Code name red rose cap.9
- Alberto Schiavone
- 24 giu 2024
- Tempo di lettura: 9 min
Cap. 9: The calm before the Storm
“And I was never sure whether you were the lighthouse or the storm…”
“Si stanno preparando ad attaccare.”
Landauer guardò il dispaccio giunto da alcuni agenti sotto copertura, infiltrati nell’esercito di Gattler e lo porse a Faulkner.
“Lo scudo di difesa stellare a che punto è?”
Il suo secondo scosse il capo.
“Siamo indietro sulla tabella di marcia, il Governo terrestre ha preso questo periodo di calma come se Aldebaran fosse stato debellato. La Queenstein sta insistendo, ma molti delegati l’hanno presa come una mera Cassandra poco attendibile.”
Landauer annuì. Sapeva delle difficoltà della Dottoressa e dei suoi sforzi per rendere il Governo consapevole del rischio che stava correndo.
Era ammirevole il suo prodigarsi; possibile che quelle zucche vuote non comprendessero?
“Ti vedo preoccupato Colonnello.”
Aphrodia e Marin entrarono nella stanza e Landauer li osservò con uno sguardo di ammirazione. Erano splendidi insieme, finalmente felici come meritavano di essere.
“E tu sei radiosa.”
Lei annuì, stringendo la mano di Marin.
“Che cosa ti angustia Colonnello?”
L’uomo dinanzi a lei la fissò poi mostrò loro le ultime comunicazioni ricevute.
Marin strinse i pugni rabbioso.
“Dunque, non si arrenderà mai, a costo della vita vuole impadronirsi della Terra. Colonnello, non possiamo permetterlo.”
Aphrodia era rimasta impassibile. L’istinto militare aveva ripreso vigore in lei.
“Dobbiamo essere pronti e allertare tutte le squadre di essere pronte ad entrare in azione. Può succedere qualsiasi cosa in ogni istante.”
Era determinata come poche volte l’aveva vista.
“Faulkner contatta Queenstein. Forse è arrivato il momento di svelare al mondo il protocollo Red Rose.”
Poco dopo, alla base BlueFixer, fu indetta una riunione segreta ai massimi livelli. Anche il Presidente della Federazione Terrestre, Thompson, era presente e rimase senza parole quando Marin e Aphrodia fecero il loro ingresso nella sala.
“Così era lei Red Rose.”
La Queenstein annuì, fissando i due giovani.
“Si, è stato grazie a lei se abbiamo potuto respingere gli attacchi finora. Ma la situazione sta cambiando. Gattler è determinato a prendersi il nostro pianeta e non lascerà nulla di intentato.”
Thompson annuì.
“Cosa sappiamo esattamente?”
Landauer mostrò alla platea nella sala il piano di attacco che avevano ipotizzato dalle informazioni avute.
“Ora al comando di tutto c’è Gattler. Nasconderanno il grosso della flotta nel subspazio in attesa del momento giusto. Ma c’è di più. Probabilmente colpiranno durante la tempesta solare che ci sarà tra tre giorni. Sarà una delle più imponenti da qualche decennio; se uno dei globi di plasma solare fosse “sparato” verso la Terra metterebbe fuori uso l’elettricità su tutto il pianeta, ma questo non è il peggio che possa accadere. Hera.”
La Queenstein prese la parola.
“Non ci sarebbero morti istantanee tra la popolazione, tuttavia il campo magnetico terrestre verrebbe distorto e quindi tutti i sistemi di navigazione e la rete internet sarebbero resi ciechi. Nel giro di un mese tutto dalle comunicazioni alla sopravvivenza alimentare, il mondo per come lo conosciamo oggi, sarebbe in blackout a livello planetario. Quanto ai problemi elettrici, le aree colpite sarebbero a livello continentale. Il maggior rischio è sulle regioni della Terra sopra i 45° nord e sotto i 45° sud. Verrebbe maggiormente protetta la fascia equatoriale, perché è meno evoluta dal punto di vista tecnologico e quindi meno vulnerabile.”
Thompson era sconvolto.
“Mio Dio è uno scenario terribile.”
Landauer annuì.
“Praticamente quel che è accaduto al nostro pianeta, fatto salvo che S-1 è stato contaminato anche dalle radiazioni atomiche.”
Marin e Aphrodia si guardarono, un moto di tristezza li aveva colti nel ripensare al loro pianeta natio. Poi la determinazione di evitare alla Terra quel possibile destino fece rialzare la testa al giovane.
“Non posso permettere che accada. Abbiamo tre giorni per distruggere l’armata di Gattler dobbiamo agire, adesso!”
Oliver e Raita si affiancarono a Marin ma Landauer raffreddò i loro entusiasmi.
“Calmatevi ragazzi non è il momento di fare mosse avventate. Se attaccate la Algor allo sbaraglio non solo vi faranno a pezzi, ma azzerereste le possibilità di arrivare a Gattler.”
Queenstein annuì.
“Gattler per quegli uomini è come un Dio, si batteranno fino alla morte per lui. Se cadesse, il rischio di una catastrofe nucleare sarebbe alto.”
“Arrivare a lui ed eliminarlo sarebbe la nostra migliore opzione.”
Raita guardò Oliver.
“Già, ma come arriviamo a lui?”
Aphrodia fissò il widiwall su cui campeggiava la fortezza Algor in tutta la sua imponenza.
“Lui è qui per me. Sa che sono viva.”
Marin la fissò.
“Come è possibile? Che diavolo vuole ancora da te?”
Aphrodia rise amaramente.
“La sua creatura perfetta e plasmare un mondo diverso. Vuole cancellare la civiltà terrestre e sa che finché io e te, Marin, siamo in vita, non potrà farlo.”
Oliver abbassò il capo.
“E’ come morire. L’oblio, essere dimenticati.”
Raita continuò.
“Se dimentichiamo ciò che abbiamo fatto, ciò che siamo stati, non saremo più esseri umani, ma bestie. Aphrodia ora, così come tu Marin, rappresenta la possibilità di redenzione nei confronti delle popolazioni della Terra e di S-1 e di poter convivere pacificamente. La vostra storia ne è il manifesto.”
“Come sa che sei sopravvissuta Aphrodia?”
Lei scosse il capo fissando la Queenstein.
“E’ qualcosa che mi tiene legata a lui fin da bambina. Una manipolazione talmente perfetta da rendere vero ciò che è il suo esatto contrario. È come se portassi il suo marchio inciso nella pelle e, tramite quello, lui potesse mantenere il suo potere su di me.”
Faulkner si fece avanti.
“Non puoi rischiare, tu e Marin siete la speranza perché S-1 possa tornare a vivere. Vi nasconderemo, proteggeremo ad ogni costo!”
“Ed è il motivo per cui non possiamo evitare questo scontro. Dobbiamo fermarlo prima che ci distrugga tutti.”
Il tono di Marin era perentorio.
“E tu vorresti fare da esca?”
Landauer lo fissò preoccupato.
“Se è necessario, sì!”
Aphrodia si affiancò a Marin.
“Non sarà solo. Ho quasi distrutto questo pianeta; è giunta l’ora che io restituisca qualcosa alla Terra e ai suoi abitanti.”
Raita si intromise nella discussione.
“Comunque vada, vorrei sapere se abbiamo anche un piano B che ci permetta di toglierci Aldebaran di torno, ma che non preveda la distruzione della Terra.”
La Queenstein ribatté seccata.
“Sicuro. Con la gabbia temporale possiamo far cadere la Algor in una apertura spaziotemporale e distruggerla per sempre. Senza lasciare tracce per il futuro. Un lavoro pulito.”
Aphrodia sgranò gli occhi sorpresa, mentre Oliver fissò la dottoressa basito.
“Ma Professoressa, è diventata un serial killer?”
Queenstein fece per ribattere, ma fu preceduta da un divertito Landauer.
“Qualcosa di molto peggio! È una scienziata arrabbiata!”
Mentre nella base Blue Fixer si discuteva animatamente, dal Governo Terrestre scattò l’allarme.
Un’enorme flotta emerse improvvisamente dall’iperspazio, materializzandosi attorno alla Ammiraglia di Gattler, la Algor II.
Erano vascelli spaziali ipermoderni che lasciarono di stucco il comando terrestre e la resistenza di S-1.
Aphrodia era immobile dinanzi all’enorme monitor del ponte di comando della base spaziale Blue Fixer; comprese immediatamente a chi appartenessero quei vascelli.
“E’ quello che penso?”
Lei annuì a Marin, giunto al suo fianco.
“Si, l’attacco finale è cominciato.”
Anche Oliver fissava il monitor incredulo.
“Dio onnipotente!”
Nemmeno Baldios avrebbe avuto la meglio su quelle strutture mentre Landauer fissava la Queenstein.
“Speravo non ce ne sarebbe stato bisogno Hera.”
Lei annuì, ormai non potevano percorre che una sola strada.
“In bocca al lupo, Colonnello!”
“A te Professoressa! Faulkner, inizio operazione RedRose!”
L’operazione RedRose
era stata studiata come ulteriore forza d’urto rispetto alla federazione in caso di un nuovo attacco da parte di Gattler alla Terra.
Nei laboratori sotterranei dei ribelli di S-1 e della base Blue Fixer navi interstellari di ultima generazione erano nate dalla esperienza progettuale di Landauer insieme alla tecnologia che Marin e la Queenstein erano riusciti a sviluppare dai piani trafugati da Aphrodia Red Rose.
Aphrodia stessa aveva ideato uno scudo termico che avrebbe protetto le navi e il Baldios.
L’esercito terrestre, fiducioso della solidità delle proprie difese, rispose agli attacchi, ma il risultato fu devastante.
L’esercito di Aldebaran non solo spezzò le linee difensive dei nemici, ma penetrò in profondità, facendo strage delle difese aeree e missilistiche federali.
Le pattuglie di difesa furono abbattute una dopo l’altra, le forze dell’Unione Terrestre ridotte allo sbando, pronte a ritirarsi.
20 Navi su 500 che componevano la flotta rientrarono a terra, un bilancio disastroso, seguite dalla fortezza di Gattler e da tutta l’armata di Aldebaran, le cui forze soverchianti stavano occupando vari settori della Terra.
Le corazzate stellari a scorta della Algor seguirono la nave madre mentre ammarava dinanzi a Capital City.
Gattler ordinò una resa totale del pianeta e la consegna di tutti i gruppi combattenti della Ribellione di S-1, pena la distruzione totale.
La popolazione era nel panico e la diplomazia e la politica non erano in grado di infondere speranza nella gente.
Tutto faceva pensare che il destino del mondo fosse realmente segnato.
Nella base 1 era tutto pronto per l’inizio di RedRose.
Marin scese negli hangar cercando la sua donna, trovandola inguainata in una tuta da pilota mentre si confrontava con Faulkner.
“Speravo di non vederti mai più indossare una divisa.”
Lei annuì.
“Sei venuto a chiedermi di non partire?”
Lui la fissò, temeva di perderla ma sapeva che aveva ragione. Scosse il capo.
“Vai, ma torna da me.”
Lei annuì stringendosi a lui.
“Ti amo Marin.”
“Anche io Aphrodia.”
Guardò suo marito ancora una volta e uscì ad affrontare il suo destino.
Per troppo tempo si era nascosta, l’ex Gran Comandante di Aldebaran adesso doveva prendeva parte attiva alla Ribellione e alla difesa della Terra.
Marin, Raita e Oliver salirono sui mezzi che componevano il Baldios e formarono il poderoso robot che si andò a piazzare tra la Algor ammarata di fronte a Capitol City, e la città.
Un cacciatorpediniere astrale lasciò il porto della Capitale, diretto verso la fortezza nemica.
“Ma che stanno facendo?”
Oliver era sconvolto. Si augurò che non avessero deciso di arrendersi, ma il Presidente del Governo Terrestre per radio confermò quel pensiero.
“Non è possibile, sono impazziti?”
“L’esercito è a pezzi, la ribellione può contare su pochissimi armamenti. Temo che stavolta sia inevitabile arrendersi.”
Marin strinse i pugni. Sarebbe morto piuttosto che arrendersi.
“Fatemi uscire!”
Oliver lo contrastò duramente.
“Ma che stai dicendo?”
“Non abbiamo tempo Oliver, dobbiamo dividerci: proverò ad entrare in quella maledetta fortezza. Daremo tempo alle squadre superstiti di riorganizzarsi. Oliver, Raita vi prego.”
“Non andrai solo. Forza dividiamoci e facciamo quel che dobbiamo fare!”
La luna scomparve dietro a nuvole cariche di pioggia e il vento rinforzò: non erano certo le condizioni migliori per uno scontro aereo, tuttavia non avrebbero potuto fare altro.
Raita fu il primo ad uscire dalla formazione nella tenue luce dell’alba
Marin lo seguì immediatamente, comunicando con segnali e in silenzio radio con il compagno mentre volavano verso i punti ciechi dei radar della Algor indicati dalla Dottoressa Queenstein a bordo del suo Falcon con Jaime.
Riuscirono a penetrare da un varco volando verso i ponti di attracco della fortezza, mentre all’esterno, le forze terrestri e gli stessi civili avevano ingaggiato una lotta senza quartiere nelle strade e nei cieli contro gli invasori.
“Conducator i tre piloti del Baldios si trovano nel reattore della fortezza.”
Gattler fissò il widiwall di controllo dinanzi a lui. Era certo che sarebbero caduti nella sua trappola, le pareti del reattore erano costruite con un particolare metallo che avrebbe riflesso ogni tentativo di distruzione.
Avrebbe finito Marin con tutta calma.
“Abbattete quel maledetto Falcon, gli occupanti li voglio vivi!”
Fu facile attuare quel piano e prendere prigioniere la Queenstein e Jaime.
Quando le ebbe dinanzi a sé, sporche e provate, sogghignò. Era solo questione di tempo.
Nel reattore, i tre piloti valutavano la situazione.
“È stato troppo facile ragazzi. C’è qualcosa che non mi piace!”
Oliver temeva che la facilità con cui erano arrivati in quel luogo non fosse solo fortuna mentre Raita fissava la struttura.
Ricordava molto il reattore della Algor I che avevano distrutto con il Baldios; tuttavia, c’era qualcosa di molto diverso ma non riusciva a comprendere di cosa si trattasse. Poi una luce riflessa sulle pareti gli fece capire tutto.
“Siamo in trappola! Ragazzi, se tiriamo un solo colpo l’energia prodotta verrà deviata contro di noi: sono pannelli riflettenti, finiremo arrosto!”
“Complimenti Blue Fixer ci siete arrivati. È stato facile ingannare la vostra presunzione con un trucchetto facile facile. E ora scendete dalle vostre macchine.”
Gattler era particolarmente ilare. La situazione stava velocemente girando a suo favore.
Marin scrutò la struttura poi rispose ai compagni.
“Abbiamo lo scudo termico di Aphrodia, se lo colpiamo e facciamo un balzo subspaziale ce la possiamo fare!”
Raita era perplesso ma Oliver sposò la tesi di Marin.
“Dobbiamo provarci Oliver, è rimasto pochissimo tempo! Se la Algor salta, le truppe ribelli e quel che rimane del nostro esercito ha una speranza di poter attaccare e vincere.”
Oliver sospirò.
“Va bene, ci sono anche io!”
Fecero per predisporsi al colpo e al salto quando Gattler inviò sui loro monitor l’immagine di Jaime e Queenstein. A quella vista i tre fermarono la manovra e scesero dai propri mezzi.
La guardia personale attese i tre piloti: aveva avuto ordine di scortarli alla sala di comando in percorsi divisi.
Mentre percorrevano quei corridoi, il volto di Marin si contrasse in una maschera cupa e silenziosa, la sua mente piena di pensieri veloci.
Doveva tentare il tutto per tutto, a quel punto non aveva più nulla da perdere. Al momento opportuno, avrebbe dovuto solo liberarsi delle guardie.






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