena dopo le piogge d’autunno. Si alzò e si gettò contro Leya con tutta la sua forza, ad occhi chiusi, tempestandola di colpi alla cieca. “Un padre! Io volevo avere di nuovo un padre, per me e per Miran! Euna famiglia!”. Pianse, continuando a colpire Leya che era indietreggiata fino ad appoggiarsi con la schiena al muro, gli avambracci a proteggersi in posizione di difesa. Pianse il dolore amaro, il tormento senza appello dei ricordi affogati nel profondo della sua anima che uno dopo l’altro tornavano a galla. E le trafiggevano il cuore come un coltello, scavandole dentro. “Ero sola e avevo soltanto undici anni! Undici! Gattler si è preso cura di me e di mio fratello. Era il mio nuovo padre, la mia nuova famiglia, e io ho dato tutta me stessa per quella carriera militare che lui sognava per me, fino alla nomina a Gran Comandante. Volevo che fosse orgoglioso di me e di Miran, che non dovesse mai pentirsi per la scelta di essersi fatto carico di noi”.
Abbassò i pugni, sfinita dai singhiozzi e da una tempesta interiore che non accennava a darle tregua. “Ma nell’Armata nessuno credeva alle mie capacità, e nessuno voleva una donna come comandante in capo. Agli occhi di tutti ero solo la protetta del Conducator. E allora, ancora di più, ho cercato di dimostrare fino a che punto potevo arrivare. Gattler voleva la conquista della Terra, e allora io… io gli avrei dato la Terra, a qualunque costo!Ma poi… ho capito che lui…”. Aphrodia si interruppe, ansimando per riprendere fiato, in cerca della forza per liberarsi di quel peso che le gravava addosso. Le mancava l’aria nei polmoni, stava annegando nel mare in tempesta ma non c’era acqua in quella stanza. Si sentiva imprigionata in una rete che la trascinava verso un fondale buio e melmoso pronto ad inghiottirla, mentre lei annaspava disperatamente per aprirsi un varco tra le maglie e raggiungere la superficie.
Leya la afferrò per le spalle costringendola a guardarla negli occhi. Ce l’aveva quasi fatta, doveva solo insistere ancora un po’. “Che cosa, Rose? Che cosa hai capito? Forza, dillo! Tira fuori il buio che hai dentro, o ti ucciderà!”.
“Lui…”. Un respiro. Aria. Gli occhi chiusi. “Quello che lui… voleva da me…”. Ancora un respiro. Più profondo. Strappare la rete. “Lui…”. Una bracciata dopo l’altra. Via! Fuori dall’acqua. Riempì i polmoni e svuotò il cuore. “Ha tentato di violentarmi!”, proruppe Aphrodia mentre Leya la attirava a sé e la abbracciava, stringendola per lenire il tremore che le scuoteva gli arti. “Brava Rose, così, sfogati!”, le sussurrò tra i capelli. “Voleva… me. Voleva il mio corpo… Io gli volevo bene, lo amavo come un padre e credevo che anche lui…”, continuò abbandonandosi ormai senza forze fra le braccia di Leya.
“Credevi che ti amasse come una figlia? No Rose, gli uomini come Gattler non sono capaci di provare vero amore, ma sonobravi a imitarlo. Hanno carisma e fascino, sono maestri nel promettere e lusingare per ottenere ciò che vogliono. Non si è preso cura di te e di tuo fratello per generosità d’animo, ma per puro istinto da predatore. Eravate pedine per i suoi giochi di potere. Voleva il comando dell’esercito e l’ha ottenuto facendoassassinare tuo padre. Adottare te e Miran è stato lo stratagemma per allontanare da sé i sospetti, null’altro. Ti ha usata e plagiata per creare un soldato senza scrupoli che divenisse il suo braccio destro. Crescendo, però, quel soldato è diventato anche una donnabellissima. Ha iniziato a desiderarti, e ad aspettarsi il tuo… ringraziamento. Quando ha capito che non gli avresti mai ceduto, ha provato a prenderti con la forza. Era già padrone della tua mente, voleva esserlo anche del tuo corpo”.
Aphrodia sollevò gli occhi verso il volto di Leya. Il gelo e la rabbia erano scomparsi. Comprese. “Lo hai fatto apposta”, mormorò. “Per provocarmi, per farmi sfogare tutto quello che avevo dentro…”. Sulle labbra di Leya si aprì un sorriso complice, ma il suo sguardo tradiva amarezza. “Sì ma non illuderti, non era tutta finzione. La rabbia che ho sfogato contro di te la sentivo tutta. L’ho usata per costringerti a tirare fuori ciò che avevi già compreso da molto tempo, ma non ancora accettato del tutto. Il metodo è stato poco ortodosso, ma non avevo molta scelta. Non abbiamo tempo per le sedute di psicoterapia”.
Aphrodia si sciolse dall’abbraccio e portò le mani a massaggiarsi il volto dolorante. “Dopo aver sparato a Gattler ho tentato di uccidermi, lo sai? Marin mi ha salvata deviando il colpo e mi ha portata via. Avevo negato così a lungo l’amore per lui… Mi ha dimostrato che poteva esserci un’esistenza diversa, anche se eravamo due fuggiaschi rinchiusi in un bunker antiatomico”. Sorrise ripensando ai giorni trascorsi con lui su S1, a quella piccola felicità che aveva appena assaggiato, spezzata troppo presto e che in quel momento sembrava lontana anni luce. “Ora sta di nuovo rischiando la vita per colpa mia. Come te e la dottoressa Queenstein. Forse sarebbe stato meglio per tutti, se fossi morta…”.
“Non voglio più sentire niente del genere”, la rimbottò Leyasedendosi sul bordo del letto. “Adesso sei libera davvero, lo capisci? Un uomo ti ha fatta divenire ciò che eri e un altro uomo ti ha portata via da quella realtà, ma solo tu puoi davvero liberare te stessa. Hai iniziato con un colpo di pistola che non è bastato ad uccidere Gattler, ma è servito a spezzare la schiavitù che ti legava a lui. Ora vai oltre! Ci saranno altri ostacoli e non sarà facile venire a patti con ciò che sei stata. Ti sentirai vomitare addosso qualunque accusa, ti diranno che eri la puttana di un dittatore, che sei una criminale di guerra, che meriti di soffrire e di morire…”.
“E non è forse vero, che sono una criminale? Non ho meno colpe di Gattler”, la interruppe Aphrodia, la voce flebile ed esitante. La coscienza delle atrocità commesse iniziava lentamente a tracimare nel suo animo, e non si sarebbe fermata. Era inutile nascondere la verità. “Sì, e quel passato non potrai mai cambiarlo. Ma puoi decidere il futuro, quello che sarai d’ora in poi, ed è l’obiettivo che non dovrai mai perdere di vista. Sei forte e puoi farcela Rose, solo tu puoi trovare la forza dentro di te”.
Un pensiero balenò nella mente di Aphrodia, come la luce di una torcia accesa all’improvviso ad illuminare un sentiero buio. I suoi occhi si mossero fino ad incontrare le iridi scure di Leya. Riconobbe per la prima volta un dolore simile al suo. “È successo a te, vero? Sei… sei stata violentata”. L’altra non rispose, ma ad Aphrodia la risposta non serviva più. Si inginocchiò davanti a Leya e stavolta fu lei ad attirarla a sé per abbracciarla, facendola scivolare giù dal letto. “È per questo che hai sempre cercato di aiutarmi, fin da quando ci siamo incontrate al Corso Ufficiali. Tu avevi già capito. Per questo non hai mai provato odio nei miei confronti anche se avresti avuto tutte le ragioni. L’ho compresosolo ora… perdonami!”, implorò fra le lacrime.
Leya si lasciò stringere e abbandonò il capo sulla spalla di Aphrodia, assaporando dopo tanto tempo il gusto della debolezza. Restarono sedute per terra ai piedi del letto, abbracciate. Frammenti viventi di donne ferite nel corpo e nell’anima, ma non ancora spezzate.
“Ero una ragazzina, ad una festa come tante. Misero qualche sostanza nel mio bicchiere. Fisicamente non ero più in grado di reagire, fu la mente a permettermi di resistere, estraniandomi come se mi trovassi fuori dal mio corpo. Grazie all’addestramento che avevo ricevuto nella mia famiglia riuscii a memorizzare alcuni particolari, e a conservarne la memoria nonostante gli effetti della droga. Uno aveva una piccola cicatrice che gli attraversava un sopracciglio, l’altro due nei accanto all’orecchio. Ricordavo anche le loro voci, e le risate volgari. Non li denunciai. Il motivo lo puoi immaginare. Sai anche tu come vanno certe cose…”. “Già…”, annuì Aphrodia. “Li hai più rivisti?”. “Sì. In Accademia. E non ero più una ragazzina. Loro mi avevano riconosciuta ma io feci finta di niente e li ignorai, così si convinsero che non ricordassi nulla. Una notte li seguii in una delle loro uscite. Fino al fiume”. “Ora capisco tutto”, disse Aphrodia. Ricordava quella notte di diversi anni fa, quando all’appello serale due allievi erano risultatiassenti. Dopo qualche giorno di ricerche vennero ritrovati i corpi, svelati dalle acque del fiume che si erano abbassate dopo la piena. Erano legati ai pali di ormeggio di un vecchio molo abbandonato, e presentavano numerose ferite da taglio. Li avevano identificati dalle piastrine militari che avevano al collo. “Le indagini non hanno mai portato a nulla, si ipotizzò una rissa finita male. A causa del tempo trascorso in acqua, non fu possibile identificare l’arma che li aveva uccisi”. “Kukri, se ci tieni a saperlo”, rispose Leya sollevando le sopracciglia e ritrovando la consueta sicurezza. Si alzò dal pavimento con un movimento agile ed elegante. “Purtroppo dopo ho dovuto gettarli nel fiume. Peccato! Erano i miei pugnali orientali preferiti”.
Mentre tendeva la mano ad Aphrodia, aiutandola a rialzarsi, dal corridoio sentirono provenire uno scalpiccio di passi che si avvicinavano di corsa, e la voce affannata di suor Carmen chiamare qualcuno. Leya raggiunse in un balzo la porta, staccando lo shuriken dall’anta e facendolo sparire nella tasca interna della tuta. Aphrodia rise divertita. “A proposito… Sbaglio o le armi sarebbero proibite, qui dentro? Che ci fa quell’affare sotto i tuoi vestiti?”. “La stessa cosa del coltello nel tuo stivale sinistro, principessa”, replicò ironicamente Leya strizzandole l’occhio. “Credi che non me ne sia accorta?”.
La porta si spalancò di colpo. Due grandi laghi di montagna, verdissimi e luminosi, incrociarono per un attimo lo sguardo sorpreso di Leya per poi puntare senza indugio su Aphrodia.
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Le schede matricolari dell’Archivio Militare erano sparse sul grande tavolo al centro della sala riunioni, insieme a svariatifascicoli della Commissione Disciplinare e del Tribunale Militare.Gattler continuava a far scorrere lo sguardo da una scheda all’altra, scuro in volto. Aveva espresso una richiesta insolita, ordinando che tutto il materiale sulla Resistenza Interna gli venisse portato in forma cartacea; sentiva il bisogno di toccare con mano quei fogli, come se il contatto fisico e il fruscio della carta avessero il potere di svelargli chissà quale segreto. C’era qualcosa che gli sfuggiva, in tutta quella storia, e non riusciva ad allontanare il sospetto che anche i terrestri vi fossero coinvolti. Dopo i primi attacchi alla Terra aveva considerato l’eventualità che i dissidenti potessero unirsi alle forze nemiche, ma ormai con la fine della guerra e il pianeta distrutto non avrebbe avuto senso. O forse sì? Quella gente non faceva mai nulla per caso.
Marbas sedeva in disparte, sorseggiando una tazza di tè. Si era tolto il cappello e lo aveva poggiato sulla sedia accanto. Erastanco e aveva dormito poco, ma quella bevanda calda e aromatica gli stava restituendo le forze. Poche ore prima aveva consegnato il nuovo rapporto al dittatore, con le sue conclusioni sull’intervento della Resistenza che aveva impedito la cattura di Aphrodia. Era conscio che il nome di Leya avrebbe richiamato alla mente di Gattler quello del fratello Rhaalf e l’attentato subìto, ma nella stesura si era strettamente concentrato sugli ultimi eventi, evitando riferimenti al passato.
Con un gesto improvviso, Gattler spostò la grande mole di incartamenti verso i lati del tavolo, lasciando libera la parte centrale. Marbas mandò giù velocemente l’ultimo sorso di tè e si alzò, avvicinandosi per osservare meglio.
Gattler afferrò la scheda del colonnello Jagelhorn e la posizionò al centro del tavolo, iniziando a ragionare ad alta voce. “Lui è il centro di tutto. O almeno lo è stato. Che fine ha fatto?”. “Probabilmente morto sulla Argor dove era imprigionato, Conducator”, rispose il Gran Comandante. “Già. Probabilmente. Ma non lo sappiamo per certo”, replicò Gattler.
Cercò la scheda del colonnello Levers Gozen e la pose accanto a quella di Jagelhorn. “Non ci sono dubbi Marbas, le deduzioni che hai espresso nel tuo rapporto sono le sole possibili: Leya ha preso il posto di Karos a capo dei dissidenti, ed è stata sicuramente lei a pilotare il Pulser Burn e ad abbattere gran parte delle squadre speciali”. Marbas fece un cenno di assenso con il capo. “Maledetta!”, sibilò Gattler. “Che cosa ci faceva su S1 conAphrodia e Marin? La Resistenza dovrebbe considerare Aphrodiauna nemica, e invece l’ha salvata. Perché?”. Marbas rimase prudentemente in silenzio mentre Gattler ritornava a concentrarsi sugli altri documenti. Allungò le mani verso le cinque schedematricolari rimanenti, quelle degli ufficiali che completavano ilgruppo di comando, e lentamente le dispose in cerchio intorno ai due fascicoli centrali. Quei nomi non gli dicevano nulla. Tranne uno. Sollevò la scheda davanti al volto di Marbas, poi imprecò e la sbatté con violenza sul tavolo. Si lasciò cadere su una poltrona con un sospiro, imponendosi la calma. Il Gran Comandante si schiarì la voce. “L’avevo notato anch’io, mio Signore. La sua appartenenza al gruppo dissidente non mi sorprende. Purtroppo le indagini della commissione speciale del Tribunale Militare non hanno mai condotto a prove certe, anche se…”. “Non è quello il punto!”, lo interruppe Gattler. “Le identità dei ribelli in questo momento sono un problema secondario. Ragiona, Marbas. Dopo il colpo di stato, la Resistenza è nata con lo scopo di sabotaredall’interno le azioni dell’Armata Aldebaran per indebolirla e impedire l’invasione della Terra. Siamo riusciti a tenerli a bada con arresti e repressione, anche eliminando gran parte dei loro leader. Ora la guerra è terminata e abbiamo compreso che, per un amaro scherzo del destino, un paradosso spazio-temporale ci ha portati a combattere per un pianeta che altro non è se non lo stesso S1, destinato a morire. Noi, con ciò che resta dell’armata e dei civili ancora ibernati, proseguiremo il viaggio verso una nuova galassia, e un nuovo pianeta dove stabilirci. Quali potrebbero essere i piani della Resistenza, in tutto questo?”.
Marbas restò in silenzio per qualche minuto, lo sguardo fisso sulla tazza vuota lasciata sul tavolo. I residui delle foglioline di tè depositate sul fondo gli fecero venire in mente l’antica pratica della lettura dei fondi. Per un attimo si sentì come un indovino, un oracolo a cui il sovrano chiedeva di prevedere il futuro, o di svelare un arcano mistero. Sospirò e allontanò quel pensiero, tornando nel rifugio sicuro della logica e dei ragionamenti. “Sono sempre stati vicini a pacifisti e scienziati, mio Signore. Potrebbero di nuovo volerci impedire la conquista di un altro pianeta? Questo spiegherebbe la presenza di Leya su S1: un tentativo di coinvolgere Marin, e di conseguenza Aphrodia, nella loro causa. Non dimentichiamo che Karos conosceva il professor Reigan”.
“Così potrebbe sembrare”, replicò Gattler. Si alzò dalla poltrona e prese a camminare per la sala, le mani sui fianchi. “Ma continuo a non trovare una ragione sensata. Finora la Resistenza ha sempre portato avanti le sue attività di sabotaggio contando su una rete di cellule segrete, piccoli gruppi o singoli individui presenti in quasi tutti i reparti e pronti a intervenire in ogni momento. Per quanto ora questa struttura sia stata decimata e indebolita dalle ingenti perdite che l’Armata ha subìto, sono convinto che abbiano ancora sufficienti risorse per crearci problemi. Non hanno certo bisogno di Marin e Aphrodia per questo”. Si fermò nuovamente davanti al tavolo, appoggiandosi sulla superficie con entrambe le mani, la schiena curva.
“No Marbas, c’è dell’altro. Se Leya li ha cercati è perché qualcosaha sparigliato le carte, cambiando il gioco e i piani dei ribelli. Dobbiamo scoprire di cosa si tratta”. Fissò lo sguardo sul cerchio di schede davanti a lui; non riusciva a staccare gli occhi da quelle centrali. “Passami i verbali del Tribunale Militare, quelli relativi alla prigionia di Karos”, ordinò al Gran Comandante. Non appena Marbas gli porse il faldone, Gattler sfogliò velocemente le pagine fino a trovare ciò che cercava: come aveva immaginato, mancava la documentazione relativa ai giorni precedenti la battaglia finale. Le attività del tribunale, come quelle degli altri organi e istituzioni che regolavano la vita militare sulla fortezza Argor, erano state ridotte al minimo, se non interrotte del tutto, per consentire l’impiego in combattimento del maggior numero di soldati possibile. Era stata una delle ultime decisioni prese da Aphrodiaprima di essere destituita. Un vero e proprio regalo alla Resistenza, non poté fare a meno di pensare Gattler, e l’ennesima prova del cambiamento profondo che era avvenuto in lei. Anche la sorveglianza nelle prigioni era stata ridotta, e negli ultimi giorni di guerra circolavano diverse notizie riguardo a detenuti evasi. Poi era arrivato l’ultimo scontro con la base Blue Fixer, e la caduta della fortezza.
Gattler rovistò ancora tra i verbali, stavolta tornando alle prime pagine del faldone. Si soffermò distrattamente sul rapporto di arresto e scorse l’elenco degli oggetti requisiti a Karos, tra cui un tablet, un paio di cartelle piene di documenti e numerose schede dati. I documenti non contenevano informazioni importanti, ma non trovò nulla riguardo al contenuto del tablet o delle schede. “Questa roba è stata controllata?”, chiese irritato passando i verbali a Marbas, che li esaminò velocemente. “Sembra di no, mio Signore. Nei documenti cartacei non risultava nulla di sospetto, o collegabile alla Resistenza. Il resto è stato lasciato in sospeso, per essere controllato in seguito durante la preparazione degli atti per il processo”.
“Idioti!”, sbottò a denti stretti Gattler strappando il raccoglitore dalle mani di Marbas, per poi chiuderlo con un gesto stizzito. Aprì una dopo l’altra le schede degli altri ufficiali del gruppo di comando. Il ritmo del suo respiro aumentò di intensità. Gli sembrava di cogliere la presenza di un filo. Sottilissimo. Così evanescente da apparire più invisibile e fragile di quello di una ragnatela. Ma doveva seguirlo. Se voleva riprendersi Aphrodia e avere la sua vendetta, era arrivato il momento di affrontare apertamente la Resistenza. E il fantasma di Karos Jagelhorn.
“Recuperiamo quel materiale! Potrebbe essere uno scrupolo inutile, ma non possiamo permetterci di tralasciare nulla”. “Ma…Altezza! Andare sulla Terra adesso… “, tentennava Marbas non nascondendo la sua perplessità. Gattler gli voltò le spalle, incamminandosi per lasciare la sala riunioni. “Ho deciso. Torniamo sulla Argor!”, disse in tono secco prima di chiudersi la pesante porta alle spalle.
****
La bambina era una fiammata di colore. Indossava un vivace abito rosso, aveva capelli rossi legati in due codini fermati da elastici gialli e il naso all’insù punteggiato di lentiggini. Gli occhi, grandi e luminosi, erano del verde più brillante che Aphrodia e Leyaavessero mai visto. Era entrata e aveva percorso con gli occhi tutta la stanza soffermandosi per un attimo su Leya, incuriosita dal viola dei suoi capelli, poi si era diretta senza esitazioni versoAphrodia. Aveva iniziato a scrutarla con sospetto, mentre il piccolo volto assumeva una buffa espressione corrucciata, con ilbroncio sulle labbra. L’arrivo trafelato di suor Carmen, affannata per averla rincorsa lungo i corridoi del dormitorio, non la distrasse. “Jaya! Ma perché non mi ascolti mai?”. La bambina girò attorno ad Aphrodia, ignorando la religiosa che si abbandonò su una poltroncina accanto alla porta, la mano sul petto a calmare il respiro. Aphrodia e Leya si scambiarono un’occhiata interrogativa. “Vi chiedo scusa”, disse suor Carmen, poi si rivolse nuovamente alla bambina. “Vieni qui e andiamo via, lasciamo tranquille le nostre ospiti”.
“No!”, esclamò la piccola senza distogliere lo sguardo da Aphrodia. “Prima voglio sapere dov’è Marin! Ti ho riconosciuta, sai? Tu sei quella cattiva, che era venuta con i soldati nel nostro orfanotrofio sull’isola a cercarlo, perché voleva fargli male”. Aphrodia si sentì irrigidire, incapace di rispondere, e la bambina continuò: “Allora, dov’è? Dimmelo! Non è più venuto a trovarmi, se lo hai portato via tu e gli hai fatto male dovrai fare i conti con me!”. Sulla porta intanto comparve suor Amélie, seguita da un altro bambino che immediatamente si intrufolò nella stanza raggiungendo la sua piccola compagna.
La direttrice sospirò allargando le braccia. “Vi prego di perdonarmi, non so davvero come abbiano fatto a notare la vostra presenza. Quando siete arrivate era notte fonda e i bambini erano già andati a letto, ma forse qualcuno di loro…”. “Non avete nulla da farvi perdonare, sorella. Immagino non sia facile gestirli nella situazione attuale”, intervenne Leya per tranquillizzarla, sentendo il peso del senso di colpa gravarle sul cuore.
Era colpa loro. Di Gattler, dell’Armata Aldebaran, di Aphrodia. E anche sua e della Resistenza, che non erano riusciti a fermare quella follia. Le radiazioni stavano avvelenando il pianeta e ora quei bambini erano costretti a vivere sottoterra come topi, insieme a quelle donne che avevano fatto dell’aiuto agli altri la loro missione di vita. Donne che erano quanto di più distante ci fosse dalla sua realtà fatta di armi e battaglie, ma verso cui provava grande rispetto. Ammirava la loro forza d’animo e la fedeltà ai valori in cui credevano, così profonda da arrivare a offrire ospitalità e protezione a chi era stato nemico. “Siamo noi quelle che devono chiedere perdono”. Con gli occhi lucidi prese le mani di suor Amélie tra le sue. La suora stava per dirle qualcosa, quando la loro attenzione fu rapita da quanto stava accadendo al centro della stanza.
Aphrodia, riavutasi dalla sorpresa, si era seduta a gambe incrociate sul pavimento. “Jaya… ti chiami così, vero?”, chiese esitante rivolgendosi alla bambina. “Sì”, rispose lei, lo sguardo ancora sospettoso. “In sanscrito, che è una lingua antichissima, vuol dire vittoria”, aggiunse con una punta di orgoglio. Aphrodiale sorrise. “E’ un nome molto bello. Io mi chiamo Rosa”. Quegli occhi avevano il potere di farla sentire completamente disarmata, erano limpidi e sinceri e le ricordavano quelli di Marin. L’esitazione svanì. “Hai ragione Jaya, sono proprio io quella donna che era arrivata sull’isola, ma…”. Si interruppe per un istante, cercando le parole adatte. “Ecco, vedi… adesso sono cambiate tante cose, e io non farò mai più del male a Marin, né a voi. Purtroppo i soldati stavolta lo hanno portato via, è vero. Ma cercherò di fare tutto il possibile per liberarlo e farlo tornare qui”.
Jaya restò in silenzio, scambiando una fugace occhiata con l’altro bambino, in cerca di complicità. Era chiaramente indecisa se crederle o no. “Davvero non sei più cattiva? Guai a te se mi dici bugie! Io voglio tanto bene a Marin, mi ha salvato la vita!”. “L’ha salvata anche a me sai? Gli voglio tanto bene anch’io, non ti dico bugie. Siamo… amici, adesso”. “Uhm… Tu le credi, Gab?”, chiese rivolgendosi al bambino. Gabriel, Gab per i suoi compagni,era poco più alto di Jaya; aveva corti riccioli castani che gli contornavano il viso, le guance paffute e due occhi vispi che non avevano mai abbandonato il volto di Aphrodia da quando si era seduta davanti a loro. “Io sì. Non hai visto? È diventata rossa quando ha detto che gli vuole bene e che sono amici. Non ce l’ha voluto dire perché siamo piccoli, ma secondo me sono fidanzati. Scommetto che si baciano, e che fanno pure tutte le altre cose dei grandi… quelle che alla fine nascono i bambini, e che nessuno ci vuole mai spiegare”.
Aphrodia si sentì avvampare e Leya si morse un labbro per evitare di scoppiare a ridere, ma senza successo. Mentre suor Carmen si faceva il segno della croce mormorando qualcosa, la risata inaspettata di suor Amélie si unì a quella di Leya.
Nonostante la fiducia nelle rassicurazioni della dottoressa Queenstein, la presenza di Aphrodia nell’orfanotrofio aveva continuato ad angosciare la direttrice, che temeva il momento in cui non avrebbe potuto evitare il suo incontro con i piccoli ospiti. Ora si sentiva sollevata; tutte le paure e i dubbi erano svaniti davanti a quel dialogo surreale. La giovane donna seduta sul pavimento non mentiva: non avrebbe fatto loro alcun male. La spietata comandante nemica che avevano visto sull’isola di Reytchnon c’era più.
Sul volto di Jaya l’espressione accigliata scomparve, e la bocca si aprì in un sorriso allegro che rese i suoi occhi ancora più luminosi. “Beh, se sei la fidanzata di Marin allora sei anche mia amica. E adesso mi devi promettere che andrai a liberarlo”. Porse ad Aphrodia il mignolo della sua piccola mano destra, invitandola a fare altrettanto. Aphrodia intrecciò il suo mignolo con quello della bambina, trattenendo le lacrime. “Te lo prometto”. “Una promessa è una promessa, ricordatelo!”, disse Jaya con tono solenne. “Lo ricorderò. Una promessa è una promessa”, ripeté Aphrodia con un sorriso.
E lei l’avrebbe mantenuta. A qualunque costo.




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