top of page

Code name red rose : ultimo capitolo!

  • Immagine del redattore: Alberto Schiavone
    Alberto Schiavone
  • 7 lug 2024
  • Tempo di lettura: 10 min

Cap. 11:  Future in your eyes

 

 

Well, I found a woman, stronger than anyone I know

She shares my dreams, I hope that someday I'll share her home I found a lover, to carry more than just my secretsTo carry love, to carry children of our own

(Ed Sheeran – Perfect)

 

 

Rientrarono alla base, Marin era seduto senza neanche rendersi conto di quanto avveniva intorno a lui.

Raita e Oliver scesero dal Baldios sostenendolo, controllava a stento le gambe.

Le lacrime non avevano ancora smesso di scendere sulle sue guance, si appoggiò con la schiena al robot e strisciando con le spalle si lasciò cadere, sedendosi per terra.

La Queenstein e Faulkner arrivarono di corsa e si inginocchiarono di fianco a lui.

“La mia Aphrodia!”

Queenstein gli accarezzò i capelli come una madre con il figlio.

“Me la pagherà Gattler, lo distruggerò!”

Marin urlava furioso, con un moto di rabbia piantò i pugni per terra.

“Gattler è morto Marin. È finita, questa volta è davvero finita.”

Oliver lo prese per le spalle cercando di scuoterlo: non aveva mai visto il compagno così sconvolto, ma immaginava cosa avesse nel cuore.

Vide Jaime nei pressi e pensò che, se fosse accaduto qualcosa a lei, forse avrebbe reagito allo stesso modo.

La Queenstein continuava a cercare di placarlo. Sotto un certo profilo era sollevata nel vederlo reagire in quel modo.

In due occasioni, al suo arrivo da S-1 e lo scoprire il tradimento di Aphrodia, tenersi tutto dentro lo aveva quasi ucciso.

Raita lo convinse ad alzarsi e Oliver lo sostenne.

Passarono a fianco di Jaime; il suo sguardo incrociò quel viso stremato che non si accorgeva di lei, le sue spalle curve e li guardò avviarsi lungo il corridoio.

Andò a raccogliere il casco di Marin come paralizzata: mille pensieri, un groviglio di sentimenti diversi si accavallavano dentro di lei.

Provava risentimento nei loro confronti, in particolare di Aphrodia.

Da quando quella donna era tornata, Marin non l’aveva quasi guardata, le passava vicino come se fosse trasparente.

Quello che l’aveva mandata in mille pezzi era vedere l’espressione del suo viso; la luce che era comparsa negli occhi di lui quando incrociava lo sguardo di Aphrodia.

Era come se il velo di nebbia che li copriva da sempre si fosse improvvisamente sollevato. Erano così belli, insieme.

Jaime lo amava; lo desiderava dal primo istante in cui lo aveva visto, e ora si rendeva conto di quanto fosse stata infantile, nel cercare di cogliere in ogni piccolo suo gesto dei segnali di interesse verso di lei.

Non l’aveva mai guardata in quel modo, non l’aveva mai cercata come cercava Aphrodia. Non l’aveva mai scrutata così a fondo per cercare di capire cosa pensasse o cosa provasse.

Quello era Marin innamorato, anni luce lontano da come lo conosceva lei.

Un pensiero che le diede un dolore immenso.

Era capace di provare ancora rancore, dopo quello che era successo?

Se così era, forse era lei, a non amarlo. Il suo era un sentimento piccolo, egoista, voleva lui, senza volere il suo bene.

No, lei non era così. In fondo sapeva che le cose erano diverse.

Quel dramma, che aveva visto consumarsi davanti ai suoi occhi, era troppo per lei, non sapeva come affrontare un dolore così grande. Vedere il viso di Marin trasformato in quel modo, andava al di là delle sue forze.

Aveva invidiato la Queenstein.

Marin si era appoggiato a lei, in cerca di conforto, e maternamente lei aveva cercato di tranquillizzarlo.

Jaime si avviò tristemente verso l’infermeria. Marin era da solo, steso sul lettino, sembrava addormentato; probabilmente Queenstein lo aveva sedato.

Entrò e si avvicinò in silenzio.

I suoi lineamenti erano nuovamente rilassati, era il viso che conosceva.

Non era bella come Aphrodia, probabilmente non aveva nemmeno la sua cultura, la sua eleganza.

Certamente, e per fortuna, non aveva alle spalle una storia drammatica come quella diAphrodia.

Marin non si era innamorato ancora di lei e non la guardava come guardava Aphrodia.

Ma Aphrodia non c’era più.

Aveva tempo. E lo avrebbe usato bene.

Lo baciò sulla fronte, e si sedette accanto a lui, aspettando che si svegliasse.

Molte ore dopo, Marin si svegliò. “Jaime.”

Nel suo tono di voce c’era sorpresa. Jaime lo guardò speranzosa.“Come stai?”“Meglio grazie.”“No, Marin, voglio sapere come stai davvero.”

Già lo conosceva fin troppo bene. Con lei non era possibile mentire.

“Jaime grazie per esserti preoccupata per me, ma sto bene.”

Strinse i pugni e una lacrima gli rigò la guancia.“Non volevo farti piangere, perdonami.”

Jaime si avvicinò a lui, incerta se abbracciarlo o meno.

Marin la fissò attraverso lo strato di lacrime che gli riempie quei suoi occhi azzurri limpidi come il cielo d'estate.Jaime lo abbracciò stringendolo più forte che poteva, voleva che sentisse che lei c’era. Per un momento, si aggrappò a lei scosso dai singhiozzi per poi liberare entrambi. “Mi dispiace.”“E' tutto a posto, ne avevi bisogno.”

Jaime sorrise accarezzandogli il braccio.“E' in un posto migliore adesso, non devi essere triste per lei.”

Marin la fissò gelido.“Lei era tutto era tutto quello che avevo e adesso che lei non c'è più io non ho più niente. Sono solo e sempre lo resterò. Tu hai Oliver, Raita, la dottoressa. Loro sono la tua famiglia.tutti hanno qualcuno da cui tornare, qualcuno che si preoccupa per loro. Aphrodia era la cosa più preziosa della mia vita, non ho mai amato nessuno come lei.”Quelle parole la bloccarono, non riusciva nemmeno a pensare.

Non voleva fargli del male, desiderava soltanto fargli sapere che era presente e non era solo come pensava.

“Sei una persona stupenda Marin, e non sei solo. Questa base è la tua famiglia, noi tutti ti vogliamo bene e sai che puoi contare su me per qualsiasi cosa.”

Marin la guardò, gli occhi lucidi e arrossati.“Grazie, ma nessuno di voi potrà mai prendere il posto di Aphrodia.”

Le parole gli morirono in bocca, strinse i pugni e li batté sul letto cercando di dominare i suoi sentimenti, quando la Queenstein entrò nella stanza.

“Marin vorrei scambiare due parole in privato con te.”

Jaime si ritirò, adesso solo lui e la Dottoressa dividevano quella stanza.

Marin la guardò, le braccia muscolose allungate e abbandonate sul letto come se fossero strane appendici di un corpo che non gli apparteneva più.

Queenstein non perse tempo in preamboli.

“Lei ha donato la sua vita per tutti noi, distraendo Gattler il tempo necessario perché fuggissimo da là.”

Marin annuì.

“Lei è l’unica persona per cui avrei dato la vita, l'unica di cui mi importi davvero, l'unica che ho amato e che amo. Senza di lei la mia vita è vuota, io sono vuoto.”

Poi alzò la testa, sul suo volto una maschera di determinazione.

“Perché non l’avete fermata Dottoressa? Perché?”

Queenstein lo fissò duramente.

“E’ questo che ti rode? Sapere perché Aphrodia non avrebbe mai rispettato un ordine diverso?”

Al cenno di assenso di Marin, gli rispose pacatamente.

“Il mio lavoro è quello di cercare di organizzare ogni possibile risultato di una strategia, prevenendo quelli che ci potrebbero costare la guerra e quelli che ci potranno condurre al successo. Ma anche le strategie più perfette non possono giungere ai vertici dell’animo umano. Aphrodia ti amava oltre ogni ragionevole dubbio. E tu lo sai, altrimenti non avresti tentato di seguirla in un abisso simile.”

Repentinamente si alzò, fronteggiando Queenstein, come animato da una energia improvvisa.

“Landauer ci ha uniti prima della battaglia. Non mi fermerò davanti a nulla per ritrovare la mia sposa. A costo di cercarla da solo.”

Queenstein scosse il capo incredula.

“Marin.”

Il giovane la guardò dritta negli occhi.

“Sapevamo entrambi che uno di noi o tutti e due potevamo non tornare vivi. I’m hers and he is mine, I’m his and she is mine until the end of the time. Questo ci siamo promessi e adesso nulla mi impedirà di trovarla.”

Oliver, entrato nella stanza, rispose al posto della Queenstein.

“No Marin, tu sei a riposo, quindi non pensarci neanche, senza contare che non ti potrebbe piacere quello che eventualmente si dovesse trovare.”

Il giovane strinse i pugni.

“Quando Aphrodia è scivolata in mare è stato ricevuto un breve segnale dal suo trasponder. Tuttavia, è stato perso quasi immediatamente. Probabilmente deve essersi danneggiato nella caduta. Abbiamo comunque una mappa delle correnti sottomarine e circoscritto il perimetro. Ti riporteremo la tua Aphrodia. Te lo prometto.”

Marin annuì e Oliver lo abbracciò mentre la Queenstein si sentì di troppo in quella stanza. Stringendogli una mano affettuosamente, uscì pregando tra sé che Marin potesse trovare la forza di superare un dolore che lo stava uccidendo.

Rientrata nei suoi alloggi, aprì meticolosamente il suo portatile, creando un nuovo file e lo riempì con i suoi pensieri sparsi.

Un’ora dopo guardò lo schermo, scivolando lungo la pagina, selezionando le frasi.  

“Chi pensavo di essere? Il Fato? Mi chiamano la stratega, un termine di scherno o dispregiativo. Tuttavia, è quel che sono, il comandante Bannister ha sacrificato la sua vita per i suoi ideali e ora il Colonnello Landauer e Aphrodia. Avrei dovuto sapere che non avrebbe mai lasciato Marin affrontare Gattler da solo. Mi chiamano la stratega, ma oggi le strategie non sono servite a nulla.”

Chiuse il computer, appoggiando i gomiti sulla scrivania, prendendosi il volto tra le mani.

Nascosta dietro la porta dell’infermeria, Jaime tremava, incapace di trattenere le lacrime.

Non poteva credere che Marin avesse davvero sposato quella donna.

Quella scoperta la gettò nello sconforto più nero.

L’aveva perso, definitivamente.

Ore più tardi Oliver entrò nella sala del computer centrale dove trovò Marin addormentato su una consolle. Gli mise una mano sulla spalla.

“Devi amarla davvero tanto amico mio.”

Aveva ignorato tutto e tutti impiegando tutte le risorse che possedeva, intimamente attaccato ad un sogno forse, pur di non far emergere il dolore insopportabile che covava dentro di sé.

“Marin, svegliati. Marin…”

Lo svegliò scuotendolo piano, Marin riaprì gli occhi smarrito, poi mise a fuoco l’amico.

“Oliver.”

“Forse l’abbiamo trovata. I rilevatori satellitari hanno ricevuto un segnale simile ai trasponder dei ribelli di S-1.”

Marin scattò dalla sedia, prendendo l’amico per le braccia.

“Sei sicuro Oliver?”

“Non ti posso garantire che sia viva, ma quel che ti posso giurare è che andremo a verificare, insieme.”

“E non pensate di andare soli, voi due!”

Il vocione di Raita irruppe nella stanza.

“Oliver, Raita grazie, amici miei!”

Era notte fonda quando il rombo dei motori del Baldios in decollo scosse la base fino alle fondamenta per poi volare verso il punto indicato dal satellite, nel quadrante in cui si era svolta la battaglia situato nell’Oceano Pacifico.

Atterrarono su di un atollo di un gruppo di isole nelle vicinanze e, con un gommone, si avvicinarono ad un’isola seguendo la traccia radar.

Giunsero in un villaggio di pescatori; Marin mostrò una foto di Aphrodia al capovillaggio, il quale gli disse di seguirlo in una delle case.

Era priva di conoscenza, ferita e contusa da tutte le parti, ma viva.

“Aphrodia.”

La prese tra le braccia e la cullò delicatamente tentando di svegliarla. Stringerla a sé, fucome tornare a vivere.

La baciò con ardore ed urgenza, sentendosi nuovamente completo.

Era notte quando Aphrodia riprese conoscenza lentamente, guardandosi intorno. Sentiva le membra pesanti come macigni e il dolore alla testa era lancinante.

Oltre a ciò, provava un senso di nausea spiccato.

Non ci mise molto a capire che non era sola, il leggero rumore di un respiro le fecero capire che qualcuno stava dormendo accanto a lei.

Una mano stringeva la sua e quella presa poteva essere solo di un uomo. Il suo uomo.

“Marin.”

Lui alzò il capo improvvisamente, incontrando i suoi occhi. Era finalmente sveglia.

“Aphrodia.”

La prese tra le braccia stringendola a sé quando lei cercò di alleggerire la sua presa. Un unico pensiero nella sua mente.

“Marin, il nostro bambino?”

Lui annuì.

“E’ qui con noi. Lo stai già temprando che è ancora nel tuo grembo.”

Lei accennò ad un sorriso guardandosi la mano tagliata e medicata.

“Lo rifarei altre cento volte pur di salvarvi.”

“Non sarà più necessario. È finita, siamo liberi Aphrodia.”

Erano liberi, liberi dai fantasmi, liberi di potersi finalmente amare alla luce del sole.

“Ti ho detto che ti amo?”

Lei lo guardò emozionata.

“Veramente no.”

Lui la fissò sereno.

“Ti amo.”

Oliver e Raita rimasero con loro qualche giorno; entrambi concordavano sul fatto che lei non fosse ancora in condizione di viaggiare e proposero ai due di restare al villaggio.

Sarebbero venuti a prenderli non appena Aphrodia fosse stata meglio e non avessero predisposto una strategia per evitarle l’arresto.

Il capovillaggio fu felice di concedere loro un piccolo loft sulla spiaggia, un po’ defilato rispetto al villaggio, per permettere ad Aphrodia di riprendersi completamente.

Marin la portò tra le braccia sulla spiaggia nella luce del tramonto.

Era così vicino, come mai prima di allora.

La risacca del mare e il colore del tramonto permisero ai sensi di entrambi di concentrarsi su loro soltanto, ogni percezione era amplificata: il suono del respiro nelle orecchie, l’odore della pelle, il calore del corpo.

Una mano incerta a sfiorarle la schiena mentre si liberavano di tutto ciò che si frapponeva tra loro.

Aphrodia lo strinse a sé, fissandolo negli occhi come mai aveva potuto fare veramente.

In un sorriso appena accennato, tutta la complicità da sempre desiderata, ed il calore della condivisione.

Chiuse gli occhi e lo cercò con le labbra, alzandosi sulle punte dei piedi, in cambio lui la avvolse in un abbraccio ad accoglierla, restituendole il bacio, che diventò man mano più profondo.

Marin le sfiorò la fronte cercandola di nuovo: un lieve tocco con la punta del naso e le labbra arrivarono ancora a sfiorarsi appena.

Giocavano, lei si ritrasse, lo scambio di uno sguardo che durò un secondo.

I loro cuori, ora così vicini, battevano all’unisono.

Aphrodia gli strinse le spalle, accarezzandogli la schiena, affondò il viso nei suoi capelli, nel suo petto, che sembra marmo, e profumava di uomo. Del suo uomo.

Nessun ricordo, nessuna sensazione che apparteneva al passato: lo spazio era tutto per quel viso, dai lineamenti freschi e dagli occhi dolci, che aveva sempre avuto nel cuore.

“Fermami quando vuoi”

Aphrodia lo attirò sopra di sé.

Non lo avrebbe fermato; quante volte lo aveva immaginato, stesa sul letto nella penombra della sua stanza, accanto a sé e si era data della stupida.

Voleva di nuovo quel sorriso, lo ottenne e fu subito unione, perché era la necessità di entrambi, il contatto di tutto il corpo.

Si affidò alle sue carezze ed alle sue esplorazioni, seguendo il ritmo dei movimenti del suo corpo, completamente avvolta dalla sua pelle.

Non aveva mai desiderato tanto, non aveva mai amato tanto, non si era mai sentita tanto donna.

“Amami Marin.”

 

 

 

 

 

 

 

E siamo ai saluti.

Grazie a tutti coloro che hanno riservato un po’ del loro tempo per leggere questa mia fanfic, alle ragazze che hanno commentato ogni capitolo con calore.

Un grazie enorme alle amiche di penna Alisa Faye e Catia Raflesia Solida per il loro incoraggiamento.

E soprattutto, un GRAZIE di cuore a colui che ha permesso di realizzare questo appuntamento narrativo: Alberto Schiavone, il Kom del Baldios Fandom.

 

Debora

 



Commenti


Post: Blog2_Post

Modulo di iscrizione

Il modulo è stato inviato!

©2024 di BALDIOS. Creato con Wix.com

bottom of page