IL RISVEGLIO DELLA SPERANZA Cap. 5
- Alberto Schiavone
- 27 lug 2024
- Tempo di lettura: 15 min

Cap. 5
Marin teneva d’occhio le immagini trasmesse dal circuito di sorveglianza. In piedi, immobile davanti ai monitor, impugnava saldamente un fucile laser; la pistola era nella fondina, allacciata ai fianchi. Il ritmo irregolare del respiro e i muscoli tesi tradivanol’agitazione nel suo cuore. Lo sconvolgimento portato dall’arrivo della dottoressa Queenstein, e dalla scoperta che i progetti di suo padre non erano andati perduti, si era presto trasformato in una nuova ragione per combattere: esisteva una possibilità, per la Terra e per S1, di tornare a vivere. Stavolta Aphrodia sarebbe stata al suo fianco, e lui era pronto a difenderla ad ogni costo. E poi c’era Leya. Conosceva quella donna dai bizzarri capelli viola da poco meno di un paio d’ore, e già provava per lei un profondo rispetto. Le squadriglie dell’Armata Aldebaran sarebbero arrivatesu S1 da un momento all’altro per catturare Aphrodia, e sarebbe stata Leya ad affrontare il pericolo più grande.
Avevano deciso di non abbandonare subito il rifugio; sarebbero fuggiti soltanto dopo l’attacco. Era un rischio enorme, ma anche l’unico modo per non compromettere la rete di spionaggio e l’attività degli informatori della Resistenza, rivelando di avere dei complici nella cerchia più vicina a Gattler. Se volevano tentare il recupero dell’archivio del Comitato Scientifico, il loro supporto sarebbe stato fondamentale.
Hera Queenstein osservava con apprensione Aphrodia, che sembrava ancora scioccata e smarrita. La notizia che Gattler fosseancora vivo, e che la sua vendetta stava per abbattersi su di loro, rischiava di trasformare l’incredulità in panico. Si avvicinòall’armadio delle armi, che Marin aveva lasciato aperto, e la chiamò, porgendole uno dei fucili che erano all’interno. “Questo è meglio che lo prenda tu, io non saprei usarlo. Terrò la mia pistola”. Il contatto con l’arma ebbe l’effetto sperato, risvegliandoin Aphrodia il suo istinto militare: le dita si mosseroautomaticamente, delicate e precise, a controllarne i meccanismi e a caricarlo.
Ritrovarsi quel fucile tra le mani l’aveva richiamata alla realtà, dissipando la confusione in cui era sprofondata. Doveva farsi forza, non poteva cedere alla paura e allo sconforto, non ora. Alzò lo sguardo verso Hera.
“Grazie”, mormorò riconoscente.
Aphrodia si trovava faccia a faccia con lei per la prima volta; quando Marin l’aveva portata alla base Blue Fixer, e la dottoressa l’aveva sottoposta allo scanner encefalico, era sempre rimasta in stato di semi-incoscienza. Le sole immagini che la memoria le restituiva erano poche istantanee sfocate catturate dal suo inconscio quando, per qualche istante, aveva aperto gli occhi durante l’interrogatorio. Nel momento in cui la Queenstein si era liberata della tuta anti radiazioni, al suo ingresso nel bunker, Aphrodia non l’aveva riconosciuta dai tratti del volto, ma daicolori: il biondo dei capelli e il verde degli occhi. Non avrebbe saputo spiegare il perché, ma quell’aspetto così etereo un po’ la intimoriva. A parte il poco che le aveva raccontato Marin, non sapeva quasi nulla di lei. Era un’estranea e fino a pochi giorni prima era stata, di fatto, una nemica, eppure sembrava in grado di leggerle dentro, e di intuire il suo stato d’animo; come Marin, ma allo stesso tempo in modo diverso da lui. Le aveva sorriso, e poco prima aveva preso le sue mani e quelle di Marin tra le proprie per confortarli: fino a quell’istante, Aphrodia non era mai stata consapevole di quanto disperatamente avesse bisogno di simili gesti. Marin si era sempre fidato di quella donna, e Aphrodiasentiva di poter fare lo stesso.
Leya si era allontanata per recarsi nell’hangar a esaminare ilPulser Burn; appena tornata non nascose un sospiro di sollievo,nel vedere Aphrodia maneggiare il fucile con la solita, ritrovata sicurezza. Cercò dapprima lo sguardo di Hera, che la ricambiò con un’occhiata complice, poi quello di Marin. “Il professor Reiganera davvero un genio, il Pulser Burn è un mezzo fantastico!”. Un sorriso dolce e pieno di nostalgia comparve sul volto di Marin al ricordo del padre, smorzando per un attimo l’inquietudine che lo attanagliava. Riportò la sua attenzione ai monitor, mentre Leya gli si affiancava osservando anche lei le immagini trasmesse dal circuito.
All’esterno del bunker sembrava regnare una calma irreale: la luce intermittente del faro, avvolto da una leggera foschia, si irradiava sul mare grigio e increspato dalle onde; la spiaggia deserta eraappena visibile, ai piedi del promontorio. La navicella di Leya era vicina al muro che delimitava i magazzini di servizio del faro, a breve distanza dall’ingresso del rifugio. Uscendo di corsa, l’avrebbero raggiunta in pochi secondi; l’utilizzo delle tute anti radiazioni li avrebbe rallentati. Hera avrebbe dovuto farne a meno.
Per gli abitanti di S1, esporsi a quell’atmosfera radioattiva per un tempo così breve non costituiva un problema. Dopo la catastrofenucleare, soprattutto nell’ultimo secolo, grazie a raffinate tecniche di ingegneria genetica e alla continua ricerca medica, erano statiprodotti farmaci in grado di contrastare alcuni tra gli effetti più nocivi delle radiazioni, come tumori e leucemie; gli stessi medicinali erano stati in seguito potenziati con l’aggiunta di nuove molecole portando così, tramite l’assunzione continuativa, allagraduale modifica del DNA della popolazione. Nel tempo,l’organismo dei nativi di S1 era divenuto sempre più resistentealla radioattività. L’utilizzo delle tute era però ancora necessario per quelle attività, esterne ai bunker, che richiedessero tempistiche medie o lunghe, e il rischio di essere esposti a dosi elevate di radiazioni.
Il plutonio e l’uranio, per via dei tempi di decadimento pressoché infiniti, costituivano il problema primario, ed era stato sulla decontaminazione da questi elementi che si erano concentrate le ricerche dei più grandi scienziati di S1, guidati dal professor Reigan.
Marin aveva già consegnato alla dottoressa Queenstein gran parte delle scorte di farmaci decontaminanti che conservava al rifugio. Oltre a proteggerla dalle conseguenze dell’esposizione durante la fuga, le avrebbero consentito di studiare e riprodurre le sostanze una volta tornata sulla Terra. Le formule erano in una fra lemigliaia di cartelle contenute nell’archivio, dato che le ricerchedel dipartimento farmaceutico stavano proseguendo per rendere quei preparati efficaci anche contro la contaminazione da uranio e plutonio. Tornare in possesso di quei dati significava potercambiare il destino del loro amato pianeta, quale che fosse il nome con cui veniva chiamato.
Ma adesso dovevano fuggire da S1, e trovare un nuovo posto dove rifugiarsi. Temendo per la sorte di Aphrodia, che durante la breve prigionia alla base BFS stava per essere linciata dal personale inferocito, Marin aveva ribadito alla dottoressa Queenstein di non avere alcuna intenzione di recarsi nel rifugio dell’Unione Mondiale, che di fatto era divenuto la loro nuova base. Hera se lo aspettava, e non ne fu sorpresa. “Ti capisco, Marin. Ora la prima cosa da fare è cercare di uscire vivi da qui, e scappare. Ho già in mente un luogo sicuro, dove potrete restare per un po’. Marecuperare la copia dei progetti non sarà facile, anche se abbiamo l’aiuto della Resistenza, e Gattler non rinuncerà mai alla sua vendetta. Non possiamo farcela da soli, e lo sai anche tu. Presto dovremo coinvolgere Oliver, Raita, Jamie e gli altri collaboratori della squadra. Non so ancora come reagiranno, in ogni caso dovremo tentare. C’è un solo modo per riuscire in questa impresa, ed è affrontarla insieme”.
Sentire i nomi dei suoi amici fece sussultare Marin, provocandogli uno spasmo allo stomaco; si rese conto di quanto ne sentisse la mancanza. Ma ricordava anche la loro rabbia, e il disprezzo verso Aphrodia. Cercò lo sguardo della sua compagna. “La dottoressa ha ragione, Marin”. Una lacrima le rigava il volto, ma la voce era ferma e decisa. “Dovete tentare. Io sarei solo un ostacolo. Lasciate che mi uccidano, se lo vorranno. Ma vi prego, eliminate Gattler e salvate la Terra… e S1!”. Marin rimase frastornato a quelle parole. “Ma cosa dici, Aphrodia! No, io non lascerò mai che…”. “Calma! C’è qualcos’altro da considerare”, li interruppe Hera. “Oliver, Jamie e Raita sono all’oscuro di molte cose, Marin; non sanno che Aphrodia ora è dalla nostra parte. E soprattutto, non sanno che esiste la concreta possibilità di non far morire il pianeta. Io e Leyalo sappiamo da poco meno di ventiquattro ore, tu e Aphrodia lo avete appena scoperto. E ne siamo stati travolti a tal punto che ora siamo qui, armati e pronti a rischiare la vita combattendo ancora. Non credi che, una volta che sapranno cosa c’è in gioco, qualcosa possa cambiare anche per loro?”.
Un movimento anomalo e improvviso su uno dei monitor attirò la loro attenzione. La videocamera sul tetto stava trasmettendol’immagine del passaggio di due navicelle dell’Armata Aldebaran. “Avanguardie”, notò Aphrodia. Leya annuì; erano le unità in avanscoperta. Fuori stava calando la sera e la foschia stava diventando più fitta, ma sicuramente avevano già individuato il bunker. A momenti sarebbe comparso il resto della squadriglia.
“Ci siamo”, disse Leya. “Non appena sarò uscita con il PulserBurn, mi saranno addosso. Cercherò di tenerli impegnati e di fare fuori tutti quelli che potrò. Voi correte alla mia navicella e tornate sulla Terra il più velocemente possibile. Non avendo posti dove andare dovrete rischiare il massimo, e restare al faro. Se non altro, nel rifugio della Resistenza avrete a disposizione armi pesanti, anche contraeree, se dovessero arrivare fin lì. L’ingresso è nascosto, Hera sa come entrare. Dal corridoio a sinistra si arriva al magazzino: troverete una jeep attrezzata con un lanciamissili a guida laser e un mitragliatore, in più ci sono lanciamissili portatili, lanciarazzi e altre armi di ogni tipo. Il montacarichi sale fino al cortile tra i vecchi depositi sul retro, da lì potrete portare fuori la jeep. In cima al faro, nella camera di guardia, c’è un cannone antiaereo. In bocca al lupo ragazzi, io vi raggiungerò”. Si scambiarono un’ultima occhiata d’intesa e di incoraggiamento reciproco, poi Leya corse verso l’hangar.
Sopraggiunsero dopo pochi minuti. Erano dieci navicelle dei reparti speciali, comprese le due avanguardie che erano rientrate in formazione. Sorvolarono il rifugio a bassa quota per poi virare e iniziare a scendere. Stavano per toccare terra, quando il PulserBurn decollò alla massima potenza. Le fiamme dei postbruciatori squarciarono il velo di nebbia che si stava alzando dall’oceano, e si dileguarono verso il mare aperto. Pensando che a bordo vi fossero Marin e Aphrodia in fuga, i piloti riattaccaronovelocemente per lanciarsi all’inseguimento.
Con il cuore in gola per l’apprensione Hera, Aphrodia e Marin osservarono per qualche secondo le navicelle scomparire alla vista. Poco dopo iniziarono a riecheggiare le esplosioni del combattimento. “Adesso!”, gridò Marin. Corsero attraverso la camera di decontaminazione, spalancando le porte e uscendo all’esterno, verso la navicella di Leya. Una volta a bordo, decollarono in direzione opposta all’oceano, cercando di far perdere le proprie tracce passando alla navigazione warp.
“Così, bravi! Corretemi dietro come cagnolini…”. Leya vide la pattuglia virare per lanciarsi all’inseguimento e avvertì il polso accelerare. Inspirò profondamente ed emise un forte sospiro, ritrovando calma e freddezza. “Se devono catturare Aphrodia e Marin, non spareranno per abbattere il Pulser Burn, ma cercheranno di danneggiarlo e costringermi all’atterraggio. Vediamo di rendere la cosa più difficile possibile…”.
La superiorità numerica della pattuglia Aldebaran era schiacciante ed erano tutti ottimi piloti, ma Leya sapeva di non essere da meno. Tuttavia il Pulser Burn era un mezzo a lei del tutto nuovo e che pilotava per la prima volta; doveva mantenere la concentrazione al massimo per sfruttarne la potenza. Conosceva le tattiche e il tipo di addestramento dei suoi ex commilitoni, e questo rappresentava un vantaggio. Era consapevole di avere un solo modo per uscire viva da quel combattimento: confonderli con manovre veloci ed inaspettate. Al limite della follia, se necessario.
Il rilevatore le segnalò il lancio di un paio di missili, ma le navicelle erano ancora distanti ed ebbe il tempo di schivarli,portandosi fuori dal cono di scansione dei loro sensori. Lasciò che la pattuglia si avvicinasse, tenendosi fuori tiro con manovre evasive. Quando furono abbastanza vicini e appena il sistema radar anti missili le segnalò di essere stata agganciata, tirò a sé la cloche eseguendo una cabrata molto decisa, salendo improvvisamente di quota per poi virare di colpo verso sinistra.Trovandosi a quel punto troppo vicine per poter reagire prontamente, e seguire il Pulser Burn nel tonneau, le navicelleproseguirono dividendosi in due squadriglie; la prima proseguì la sua traiettoria, la seconda eseguì una virata alla ricerca di un’angolazione opposta da cui attaccare nuovamente. Leyacontinuò la manovra di avvitamento, salendo e rallentando la velocità. Ruotando in volo rovesciato fino a portare l’avvitamentoa 300 gradi, rilasciò di colpo il pedale sinistro e affondò il piede sul destro, riportando la cloche in posizione centrale e tirandolaallo stesso tempo verso di sé. Il Pulser Burn virò bruscamente a destra prima che lo agganciassero nuovamente, discendendo e riacquistando velocità; più potente dei mezzi nemici, e dotato di maggiore accelerazione, tornò in pochi secondi alla quota inizialeritrovandosi alle spalle della prima delle due squadriglie. Leyalanciò allora i missili verso le navicelle più esterne, distruggendone due. Virò nuovamente, e continuando con una serie di cabrate, looping e tonneau riuscì ad eliminare altre trenavicelle. Evitò per un soffio un missile lanciando un falso bersaglio che ne deviò la traiettoria, e più volte venne colpita dai cannoni laser, anche se di striscio. Un rapido controllo al computer di bordo le permise di capire che si trattava, per fortuna, di danni minori.
Durante una virata con ali a coltello rischiò per un attimo di perdere il controllo e finire nell’oceano, ma riuscì a riprendersi e a riportare il Pulser Burn in assetto.
All’improvviso notò tre unità lasciare la squadriglia e tornare indietro in direzione del promontorio, e capì che la navicella dei suoi compagni era stata intercettata. “Merda!”, imprecò. “Se ne sono accorti”. Doveva liberarsi prima possibile delle due unità rimaste.
“Delta Uno, il radar segnala un altro mezzo che si è allontanato dalla zona del rifugio. È appena entrato in navigazione extra-dimensionale”. “Ricevuto Delta Sei, si sono separati per depistarci. Tu, Delta Tre e Quattro tornate indietro e cercate di inseguire quella navicella! Presto, prima che scompaia dal radar!”.
“Squadra Delta chiama base, qui Delta Uno, passo”. “Qui base, avanti Delta Uno. Riportate la situazione attuale, passo”. “Gran Comandante, io e Delta Due siamo ancora in fase di combattimento con il Pulser Burn. Abbiamo rilevato un secondo mezzo che ha lasciato la zona del bunker, ora si trova in navigazione warp verso destinazione ignota. Devono aver tentatoun diversivo separandosi, è probabile che Aphrodia sia su quella navicella. Delta Tre, Quattro e Sei sono all’inseguimento. Passo”. “E il resto della squadra? Passo”. “Abbattuti, Signore”, riportò laconicamente il capo squadriglia.
“Maledetti!”, grugnì Marbas alzandosi di scatto dalla sua postazione di controllo, in sala comando. “Delta Uno, continuate a tenere impegnato il Pulser Burn, intanto mandiamo rinforzi al resto della pattuglia. Non appena raggiungeranno quella navicella, convergete anche voi verso l’obiettivo. Reigan vi seguirà per andare in soccorso di Aphrodia, si metterà in trappola da solo. Richiamate per fare rapporto appena possibile. Passo e chiudo”.
“Idioti! Si sono fatti ingannare come dilettanti!”, borbottò Marbasmentre camminava nervosamente per la sala, le braccia dietro la schiena e le mani a reggere il cappello. “Ma la prenderemo, quella strega… Lei e quel traditore di Reigan! A qualunque costo!”. Sbuffò indispettito, poi si rivolse agli ufficiali presenti: “Tenetemi aggiornato, se dovessero richiamare. E mandate i rinforzi!”. Si rimise il cappello sul capo e uscì dalla sala.
“Accidenti!”, sibilò Marin vedendo lampeggiare le spie del rilevatore radar. L’allarme segnalava velivoli nello stesso corridoio inter dimensionale, anche se ancora distanti. Aphrodia, seduta al suo fianco, controllò i sistemi supplementari di tracciamento per identificare i mezzi. “Sono loro, ci hanno individuati! Tre unità ci stanno seguendo, dobbiamo fare in fretta!”. Hera, nel sedile posteriore, sussultò angosciata pensando alla sorte di Leya.
Uscendo dalla navigazione extra dimensionale, si ritrovarono a sorvolare il mare tempestoso. La sagoma scura della costa rocciosa era a malapena visibile nell’oscurità della sera; la seguirono fino all’impervia altura su cui svettava il faro. Marin atterrò accanto alla struttura. Scesero velocemente, seguendo la Queenstein che li guidò nel rifugio attraverso l’ingresso nascosto dietro le cisterne. Corsero lungo il corridoio indicato da Leya, trovandosi nel magazzino delle armi. Aphrodia si impadronì di un lanciarazzi portatile con sensori a infrarosso; Marin intanto azionava il montacarichi, per portare la jeep con il lanciamissilinel cortile interno.
“Dottoressa Queenstein, lei dovrà usare il cannone laser lassù in cima”. Hera sgranò gli occhi terrorizzata. “Io… cosa? Marin, ma sei impazzito? Io non ho mai usato un’arma del genere…”. “Venga con me, le dico io cosa fare. Non è complicato”, intervenne Aphrodia posando il lanciarazzi. Hera, ancora troppo incredula per reagire, si lasciò condurre su per le scale fino alla lanterna. Aphrodia spalancò la porta della camera di guardia e ispezionò l’interno. Afferrò una pesante sedia di metallo. “Stiaindietro”. La scagliò contro le vetrate della lanterna, rompendole. Spostò il cannone portatile, che era montato su un carrello, posizionandolo nella direzione da cui sarebbero arrivate le navicelle nemiche. “Le spiego come usarlo, dottoressa. È più semplice di come sembra, gran parte delle funzioni sono automatizzate e…”. “Beh…”, la interruppe la Queenstein con unsospiro rassegnato, “direi che è il caso di lasciar perdere le formalità… Chiamami Hera”. “Ok… Hera”, rispose Aphrodiaesitante, poi continuò a spiegarle il funzionamento dell’arma.“Spareremo il primo colpo insieme, coraggio!”.
Dopo pochi minuti, come meteore luminose nel cielo scuro, comparvero le tre navicelle nemiche. Il mirino a infrarossi acquisì prontamente il bersaglio e proiettò i dati sul display di controllo. Il cannone ruotò automaticamente in direzione della navicella più vicina. “Ora!”, gridò Aphrodia. Hera chiuse gli occhi e fece fuoco. Udì un enorme boato, e quando tornò a guardare vide la scogliera illuminata dall’esplosione, e i detriti del velivolo distrutto cadere in mare. “Bravissima! Continua così, io recupero il lanciarazzi e vado a dare una mano a Marin”.
Sorpresi da una reazione che non si aspettavano, i piloti dei mezzisuperstiti ripresero quota, per poi virare bruscamente e tornare indietro. Stavano puntando verso la lanterna in cima alla torre, abbassandosi di quota, quando Marin lanciò i missili laser. Unocolpì Delta Tre all’ala destra, mandando la navicella a schiantarsi al suolo. Delta Sei riuscì a cabrare e a portarsi fuori tiro. Pochi secondi dopo, il radar gli trasmise il segnale di una squadriglia in avvicinamento. Oltre alle normali navicelle, vi erano tre velivoli più grandi per il trasporto truppe. “I rinforzi! Era ora…”.
Virò per andargli incontro e unirsi alla formazione, mentre via radio li aggiornava. “Squadriglia Alpha, qui Delta Sei. Aphrodia si è rifugiata al faro, ma deve esserci qualcun altro con lei.Dobbiamo tenere impegnati quel maledetto cannone e il lanciamissili, e permettere agli incursori di atterrare e fareirruzione. Appena avremo individuato lei, elimineremo gli altri. Delta Uno e Due si stanno occupando di Reigan”.
In quell’istante, nell’altra dimensione, Leya virò e si portò in posizione di attacco frontale. “Ora basta giocare… Via!”. Le scie dei missili laser illuminarono il cielo plumbeo, seguite dal bagliore dell’esplosione che spazzò via i due velivoli nemici. Leyanon si guardò indietro, e spingendo i motori alla massima potenza si precipitò verso la Terra. Piccole gocce di sudore le imperlavano la fronte. “Forza ragazzi, resistete vi prego… Sto arrivando!
Non appena si avvicinarono al promontorio, le squadriglie dell’Armata Aldebaran furono accolte da una pioggia di missili elaser. Diverse navicelle vennero subito abbattute, le restanti si suddivisero in due pattuglie. Abbassandosi di quota fino quasi a sfiorare il mare per sfuggire ai mirini delle armi contraeree, e grazie a manovre evasive, i velivoli del trasporto truppe riuscirono infine ad atterrare sulla spiaggia poco distante dal faro. Le squadre di incursori risalirono di corsa verso l’altura, raggiungendo il faro e cercando il modo di penetrare all’interno della costruzione.
Mentre Hera teneva a distanza le navicelle bersagliandole con il cannone laser, Aphrodia dalla sua postazione sul muraglione del cortile osservava preoccupata le pattuglie di soldati circondare il faro. “Marin! Stanno tentando un’irruzione! Dobbiamo fermarli!” Lasciato il lanciarazzi, impugnò due mitragliatrici iniziando a bersagliare dall’alto gli incursori. Ma erano troppi, e presto avrebbero tentato lo sfondamento del cancello blindato del cortile, o l’abbattimento del muro di cinta. Cercando di non esporsi troppoper non essere colpita, da una piccola apertura nel parapetto che correva lungo il muraglione notò una squadra posizionare duelanciagranate davanti al cancello, mentre il fuoco di copertura li proteggeva.
All’improvviso, il bagliore dei suoi raggi laser precedette l’arrivo del Pulser Burn; comparve emergendo da una nube incandescente,provocata dall’esplosione delle due navicelle che aveva appena abbattuto, poco dopo essere uscito dal corridoio inter dimensionale. Hera si lasciò andare a un grido di gioia. Sollevata, ritrovò vigore e riprese a puntare le navi nemiche rimaste, che sotto i colpi del cannone e dei missili laser del Pulser Burncadevano una dopo l’altra.
“Maledizione, Reigan è qui! Forza, abbattiamo quel cancello!”, urlò il comandante degli incursori spronando i suoi sottoposti.
Nel cortile, intanto, Marin saltò giù dal cassone della jeep, afferrando il fucile laser e una mitragliatrice per precipitarsi verso la scala che portava sul muraglione. “Aphrodia stai attenta! Scappa da lì! Torna nel rifugio!”. In quel momento, dai lanciagranate esplosero le prime cariche; la pesante blindatura del cancello resistette ai primi colpi, per poi cedere di schianto. Dalla larga breccia che si era aperta fra le lamiere contorte, decine di soldati si riversarono nel cortile. Marin si gettò contro di loro sparando all’impazzata, per dare ad Aphrodia il tempo di fuggire. Sentì la sua voce gridare disperata il suo nome, “Marin, noooooo!!!”. Poi avvertì un intenso dolore al fianco e un colpo alla testa che gli fece perdere i sensi, mentre si sentiva afferrare di peso e trascinare via.
Aphrodia non ebbe il coraggio di guardare, l’urlo disperato le morì in gola. Chiuse gli occhi e sparò raffiche di colpi con entrambe le mitragliatrici per un tempo che le sembrò interminabile, fino a quando sentì il rumore che indicava l’esaurimento della carica. Quando li riaprì, vide una distesa di corpi davanti a lei. Abbassò le armi e si sentì afferrare per un braccio, mentre il freddo metallo della canna di una pistola le premeva su una tempia. Voltandosi, vide il ghigno crudele del soldato che la teneva sotto tiro. Intorno, un gruppo di incursori superstiti. “Maledetta puttana, adesso la pagherai!”. “Fermi!”, intervenne facendosi largo il loro comandante. “Gli ordini del Gran Comandante Marbas sono chiari, dobbiamo portarla dal Conducator, e senza torcerle un capello. Ci penserà lui, a fargliela pagare. Poi chissà, magari lascerà giocare anche noi…”, aggiunse con un sorriso viscido.
Un sorriso che svanì di colpo non appena l’uomo colse un guizzoimprovviso nello sguardo, un attimo prima spento e rassegnato, di Aphrodia.
“Spiacente signori, ma noi abbiamo programmi diversi”.
Si voltarono sorpresi verso la direzione da cui proveniva la voce. Quell’attimo di distrazione bastò ad Aphrodia per liberarsi di scatto dalla presa del soldato e gettarsi a terra, prima che l’implacabile raffica di colpi esplosi da Leya uccidesse tutti i soldati.
Nell’oscurità, nessuno l’aveva notata introdursi furtivamente all’interno del cortile, fino a salire sul cassone della jeep dove si trovava il mitragliatore. Leya saltò giù dal cassone e si chinò per aiutare Aphrodia a rialzarsi. Furono subito raggiunte da Hera, che si era precipitata giù dalla torre per raggiungere le compagne.
“Dov’è Marin?”, chiese Leya guardandosi intorno con apprensione. Aphrodia scoppiò all’improvviso in singhiozzi disperati. Fu Hera a rispondere. “L’hanno preso. Da lassù ho visto che lo trascinavano fuori. Sono fuggiti su una delle unità da trasporto”. Leya abbassò lo sguardo, portandosi le mani al volto, affranta.
Intorno era calata la notte, stava per piovere e l’inconfondibile odore di umidità si mischiava a quello acre del fuoco e del metallo bruciato, e al lezzo nauseabondo del sangue. Lo spiazzo esterno al faro era un inferno di fiamme, detriti e resti di navicelle distrutte, e nel cortile giacevano decine e decine di cadaveri.
Leya cercò la mano di Hera. Circondando Aphrodia, si unirono in un abbraccio a tre, incuranti della pioggia che iniziava a cadere.





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