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Baldios, a tale of love and war      Code Name: Red Rose

  • Immagine del redattore: Alberto Schiavone
    Alberto Schiavone
  • 14 apr 2024
  • Tempo di lettura: 8 min



Cap. 1 - Sunset

 

Marin giunse al piccolo cottage costruito a fianco di un faro in disuso.

Il suo buen ritiro come l’aveva definito Oliver.

Aveva trovato per caso quell’angolo isolato dal mondo, e quando l’aveva acquistato qualcuno l’aveva definito un personaggio bizzarro. Ma tant’era, la gente di S-1 sopravvissuta alla guerra e rimasta sulla Terra aveva bisogno di un simbolo.

Lui lo incarnava perfettamente.

Se Aphrodia si fosse svegliata dal coma, molto probabilmente non avrebbe acconsentito alla richiesta della Dottoressa Queenstein di tornare nei Blue Fixer; ma le possibilità che lei potesse ritornare erano davvero minime.

Quel luogo era ciò che aveva bisogno quando il quotidiano e l’amaro dei ricordi erano troppo da sopportare.

Il tramonto arrossava le nubi nel cielo e si rifletteva sull’acqua del mare.

Marin sedette fuori dalla casa osservando cielo e mare.

Era un panorama mozzafiato.

Finalmente la Terra tornava a vivere.

Molte ferite non sarebbero mai state sanate; tuttavia, era ancora un pianeta vivibile, diversamente da S-1.

Marin sospirò pensando al suo pianeta natale completamente contaminato e inabitabile da qualunque forma di vita.

Uno strano gioco di luce lo riscosse da quelle considerazioni: doveva essere proprio stanco per vedere una figura avanzare verso il cottage sulla spiaggia e uno scherzo della mente lo fece pensare a lei.

Per S-1 e per la Terra Aphrodia era stata uccisa nello scontro finale con Gattler.

Morto il Gran Comandante, la donna che si nascondeva sotto i suoi panni forse poteva avere una possibilità di vivere.

Amarsi come una coppia qualsiasi sarebbe stato impossibile.

Ripensare a lei, a come l’aveva lasciata immobile e fragile in quel letto di ospedale, lontana chissà dove, era un dolore a cui non si sarebbe mai abituato.

Non c’era persona al mondo che non avrebbe voluto vederla morta.

A lei erano addossate le responsabilità del conflitto che aveva insanguinato due pianeti; il vero artefice di tutto, il burattinaio che credeva di essere un Dio, era Gattler.

Senza pensarci, l’aveva sacrificata alla sua megalomania in ogni senso.

Quel pensiero non dava tregua a Marin; aveva strappato a un destino perverso una donna che si era reso conto di amare profondamente.

Eppure, se fosse finita nelle mani dell’esercito di entrambe le parti non avrebbe scampato la pena capitale a cui il tribunale misto di S-1 e della Terra l’aveva condannata.

“Dormi amore mio, non smettere mai di dormire. È l’unico modo perché tu possa vivere.”

Un rifolo di vento lo fece rabbrividire e nel rientrare nel cottage, si rese conto che quell’immagine non era un gioco di luce, ma qualcuno si stava davvero avvicinando a piedi alla piccola casa che dava sulla spiaggia.

Quando comprese chi fosse, il suo cuore perse un battito.

Aphrodia si guardò intorno e tolse gli occhiali scuri. Il suo volto era serio, lo sguardo dolce e velato di malinconia.

Il suo cuore batteva forte come non mai, quanto tempo aveva desiderato e respinto l’idea di trovarsi dinanzi a quel viso bellissimo, incorniciato dall’accenno di un pizzetto e capelli castani il cui ciuffo era perennemente spettinato.

A quegli occhi azzurrissimi che la passavano da parte a parte, a quella bocca carnosa che smaniava di sentire sulla propria.

Entrambi sapevano che quell’assurdo, pazzo sentimento che aveva finito per trasformare l’odio in amore non li avrebbe messi al riparo dal passato.

Il giovane la fissò intensamente. Era splendida ancor più di quanto ricordasse.

Marin inspirò profondamente; non appena le fu vicino, sollevò una mano per accarezzarle una guancia, fissandola intensamente.

“Credevo di averti persa per sempre.”

Lo sguardo di Marin era inteso e cupo.

Gli occhi di Aphrodia erano fuoco liquido, il suo tono un velluto.

“Non mi hai mai avuta, Marin”

Da quando si era risvegliata da uno stato di morte apparente e Landauer le aveva spiegato quanto Marin avesse lottato per sottrarla al suo destino, lei non aveva fatto altro che sognare e respingere il desiderio di tornare e chiedergli perché avesse agito a quel modo.

Fino a quando la pazzia aveva superato la ragione ed era fuggita da S-3 per tornare sulla Terra.

Avrebbe messo a repentaglio la vita, ne era consapevole, ma quell’incontro le era necessario come respirare.

“Perché sei tornata sulla Terra?”

Il tono di lui era severo, ma lei sostenne il suo sguardo.

“Quando mi sono risvegliata credevo di poter vivere una seconda vita e di potermi liberare di quel che sono stata. Ma non era così, non senza di te.”

Le dita di lui le sfiorarono il volto lievemente. Aphrodia lo fissò intensamente poi abbassò gli occhi, improvvisamente intimidita.

“Mi stai dicendo che..”

Lei annuì senza difese.

“No, voglio sentirtelo dire.”

“Ti prego, io…”

“Dimmelo, ne ho bisogno.”

Lei respirò profondamente.

“Ti amo Marin Reagan.”

Marin la strinse a sé incredulo e felice; chiedendosi se fosse possibile superare un simile ostacolo.

Aphrodia si divincolò per un istante, tuttavia, quando la bocca di Marin calò decisa sulla sua, abbandonò ogni resistenza, preda di sensazioni forti.

Le labbra di lei sfiorarono la bocca di Marin, incerte dapprima poi sempre più sicure e lui rispose stringendola, facendo scorrere la sua mano tra i capelli senza riuscire a staccare le labbra da quelle di lei. Se fosse morto su quelle labbra sarebbe stato un bel modo di andarsene.

“Perché non mi hai abbandonata sulla Fortezza Spaziale?”

Marin la fissò intensamente.

“Perché non potevo lasciare che Gattler ti portasse via di nuovo, perché ti amo da sempre Aphrodia.”

La prese tra le braccia e la condusse all’interno del cottage, era una febbre che saliva man mano che si stringeva addosso il corpo di lei e le barriere tra loro cadevano rapidamente. Era vero non era mai stata sua; ma non quella notte.

Marin la strinse a sé, baciandola dolcemente anche se doveva forzarsi a mantenere la calma, ma lei volle di più.Era un assaggiarsi reciproco, Aphrodia rabbrividì incredula di poter provare simili emozioni.

Danzavano insieme, prede della marea che montava sempre più potente dentro di loro.

“Ti prego non fermarti.”

Marin si liberò della felpa, riprendendola subito tra le sue braccia; Aphrodia rabbrividì al contatto con il corpo di Marin, lo accarezzò dapprima timidamente poi con sempre maggiore sicurezza, quando qualcosa esplose nella sua mente.

Qualcosa accaduto anni prima, durante il ballo per l’insediamento di Gattler a capo di S-1

“Che cosa dovrei fare Conducator?”

Un lampo passò negli occhi dell’uomo ed avvicinatosi ad Aphrodia le sfiorò i capelli.

“Io credo che tu lo sappia, principessina.”

Lei indietreggiò incredula, non lo aveva mai visto fissarla con quegli occhi bramosi. Era l’uomo da cui erano stati allevati lei e suo fratello, non poteva esigerla.

Non poteva volere davvero questo da lei.

Gattler le fu addosso toccandola ovunque, quando tentò di fuggire le ghermì i capelli con mano d’acciaio trascinandola a terra.

Aphrodia urlò e tentò di difendersi come poté, tuttavia la forza dell’uomo la sovrastava e poi tutto scoppiò come un caleidoscopio nella sua mente, lasciandola inerme e soggiogata.

“Aphrodia.”

Marin la fissò sorpreso da quella reazione.

“Io non posso, non posso Marin. Io sono sporca dentro.”

Lei scuoteva il capo fissando l’uomo dinanzi a lei, respingendolo ogni volta che lui tentava di avvicinarla.

Improvvisamente qualcosa scattò nella mente di Marin.

“Cosa ti ha fatto? Aphrodia cosa ti ha fatto quel pazzo?”

Fece per afferrarla per un braccio quando lei si paralizzò, mormorando qualcosa che sembrava una preghiera di non farle male.

“Amore mio, non temere è finita, non ti può più fare nulla. Aphrodia guardami.”

Lei lo fissò e finalmente riuscì a piangere tutte le lacrime che non era mai riuscita a versare. Marin era scosso, stretta a lui Aphrodia raccontò tutte le violenze che aveva subito da quando era una ragazzina.

Per giustificarsi, Gattler le aveva spiegato che era del tutto normale, li avrebbe resi uniti per sempre e Marin si disse che, se non fosse già morto, lo avrebbe ammazzato di nuovo.

Singhiozzò mentre i ricordi tornavano nella nebbia da cui erano riemersi, tuttavia, la consapevolezza rimaneva.

Per la prima volta si rese conto che Gattler l’aveva violentata e non si era limitato a prendersi il suo corpo.

Per qualche oscuro motivo, si era divertito a torturarla in tutto quel tempo, usandola come un giocattolo nelle sue mani ed esibendola come un trofeo.

Passarono la notte stretti l’uno all’altra, in silenzio, lasciando parlare solo le proprie emozioni e solo verso l’alba, vedendo che Aphrodia si era finalmente addormentata, Marin uscì sulla spiaggia urlando la propria rabbia.

Ore dopo, Aphrodia si svegliò guardandosi attorno. Era sola nel cottage ed era infinitamente stanca.

Guardando fuori dalla finestra, vide Marin seduto sulla spiaggia; grosse nuvole scure facevano presagire l’arrivo di un temporale e lentamente, si alzò per uscire e avvicinarsi a lui.

Marin chiuse gli occhi avvertendo le mani dolci di lei sfiorargli la schiena coperta solo dalla camicia di lino bianco, il leggero massaggio delle sue dita scioglieva la tensione che albergava da ore nel suo animo.

“Stai meglio?”

Lei annuì.

La pioggia prese a cadere; tornati in casa, Marin si volse verso di lei alla luce tremula delle candele, sfiorandole il volto con le mani.

Aphrodia lo privò della camicia aperta, modellandone il torace.

Nonostante fosse dimagrito molto, i suoi muscoli avevano conservato tutta la loro forza ed accarezzandone l'addome, li avvertì guizzare sotto il suo tocco leggero.

Fissando Marin, strinse la mano che lui le aveva teso, seguendolo attraverso la stanza e sedendo insieme sul letto sfatto.

“Insegnami ad amarti…”

Lui la fissò, i suoi occhi erano velluto scuro. La baciò dolcemente.

“Aphrodia non devi per forza…”

Le parole le morirono sulle labbra quando lei rivelò il suo corpo dolce e sinuoso e la luce del fuoco del caminetto parve circondarla di un’aurea quasi fatata.

Marin sapeva di dover andarci piano, tuttavia la sensazione di averla tra le braccia, sfiorare la sua pelle con le dita, le labbra gonfie dei baci che non smettevano di scambiarsi, era intensa e nuova.

Non aveva mai desiderato una donna con tanta forza, perdendo il controllo in quel modo, ma non era possibile domare quel fuoco che insieme avevano evocato.

Aphrodia lo strinse a sé, bastavano le sue mani e la sua bocca su di lei per farle provare sensazioni potenti.

Lo accolse dentro di sé, avvolgendo le sue gambe attorno al bacino di Marin guardandosi, si mossero insieme come se i loro corpi fossero fatti l’uno per l’altra, come se avessero fatto l’amore da sempre.

Marin si spinse in lei con forza, invadendola completamente: volerla con quella furia era una esperienza mai provata prima.

Voleva i suoi pensieri, le sue emozioni. Voleva tutto di lei.

Era ancora più bella di come l’aveva sognata in tutti quegli anni nelle sue notti solitarie.

Ed era sua. Solo sua.

Rimasero immobili, il corpo di Marin su quello di Aphrodia, le sue braccia intorno ai fianchi di lei, le sue mani fra i capelli scompigliati e gli occhi chiusi per tentare di imprimere nella mente i profumi, i sapori e il calore di entrambi.

Marin la baciò con dolcezza e lei sorrise come mai aveva fatto prima.

“Se è un sogno non mi svegliare, non voglio più svegliarmi…”

Con un dito Marin le sfiorò le labbra.

“Non è un sogno, sono tuo. E tu sei mia per sempre.”

Aphrodia lo baciò e la loro danza riprese vigore. Fecero l’amore e lo rifecero, ogni volta con più sensualità della precedente.

Trascorsero il resto della notte abbracciati stretti l’uno all’altra, parlando di loro, fantasticando di poter vivere il resto della loro vita lontano da tutto, ma insieme.

Svegliatosi per primo da un breve sonno, Marin ripensò a quegli anni.

Sapeva bene perché aveva tenuto Aphrodia a distanza: per la legge del contrappasso desiderava disperatamente che lei entrasse a far parte della sua vita.

E adesso era finalmente insieme a lui.

Baciandola dolcemente mentre dormiva, si riaddormentò felice.

Ore dopo, Aphrodia fissava il mare dinanzi a lei, tra le sue mani una tazza di the bollente.

La luce argentea della luna si rifletteva tremula sulla superficie dell’acqua come uno specchio.

Indossava solo un lungo maglione di lana, le lunghe gambe erano scoperte; era pensosa e come sempre si mordeva leggermente il labbro inferiore.

Improvvisamente, si alzò dalla seggiola e tornò dentro la casa dirigendosi verso la piccola, graziosa stanza da letto.

Sedette su un lato del letto, afferrando la mano tesa dell’uomo che era tra quelle lenzuola.

“Buongiorno”

Lui le sorrise assonnato.

“Buongiorno…”

Il suo tono era un velluto. Lei temeva quasi di guardarlo, come se fosse un sogno che poteva sparire da un momento all’altro.

“E’ così strano, stiamo veramente insieme?”

Lui la guardò con calore.

“Se lo vogliamo, si…”

Aphrodia fece un leggero sospiro, il suo volto era simile ad una gattina tentatrice.

“Io lo voglio…”

Marin la fissò, sprofondando ancor più nel cuscino.

“Anche io…”

Il volto di lei si oscurò per poi rilassarsi.

Sapevano entrambi che era qualcosa al limite dell’impossibile, tuttavia, talvolta, anche le cose impossibili potevano avverarsi.

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