IL RISVEGLIO DELLA SPERANZA Cap. 6
- Alberto Schiavone
- 23 ago 2024
- Tempo di lettura: 14 min

La prima cosa che la mente annebbiata di Marin identificò fu l’odore, inconfondibile e pungente. Medicinali e disinfettanti. Poi giunsero i rumori. Passi cadenzati, un rollio come di ruote di carrelli che scorrevano, voci incomprensibili e distanti. Le palpebre erano pesanti, ma si sforzò di aprirle. Lentamente gli occhi si adattarono all’oscurità che avvolgeva l’ambiente, iniziando a muoversi per esplorarlo. Lo sguardo si spostò verso il lato destro della stanza, attratto dall’unica fonte di luce. Una lunga striscia di luci a led illuminava di verde un mobile su cui erano ordinatamente allineati flaconi e provette. Si rese conto di essere disteso su un letto, con una flebo al braccio. Cercò di sollevarsi per mettersi a sedere, gettando il lenzuolo sul pavimento, ma un capogiro lo fece ricadere all’indietro. Scostò i capelli che gli erano scivolati sul volto, attese qualche secondo e ci provò di nuovo, questa volta con successo. Staccò il cerotto e si sfilò l’ago dal braccio; afferrò l’asta porta flebo e la tirò verso di sé, inclinandola per poter esaminare le sacche sfruttando la debole luce dei led. Cosa gli stavano iniettando? Il fioco bagliore verde gli bastò per vedere che si trattava di una semplice soluzione reidratante, e di un antidolorifico.
Istintivamente portò la mano alla testa, che gli doleva, poi abbassò lo sguardo a controllarsi il fianco sinistro, dove ricordava di essere stato ferito.
Come richiamate da quel pensiero, le immagini degli ultimi momenti prima di perdere conoscenza iniziarono a scorrere davanti agli occhi di Marin. Il faro preso d’assalto, i soldati che irrompevano nel cortile. La paura che riuscissero a prendere Aphrodia, e la voce di lei che gli gridava di fermarsi. Si era gettato armi in pugno contro gli incursori, per darle il tempo di scappare all’interno del rifugio, ma gli assalitori erano troppi. Ricordò il bruciore al fianco, e il calcio di un fucile che lo colpiva al capo.
Adesso era prigioniero, ma dov’era Aphrodia? Cosa ne era stato di lei? L’ansia gli stringeva il cuore come una tenaglia, il respiro si fece affannoso e un brivido gli attraversò la schiena. Scese dal letto e cercò di fare qualche passo reggendosi all’asta della flebo, ma la testa gli girava ancora. Da quanto tempo era lì dentro? Chiuse gli occhi e si concentrò sulla respirazione e sul battito cardiaco, perché tornassero regolari. Calmo. Doveva restare calmo. Mettere da parte l’impulsività, e ragionare.
Si guardò nuovamente il fianco. La ferita era guarita; non era profonda, non avevano colpito per ucciderlo. Dovevano averlo curato con un rigeneratore cutaneo, perché tutto ciò che restava era una tenue e quasi impercettibile cicatrice. Lasciò l’asta e fece i pochi passi che lo separavano dal bagno. Cercò a tentoni gli interruttori, accese la piccola lampada accanto allo specchio e aprì il rubinetto della doccia. Si gettò sotto l’acqua e sentì le forze che gradualmente ritornavano, mentre il mal di testa svaniva. Dopo pochi minuti uscì dal bagno e riprese a guardarsi intorno; i sensi, ormai completamente risvegliati, erano all’erta. Spostò lo sguardo sulla porta della stanza. Di sicuro all’esterno c’erano dei soldati di guardia. Doveva assolutamente sapere cosa ne era stato di Aphrodia. E di Leya e della dottoressa Queenstein. Erano lì da qualche parte, prigioniere anche loro? C’era un solo modo per scoprirlo.
Indossò i suoi vestiti, che erano stati ripiegati su una sedia accanto al letto, e gli anfibi. Nessuna traccia del suo fucile laser e della pistola, ma se lo aspettava. Non perse tempo a controllare se sul mobiletto dei medicinali ci fossero oggetti che avrebbe potuto usare come arma di fortuna. Sicuramente i suoi nemici erano stati ben attenti a non lasciare nulla.
Batté con forza il pugno sull’acciaio della porta. “Ehi, c’è qualcuno lì fuori?”. Sentì i brevi suoni del codice numerico che veniva digitato sulla tastiera di sicurezza, prima che la pesante porta blindata si aprisse.
Marin sbatté le palpebre, abbagliato per un attimo dalle forti luci del corridoio, poi guardò con un sorriso ironico i quattro soldati che erano all’esterno, i fucili laser puntati contro di lui. “Salve ragazzi, credo che Gattler mi stia aspettando. Sareste così gentili da scortarmi da lui?”.
Senza parlare, i soldati gli fecero cenno di seguirlo. Due si misero davanti a Marin, gli altri due alle spalle, tenendolo costantemente sotto tiro mentre lasciavano il reparto medico avviandosi verso gli appartamenti reali.
*****
Seduto sulla poltrona e con gli occhi che sembravano fissare il vuoto, Gattler ascoltava in silenzio il rapporto dettagliato di Marbas.
Lo avevano tenuto costantemente aggiornato fino al termine della missione, quando aveva saputo della cattura di Marin, ma aveva voluto attendere che il Gran Comandante presentasse il rapporto ufficiale completo, alla luce di tutti i resoconti dei soldati superstiti. Era stato chiaro: voleva che ogni dettaglio fosse riportato con cura, anche quello apparentemente più insignificante.
Dentro di lui si agitavano sentimenti contrastanti, e si sforzava di reprimere la rabbia per poter ragionare con lucidità. L’obiettivo principale era stato mancato, Aphrodia era ancora libera e le perdite erano state ingenti, ma avevano preso Marin e quindi la missione non poteva essere considerata un fallimento. La verità, però, era che da questo momento le cose sarebbero diventate più complicate. Maledettamente complicate. C’era una domanda, su tutte le altre, che esigeva una risposta, e da quella risposta dipendeva la sua prossima mossa. Gli occhi penetranti di Gattler si fissarono su Marbas.
Il Gran Comandante sostenne lo sguardo del dittatore. Aveva già intuito quale fosse l’interrogativo che agitava la mente di Gattler, perché era lo stesso che si era impossessato della sua non appena avuta la notizia della cattura di Marin Reigan.
“Se Marin era al faro, e quindi non si è mai separato da Aphrodia, chi c’era sul Pulser Burn?”.
“Me lo sono chiesto anch’io Vostra Altezza”, replicò Marbas. Gattler lo invitò a sedere e suonò il campanello per chiamare l’attendente e far servire il vino.
Non appena entrambi sollevarono i calici, Marbas continuò: “La pattuglia che aveva effettuato il sopralluogo prima della missione non aveva segnalato nulla di anomalo, quindi deve trattarsi di qualcuno giunto al loro rifugio in un momento successivo, e che per puro caso si trovava lì all’arrivo dei nostri reparti speciali. Una volta capito cosa stava per succedere, avranno tentato un diversivo per ingannarli. Mi rincresce ammetterlo, ma mai avrei potuto pensare che…”.
Gattler lo interruppe con un gesto stizzito. “Sì, ma il punto ora è capire chi fosse questo qualcuno, Marbas. Il Pulser Burn è un velivolo inter dimensionale speciale, progettato e costruito dal Professor Reigan e poi modificato dai Blue Fixer per essere il componente principale del Baldios. A parte Marin, chi potrebbe essere in grado di pilotarlo? Di sicuro deve essere qualcuno di S1, e di sicuro è un militare della nostra Armata. E questo lo prova il fatto che la navicella su cui Marin e Aphrodia sono fuggiti verso la dimensione temporale terrestre è una delle nostre, che questa persona ha lasciato a loro per sostituirsi a Reigan e depistarci!”.
Gattler si rese conto di aver alzato la voce, stava quasi urlando ma non se ne curò. “Questo maledetto qualcuno ha capacità e addestramento fuori dal comune. Ha distrutto da solo quasi un’intera squadriglia dei reparti speciali, accidenti! E poi, a quanto emerge dal rapporto, doveva esserci ancora un’altra persona al faro, a sparare con quel dannato cannone antiaereo!”.
Posò con violenza il calice, rischiando di romperlo. Parte del vino fuoriuscì dal bicchiere, riempiendo il tavolino di schizzi. Abbassò la voce sforzandosi di ritrovare la calma, ma la rabbia repressa era tradita dal tamburellare nervoso delle dita sul bracciolo della poltrona. “Le cose per noi adesso diventano estremamente difficili, Marbas. Aphrodia si sarà nascosta chissà dove e anche senza Marin ha il supporto di complici che le guardano le spalle. Chi sono? Dubito che i terrestri la proteggano, per loro è una criminale di guerra, e Marin ha evidentemente abbandonato i Blue Fixer per nascondersi con lei. Per tutti è ormai un traditore. Rimane solo un’opzione…”.
Marbas era rimasto con il bicchiere a mezz’aria. Lo posò sul tavolino con circospezione, come se bruciasse, mentre sollevava lo sguardo per incontrare quello glaciale di Gattler. Avevano trovato in parte la risposta.
“Altezza, state pensando a… alla Resistenza Interna?”. “Chi altro, Marbas?”. Il Gran Comandante riprese il bicchiere tra le dita e bevve un sorso, fingendosi pensieroso. “Sì Conducator, avete ragione”, convenne.
In realtà, Marbas aveva già intuito tutto molto prima di presentarsi da Gattler. Quando aveva ricevuto il rapporto preliminare del Controllo Missione, con i dati trasmessi in automatico dai radar dei singoli velivoli della squadriglia, uniti a tutte le comunicazioni tra i piloti, lo aveva analizzato attentamente per ricostruire la dinamica dei combattimenti. Quelle manovre così azzardate e quell’abilità avevano una sola firma. Un nome che lui conosceva benissimo.
“Abbiamo commesso la leggerezza di abbassare la guardia contro di loro, quando il conflitto con i terrestri si è complicato, e quei maledetti ne hanno approfittato per rialzare la testa”, sentenziò Marbas ricorrendo cautamente ad un plurale generico, ma riteneva unica responsabile l’odiata Aphrodia. Totalmente impegnata nella guerra o almeno così lei sosteneva, aveva presto ammorbidito la sua posizione nei confronti dei dissidenti, a tal punto da sospendere le esecuzioni nonostante la pena di morte in vigore, e ignorare quasi del tutto le loro attività clandestine. Marbas si era trattenuto dal nominarla per non irritare Gattler più di quanto già non lo fosse.
“Voglio un nome, Marbas. Voglio sapere di chi si tratta”. “Certamente, Conducator. Inizierò a controllare oggi stesso tutti i rapporti e la documentazione sulla Resistenza. Con il vostro permesso…”, disse alzandosi e inchinandosi, attendendo il cenno di assenso per congedarsi.
Dopo che Marbas fu uscito, l’attendente si avvicinò con discrezione a ritirare il calice dell’ospite e a ripulire il tavolino, mentre Gattler si versava dell’altro vino. In quell’istante si udirono delle voci provenire dall’anticamera. Le sentinelle della Guardia Privata dovevano aver ammesso qualcuno all’interno. Gattler però non ricordava di aver concesso o richiesto altre udienze. Chiese conferma all’attendente. “No Vostra Altezza, la riunione con il Gran Comandante era l’ultima. Vado a controllare di cosa si tratta; se non è nulla di urgente darò disposizioni affinché tornino in un altro momento”.
Entrando nell’anticamera, Arno si trovò davanti due soldati; ne notò altri due, più indietro, che tenevano le armi puntate verso un uomo al centro del gruppo, con tutta evidenza un prigioniero. Lo sguardo di Arno si concentrò su di lui. Tra gli stucchi dorati e i velluti rossi della piccola sala, quella macchia scura attirava l’attenzione come un magnete. Indossava pantaloni cargo neri, anfibi militari e una maglietta sportiva grigia bagnata sulle spalle, dove ricadevano i lunghi capelli corvini umidi e gocciolanti acqua. Gli occhi erano blu. Il blu più profondo che Arno avesse mai visto. Il blu che in passato apparteneva al mare di S1.
Addestrato a non tradire la minima emozione, rimase imperturbabile e indifferente. Ricordò che Gattler aveva dato ordine che Marin Reigan fosse condotto subito da lui, non appena avesse ripreso conoscenza. Si rivolse al più alto in grado tra i soldati. “Aspettate. Avviso immediatamente Sua Altezza che il prigioniero è qui”.
*****
Tornato nel suo appartamento, Marbas gettò le copie del rapporto sulla scrivania nello studio e spalancò la porta della camera da letto. Scalciò per sfilare più velocemente gli stivali, gettò il cappello sull’appendiabiti e si lasciò cadere sul letto, le mani intrecciate dietro la testa. Sbuffò. “Maledetta Resistenza! Proprio loro… Non ci voleva!”, sibilò a denti stretti. Ne conosceva la storia molto bene, forse persino meglio dello stesso Gattler.
Agli inizi era una semplice corrente di pensiero che raggruppava alti ufficiali dell’esercito contrari all’invasione della Terra. Vicini al movimento pacifista e sostenuti dalla maggioranza degli intellettuali dell’Impero, erano personaggi influenti nell’Armata Aldebaran. Essendo a favore della collaborazione fra militari e scienziati per decontaminare S1, si scontravano apertamente con la fazione opposta, i militaristi e nazionalisti che sostenevano l’idea di Gattler di abbandonare S1 alla volta di un nuovo pianeta da conquistare. Dopo il colpo di stato e la decisione di invadere la Terra, il movimento era stato perseguitato e represso dal nuovo dittatore. Con l’istituzione della pena di morte da parte di Aphrodia, nominata Gran Comandante da Gattler, alcuni dei leader erano stati giustiziati o imprigionati con l’accusa di tradimento. Ma questo non aveva fermato la Resistenza, che al contrario si era estesa e rafforzata anche al di fuori dalla cerchia degli ufficiali, arrivando ad includere molti sottufficiali e semplici soldati, in tutti i settori dell’esercito. Nuovi comandanti avevano sostituito i leader assassinati, ma le loro identità erano rimaste segrete, trasformando il movimento in una rete clandestina ben organizzata e abilmente nascosta nelle fila dell’esercito regolare.
Il nome di Resistenza Interna era stato coniato per distinguerlo da un analogo movimento civile, nato fra la popolazione che aveva scelto di restare su S1.
Seguendo la sua smisurata ambizione, Marbas era riuscito a nascondersi dietro alla Resistenza per tessere le sue trame nell’ombra, organizzando un attentato per uccidere Gattler durante l’anniversario della presa del potere (1). Quando il tentativo era stato sventato, non si era fatto scrupoli a far eliminare i complici che avrebbero potuto consentire di risalire a lui, riuscendo a tenersi al di fuori di ogni sospetto.
Consapevole che il gioco era estremamente pericoloso, dopo il fallimento aveva messo da parte le sue ambizioni per un po’ di tempo, tenendo un basso profilo e attendendo il momento giusto. Ora che la svolta sembrava essere arrivata, il destino lo stava nuovamente gettando tra due fuochi.
Estrasse un tablet dal cassetto del comodino e lo accese. Lo schermo si illuminò, riempiendosi di icone e cartelle. Trovò subito quella che gli interessava e cliccò per aprirla. Conteneva le schedeinformative dettagliate di due ufficiali, entrambi sospettati di far parte della Resistenza.
La prima era quella del Maggiore Rhaalf Levers Gozen, il miglior tiratore di tutto l’esercito.
Era l’uomo che nell’attentato doveva sparare a Gattler. Era stato un compagno di Aphrodia al corso per ufficiali dell’Accademia Militare, e se l’azione avesse avuto successo questo dettaglio avrebbe consentito a Marbas di generare sospetti e accusare la stessa Comandante. Quando Aphrodia intervenne a impedire l’uccisione del Conducator, due complici di Marbas presenti nella tribuna degli Alti Comandi militari uccisero Rhaalf per evitare che parlasse. Fu poi Aphrodia ad eliminare i due uomini, con gran soddisfazione di Marbas. Come aveva calcolato, l’attentato fu considerato opera della sola Resistenza Interna.
La seconda scheda recava il nome della sorella di quell’uomo. Colonnello Leya Levers Gozen.
Arruolatasi insieme al fratello, anche lei aveva frequentato lo stesso corso di Aphrodia. Leggere la sua scheda provocava a Marbas ogni volta un gran mal di testa. Non c’era disciplina militare che non padroneggiasse alla perfezione, era cintura nera di svariate arti marziali e in grado di utilizzare qualsiasi tipo di arma. Esperta di esplosivi e di tecniche di combattimento, per un breve periodo della sua carriera era stata anche istruttrice nell’Accademia stessa.
Non che il curriculum di suo fratello o quello di Aphrodia fosseromeno impressionanti; a guardare bene erano simili, negli anni dell’addestramento figuravano anche loro tra i migliori allievi ufficiali. Ma Leya aveva qualcosa di diverso, un quid che agli altri mancava e che non era sfuggito agli istruttori: un’attitudine naturale e innata per il combattimento. Sembrava venuta al mondo per essere una guerriera, come se il suo corpo si fondesse fino a diventare tutt’uno con l’arma che impugnava in quell’istante. O con il mezzo che pilotava. Perché quella donna era anche fra i migliori piloti dell’aviazione di S1.
C’era lei sul Pulser Burn, Marbas ci avrebbe scommesso qualunque cosa, come sul fatto che fosse divenuta una dei leader della Resistenza dopo la cattura e la prigionia di colui che era considerato il suo mentore, il Colonnello Karos Jagelhorn.
Sapeva inoltre che Leya non aveva mai rinunciato a cercare chi aveva usato la Resistenza per i propri scopi, ingannando suo fratello e causandone l’assassinio. Se lo avesse scoperto, a lui non sarebbe rimasto altro che un macabro indovinello: quale arma avrebbe scelto, per ucciderlo?
Quanto a Gattler, il Conducator non avrebbe certo riservato una sorte diversa al mandante dell’attentato ai suoi danni.
Marbas aveva la sensazione di camminare sul bordo di un vulcano pronto a esplodere. Da una parte il fianco scosceso della montagna, i dirupi e le rocce taglienti. Dall’altra il cratere e la lava bollente. Perdere l’equilibrio e cadere significava morte certa. “Dovrò essere cauto. Molto cauto”, mormorò fra sé. Si accorse di essere fradicio di sudore. Spense il tablet, lo ripose nel cassetto e si spogliò della divisa, poi si preparò un bagno caldo. Aveva bisogno di riflettere.
*****
Gattler, in piedi davanti alla grande vetrata dietro alla sua scrivania, osservava lo spazio infinito all’esterno dell’astronave. Il senso di frustrazione non lo abbandonava, e il pensiero che da un momento all’altro si sarebbe ritrovato di fronte a Marin stava richiamando in superficie la rabbia che gli ribolliva nel profondo. Era furioso come un segugio a cui era stata sottratta la preda. Aveva immaginato quel momento in modo totalmente diverso. Il momento della sua vendetta. Ristabilire l’ordine. Possedere Aphrodia davanti a Marin e poi ucciderlo. E lei sarebbe stata sua per sempre.
Ora le carte in tavola erano cambiate, ma Gattler non disperava di riuscire comunque nel suo intento. Doveva solo capire cosa nascondevano quelle ancora coperte. Inutile sperare che Marin gli svelasse qualcosa. Iniziava a pensare che forse avrebbe dovuto evitare quell’incontro, ma non poteva rimangiarsi l’ordine che aveva dato al momento della cattura.
L’attendente, dopo avergli comunicato che il prigioniero era nell’anticamera, era rimasto immobile, paziente e silenzioso ad aspettare l’ordine del dittatore. Gattler cercò di smorzare il tumulto che lo agitava continuando a fissare il buio del cosmo, le strane forme delle nebulose in lontananza, e gli ammassi stellari brillanti e remoti che lo popolavano. Dopo pochi istanti che sembrarono un’eternità, si girò e avanzò verso l’uomo. “Fatelo entrare. E mandate via i soldati”.
Arno spalancò la porta e si rivolse ai militari della scorta armata, comunicandogli che potevano lasciare gli appartamenti reali. Non appena i quattro si allontanarono fece cenno a Marin diaccomodarsi, e si ritirò nella stanza di servizio.
“Scusa l’abbigliamento poco consono, ma… come saprai, abbiamo dovuto lasciare S1 di corsa”, ironizzò Marin, lo sguardo cupo e tagliente.
“Risparmiami il tuo sarcasmo”, ribatté Gattler voltandogli le spalle. Avvertì una fitta al ventre. Come se la ferita avesse ripreso a bruciare, riaperta da quel plurale. Abbiamo. Strinse i pugni per scacciare dalla mente l’immagine di Marin che prendeva in braccio Aphrodia e la portava via con sé.
Marin lo provocò apertamente. “Che cosa vuoi? Perché sei tornato? Non sei riuscito a trovare un altro pianeta da distruggere?”.
Gattler si voltò di scatto, incapace di trattenere la collera. Si gettò su Marin agguantandolo con ambedue le mani per la maglietta e lo scaraventò sullo scrittoio. La mano destra lasciò per un attimo la presa, ma fu solo per spostarsi sulla gola, e stringerla in una morsa d’acciaio. “Voglio quello che è mio”, sibilò tra i denti, rabbioso.
Marin gli afferrò il polso per allentare la stretta quanto gli bastava per riprendere fiato. Incollò i suoi occhi a quelli di Gattler, scavandogli dentro fino a dissotterrare quel pozzo di infernale acqua nera che era la sua anima, per cogliervi la minima increspatura. “Quello che è… tuo?”. Scandì lentamente le parole. Nel blu delle sue iridi balenò una scintilla. Aveva saputo quello che voleva. Aphrodia non era lì.
“Non c’è mai stato nulla di tuo, Gattler. Nulla tranne la tua smania di possesso”. Marin riuscì a sollevare il ginocchio, spingendolo con forza contro l’addome del rivale per sbilanciarlo, e lo costrinse a mollare la presa. I gemiti di dolore gli fecero capire di averlo colpito nel punto in cui Aphrodia gli aveva sparato. Si rialzò, allontanandolo da sé con uno spintone. “Non riavrai mai Aphrodia! Perché lei non ti appartiene, come non appartiene a me o a nessun altro. L’amore non è possesso, Gattler, ma tu questo non lo hai mai capito e non lo capirai mai. Aphrodia adesso è finalmente libera, e io mi farò ammazzare piuttosto che permetterti di avvicinarti ancora a lei! Tu desideri solo vendetta. La vendetta di chi uccide o distrugge ciò che non può avere. Come hai fatto con la Terra. Un pianeta che non ti apparteneva e che non ti sei fatto scrupoli a devastare, spazzando via le vite di milioni di persone, sacrificate sull’altare della tua ambizione. Ah, già… tu sei quello che si crede Dio”. Marin continuava, implacabile e sprezzante, a guardare dritto negli occhi di Gattler. “Beh, lascia che ti dica una cosa: non lo sei. Tu non sei altro che un miserabile!”.
Il dittatore rimase in silenzio, il respiro ansante. L’ondata di furia che lo aveva travolto non lo abbandonava. Tentò di colpire Marin con un pugno, ma l’altro lo schivò agilmente, senza provare a colpirlo a sua volta. “Giuro che la pagherai, Reigan!”. “Sono qui”, replicò Marin allargando platealmente le braccia, “non ho paura di morire”. Gattler si sforzò di calmarsi. Doveva porre subito fine a quel duello. Si ricompose, sedendosi sulla poltrona accanto al tavolino. Il calice di vino era pieno ancora per metà, e lo vuotò in unico sorso. Chiamò l’attendente.
“Portatelo via”, ordinò non appena Arno comparve sulla soglia. Poi si rivolse a Marin. “Troverò Aphrodia e vi ucciderò entrambi, fosse l’ultima cosa che farò! Fino a quel momento resterai mio… ospite”.
Pochi minuti dopo, Arno percorreva i corridoi della nave fino al reparto di detenzione, seguito da Marin e dai soldati che lo tenevano sotto tiro. Gattler aveva dato disposizioni affinché la sorveglianza fosse aumenta: la porta della cella doveva essere piantonata giorno e notte da quattro soldati. Come addetto della Guardia Privata, era dovere di Arno assicurarsi che gli ordini fossero rispettati.
L’attendente precedette Marin all’interno della stanza. “Avete fame? Gradite qualcosa da mangiare?”. Marin sembrò ricordare in quel momento che non mangiava da almeno ventiquattro ore, forse di più. Aveva perso la cognizione del tempo. Annuì.
Arno lasciò la cella per ritornarvi poco dopo, portando un vassoio con cibo e bevande. Senza dire nulla, lo appoggiò sul tavolo e si congedò con un cenno del capo. Prima che la porta si richiudesse alle sue spalle si voltò, e per un attimo brevissimo i suoi occhi si spostarono sul vassoio per poi incrociare quelli di Marin, che era sdraiato sul letto. Una frazione di secondo talmente impercettibile che Marin si domandò se non lo avesse solo immaginato.
Si alzò dal letto e raggiunse il tavolo. Notò subito la ciotola con il dolce. Un budino. Sulla superficie, forse con una piccola spatola,era stato disegnato un simbolo. Ricordò addosso a chi lo aveva già visto, e sorrise.
(1) Vedi episodio 25 della serie, “Il complotto”





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