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Code name : red rose . Cap 8

  • Immagine del redattore: Alberto Schiavone
    Alberto Schiavone
  • 17 giu 2024
  • Tempo di lettura: 6 min

Cap. 8: Become a woman

 

My eyes saw you but damn did my soul feel you…..

 

 

Accoccolati sul divano letto della veranda del cottage, Marin e Aphrodia si godevano il silenzio rotto solo dalle onde del mare e dal volo dei gabbiani al tramonto.

La Dottoressa Queenstein aveva consigliato loro di stare lontano dalla base Blue Fixer per far calmare le acque ed entrambi colsero quell’occasione per rinsaldare il loro rapporto.

Aphrodia si volse, togliendo di mano la birra a Marin che rimase piacevolmente stupito quando lei prese possesso del suo respiro con un profondo bacio.I suoi occhi erano così profondi da ipnotizzarlo.

“Ho bisogno che tu sia mio.”

La sua voce era bassa mentre lo spogliava con urgenza.Marin si ritrovò esattamente dove e come Aphrodia lo voleva, il proprio battito potente nello stomaco, premuto contro il letto da una donna di una sensualità insospettabile e nuova.

Non sapeva cosa aspettarsi o cosa avrebbe provato, e stranamente quella sensazione, come la brezza sulla pelle, era sufficiente per sentire un'eccitazione interamente nuova e sconosciuta.

“Ehi, chi è questa ragazza che mi vuole con tanta foga?”

Lei sorrise alla battuta di lui che la prese e la baciò profondamente.

“Ti aspettavi il ghiaccio, hai trovato il fuoco.”

C'era qualcosa di profondo nel modo in cui lei gli respirava sul collo, baciando e mordendo la pelle della sua spalla, del suo collo.

Mentre si muoveva insieme a lei, Marin maturò una certezza: avrebbe funzionato tra loro, dovevano imparare a prendersi e darsi, ma quel legame cresceva ogni istante di più.Aphrodia si accucciò tra le sue braccia, il respiro corto e pesante sulla sua nuca.

Per un attimo si lasciò cullare dalle loro gambe intrecciate, dai loro respiri che pian piano trovavano un ritmo più normale.Era intimo, era feroce ed era appagante in modi difficili da ripetere.

Soprattutto, era la cosa più giusta della sua vita e quell'amore poteva renderli solo più forti.Marin la strinse a sé e non disse altro, perché non si fidava della propria capacità di parlare.

Sentiva il respiro di Aphrodia alzarsi ed abbassarsi con il suo, e tutto ciò che importava realmente era tra le sue braccia e incollato al proprio corpo.

Aphrodia voltò la testa e lo fissò con occhi così grandi e scuri da disarmarlo.

“Posso fidarmi di te? Dopo tutto quello che è successo, posso fidarmi di noi? Posso fidarmi del fatto che non rovineremo tutto?”Marin si sentì colpito al petto.

“La vita è breve. Maledettamente breve. Un giorno ci sei e il giorno dopo no. Quante volte abbiamo guardato in faccia la morte, ti sei mai chiesto cosa perdo? Cosa resta di mio lì fuori? Voglio tentare, Marin. Voglio che sia tu il mio resto.”Aphrodia lo stava osservando come se null'altro esistesse e per Marin era così.

Lo sguardo gli cadde sulle sue labbra, rosse e schiuse, poi di nuovo sugli occhi magnetici. L'ultima cosa di cui lui fu cosciente era il proprio battito accelerato, poi il sapore delle sue labbra.

Aphrodia gli poggiò una mano sul volto, lo baciò come non aveva mai fatto.

Era un bacio calmo, inteso ad assaporarsi a vicenda, prendendo tutto il tempo che avrebbero avuto da lì al futuro.

Aphrodia voleva che in quel bacio Marin sapesse che lui era tutto quello di cui lei aveva bisogno.

Che questa era la sua prova di fiducia.

Non avrebbe mai creduto un giorno di poter provare così tanto in un semplice bacio. 

Quella notte, l’ultimo spicchio di luna fu l’unico spettatore del trionfo dell’amore segreto che li univa profondamente.

Distesi sul letto, nudi, circondati dai rumori del mare, i due amanti si sussurravano dolci parole pregne di un sentimento gemello che scaldava i cuori di entrambi.

“Mi sei mancato tanto in questi mesi.”

Confessò lei d’un tratto, stringendosi al suo petto teneramente.

Marin le carezzò la lunga schiena e le baciò la fronte candida sussurrandole che per lui era lo stesso; quel sentimento di angosciante solitudine che lo aveva accompagnato per quei mesi interminabili, si era finalmente dissolto.

Guardarono le stelle insieme, a lungo, pregando quei piccoli puntini brillanti nel buio affinché esaudissero il loro desiderio e regalassero loro una vita da vivere insieme, senza doversi nascondere da nessuno.

Aphrodia allungò la mano delicata ed affusolata verso il cielo, indicando la stella del nord che splendeva più di tutte.

“Quella è Polaris, la stella più brillante del nord.”

Marin la scrutò ammaliato dalla sua bellezza, sorridendole innamorato.

Allungò la mano in alto, verso quella della sua donna, intrecciando le dita con le sue.

Poggiò la fronte a quella della ragazza e la baciò con dolcezza a fior di labbra.

“Sei tu la stella più brillante del nord, Aphrodia, e solo dove sei tu sono davvero a casa.”

Aphrodia lo spinse sotto di lei e Marin la guardò divertito, ma ridivenne immediatamente serio non appena lei proferì parola.

“Voglio guardarti. Voglio rivedere ogni angolo del tuo viso, del tuo corpo, delle tue mani, voglio baciarti e ancora baciarti. Vorrei poter fermare il tempo e non andare più via da qui.”

Ogni volta che stava con lui, che faceva l’amore con lui, le sensazioni che provava erano indescrivibili.

“Sposami!”

Quella richiesta fece perdere un battito al cuore della ragazza.

“Lo so che non ha senso, che è pazzesco, ma sposami Aphrodia.”

Lei sfiorò il volto contratto di lui incredula.

“Tu, tu vuoi davvero sposarmi?”

Lui annuì fissandola, senza respirare.

“Si Marin, si si si!”

Un bacio imperioso le chiuse la bocca e lei si perse nell'abbraccio con cui si strinse a lui con tutte le sue forze.

Sentì il cuore scoppiarle dentro al petto nel vedere lo sguardo ed il sorriso di lui illuminarsicome non mai.

“Dovremo attendere che tutto questo finisca.”

Marin la baciò dolcemente.

“Non ci penso neanche. Devi essere mia prima che tu possa cambiare idea!”

Fu una cerimonia molto semplice e intima sulla spiaggia, profumata dalle piante di limoni e rose che Marin aveva preso a coltivare.

Aphrodia aveva trovato in un vecchio baule del cottage un abito bianco di pizzo; toccandolo quasi con timore reverenziale lo prese e lo provò.

L’abito si chiudeva sulla schiena con una lunga serie di bottoni di seta, il pizzo prezioso circondava le sue spalle scoperte.

Si sentì bellissima, donna forse per la prima volta nella sua vita.

Come da tradizione di S-1, Landauer legò I polsi l’uno dell’altra con una fascia di raso candido mentre le loro mani erano strette l’una nell’altra.

“Suggello le vostre mani e anime unendole in una unica cosa, da adesso e per l’eternità.”

Entrambi ripeterono i voti nuziali.

“I’m hers and she is mine from this day until the end of my days.”

Io sono sua e lui è mio. Da questo giorno fino all’ultimo dei miei giorni.S-1, Gattler, la guerra sembravano lontani anni luce. Aphrodia fissò il suo sposo pronunciando parole che mai avrebbe pensato di proferire.

“Sarò sempre accanto a te Marin, come i colori dell'arcobaleno, nei miei sogni che scorrono come le onde dell’oceano. Ti amerò fino al mio ultimo respiro, sii mio fino alle fine dei giorni.”

Marin passò il pollice sul suo labbro inferiore e le sorrise.

“Da ora fino al mio ultimo respiro, scelgo te Aphrodia. Da adesso fino alla fine dei miei giorni io sono tuo e tu sei mia.”

Al termine della cerimonia, il Colonnello si accomiatò da loro e, rimasti soli, Marin guardò sua moglie. Era strano pensare a lei in quel modo, solo un paio di anni prima sarebbe stato impensabile, tuttavia ora, lei era la sua compagna, la sua sposa, l’altra parte di sé.

Cercò di imprimere nella sua mente ogni dettaglio di quell’immagine, dicendosi di essere un uomo fortunato e giurando a sé stesso di vivere per lei e con lei.Aphrodia era tentata di abbassare lo sguardo, come la prima volta che si erano incontrati. Gli occhi di suo marito, però, erano troppo belli perché potesse perdere una sola sfumatura.“Io sono tuo e tu sei mia.”

Le ripeté il suo uomo, stringendola a sé, facendo combaciare le loro fronti. Le labbra di Marin erano sulle sue, morbide e piene di promesse.Aphrodia non si sentì in colpa, non poteva: era così che doveva andare.

La pelle di Marin era calda al tatto, i suoi capelli soffici. Le mani del suo sposo si insinuarono in posti mai esplorati prima, mentre Aphrodia abbandonava la testa sul cuscino, inarcando la schiena, chiedendo di più.

Sarebbe potuto morire anche il giorno dopo e fare a patti con l'inatteso era parte di quel gioco.

Lui lo aveva saggiato una volta di troppo, sfiorando la fine così da vicino da sentirne l'odore sulla pelle. In quel momento, poco prima di chiudere gli occhi, aveva pensato agli occhi di Aphrodia e al suo sorriso ed era sopravvissuto.

Come poteva, una cosa simile, non valere ogni rischio, ogni energia, ogni forza, per essere afferrata?Era così...reale, come nulla prima.

Allora si sarebbe risvegliato con le spalle nude di Aphrodia sotto le dita e il suo respiro caldo tra i capelli scuri.

Lei sarebbe voltata e gli avrebbe sorriso, aprendo quei grandi occhi blu ancora assonnati, lo avrebbe baciato e avrebbe sentito il mondo tornare al suo posto.

 



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