Fanfic Code Name Red Rose
- Alberto Schiavone
- 8 mag 2024
- Tempo di lettura: 12 min

Cap. 5 – With or Without you
Can we give up loving and being loved?
Her life hides a secret
Transgression is his defense weapon.
Love will be their salvation…..
Ore dopo nel perimetro adiacente la Sede del Governo Internazionale, Aphrodia era come una pantera pronta a colpire.
Tuttavia, nonostante tutti gli studi compiuti sulla missione, le simulazioni per ridurre al minimo la percentuale di rischio, qualcosa nel profondo le diceva che le cose non erano come apparivano.
Non appena fu sicuro che Marin fosse all’interno dell’edificio, pronto ad agire, Landauer diede il segnale ai gruppi di iniziare la manovra di avvicinamento.
A sua volta, Faulkner verificò dove fosse appostato il gruppo di uomini a cui era commissionato l’attentato.
Quello era affare che il colonnello aveva riservato a sé stesso.
Aphrodia era nel cuore dello scontro, da una parte i soldati di Aldebaran e dall’altra quelli della Federazione Terrestre, decisi a non fare entrare i nemici nel palazzo governativo a costo di farsi ammazzare uno per uno.
Si batteva con maestria, cercando di aprirsi un varco per avanzare e arrivare al Governo Terrestre.
In un attimo di parziale quiete, alzò gli occhi guardandosi intorno. La sensazione che qualcosa le sfuggisse non l’abbandonava.
Una fitta la colpì alla spalla sinistra, l’impatto la sbilanciò in avanti ma resistette e strinse la pistola in pugno.
Sei uomini alle sue spalle, tutti di Aldebaran, la circondarono.
“Ma che diavolo state facendo?”
“Prendetela, non deve sfuggirci!”
Una seconda fitta esplose sul ginocchio destro: il dolore di un calcio era lancinante, mozzandole il respiro e annebbiandole la vista.
Aphrodia cercò di resistere ma cadde in ginocchio: Declas si fece strada tra quegli uomini fissandola con un sorriso mellifluo.
“Diremo a Gattler che la sua adorata Gran Comandante è stata uccisa dai terrestri, così finalmente scatenerà l’inferno sulla Terra e noi prenderemo il comando. Fate di questa puttana ciò che volete, ma la voglio morta!”
Gli uomini la guardarono con odio e lussuria e improvvisamente caddero sotto i colpi di Landauer, palesatosi alle loro spalle insieme a Marin.
Declas fece per fuggire ma un colpo preciso lo centrò al cuore e cadde toccando terra quando ormai la vita l’aveva abbandonato.
Lanciando un’occhiata alla donna a terra, il Colonnello indicò una strada sicura a Marin.
“Portala via, fa presto!”
Aphrodia cercò di fuggire ma Marin le bloccò le braccia sui fianchi, trascinandola lontano dal campo di battaglia.
Lei sferrava pugni e calci, colpendolo alla cieca per liberarsi.
Sembrava una fiera scatenata. Marin la sbatté contro un muro, a fatica riusciva a contenere la sua rabbia.
“Lo sai chi sei?”
Lei lo fissò sprezzante
“Quello che tu volevi far morire, il Gran Comandante di Aldebaran.”
Marin distolse lo sguardo, era bella da togliere il fiato ma era il suo più mortale nemico in quel momento
“Ti ha ordinato di farmi fuori”
Lei lo guardava come se non lo vedesse.
“Lui te l’ha ordinato. Non avresti alcuna esitazione.”
Lei annuì
“Non hai paura di morire, vero Marin?”
I suoi occhi erano scuri come la notte e la fissavano intensamente.
“No, me l’avete tolta molto tempo fa…”
Non importava quanto, in quel momento, sarebbe stato bieco il suo agire. La sollevò da terra. La schiena di Aphrodia aderiva perfettamente al suo petto
“Lasciami! Maledetto bastardo ho detto lasciami!”
“Le vuoi proprio le mie mani, vero?”
Sussurrò perfido, schiacciandola al muro.
“Non sai quanto ti sbagli. Mi fai schifo.”
Le legò le mani, Aphrodia cercò di divincolarsi ma Marin fece quello che andava fatto. La colpì tramortendola e caricata sulle spalle, uscì da quel perimetro di fuoco.
Molte ore più tardi, Aphrodia aprì gli occhi.
Le ci volle qualche minuto per capire dove si trovasse, tuttavia l’odore di salsedine ed il rumore del mare in sottofondo, quella luna grande e luminosa non potevano non ricordarle il cottage sulla spiaggia.
Fissò i suoi polsi, erano legati alla poltroncina. Marin.
“So che sei qui…”
Il giovane uscì dal cono d’ombra da cui l’aveva guardata dormire, placida e bellissima. Tuttavia, aveva qualche difficoltà ad associare a quel viso angelico l’immagine della donna priva di ogni emozione in cui era stata trasformata da Gattler.
“Ti hanno cambiata…”
“Sì, molto meglio: nessuna esigenza, nessuna paura. Un solo obiettivo.”
Lo fissò dritto negli occhi, il suo tono era basso e insinuante.
“Nessun desiderio. Ti può far sentire più forte…”
Marin si avvicinò, fissandola a sua volta; era incapace di credere che fosse davvero la sua Aphrodia a parlare in quel modo.
Poi si disse che la sua donna non era quella, la sua donna era calda e l’amava con passione; doveva far presto a raggiungerla prima di perderla definitivamente.
“Un tempo eravamo molto vicini..”
Lei scosse il capo, l’accenno di un sorriso cinico sulle sue labbra.
“Quel tempo è passato, non puoi fare nulla per farlo tornare. Se pensi di farlo tornare, sei tu che hai bisogno d’aiuto...”
Marin si allontanò, lasciandola sola.
Odiava Gattler con tutte le sue forze e se solitamente si controllava, uscì dalla casa, maledicendo il tiranno e prendendo a calci ogni cosa che trovò sul suo cammino fino a giungere sulla spiaggia.
Quello non era altro che un incubo spaventoso, sarebbero stati in grado di uscirne?
Era giorno inoltrato quando la Queenstein raggiunse il cottage.
Aggiornò Marin sulle ultime informazioni giunte da Faulkner.
Landauer aveva ripreso la sua copertura e fatto ritorno su Aldebaran, informando Gattler deimotivi del fallimento della missione e l’infiltrazione di una squadra esterna nel perimetro di azione.
Il dittatore era andato su tutte le furie; le inconfutabili prove del coinvolgimento di Declasavevano avuto come esito l’eliminazione immediata di un pericoloso avversario da parte di un uomo colpito dalla perdita del suo Gran Comandante.
E più di tutto, geloso di una donna senza cui non poteva stare e di cui non aveva notizie certe.
Nel cottage, la dottoressa si recò dove era tenuta Aphrodia.
Era strano, tutto era iniziato tra quelle mura. Sarebbe anche terminato?
Domande che non trovavano una risposta certa.
“Ciao Aphrodia.”
La Queenstein fissò la giovane donna legata alla sedia.
Era davvero cambiata, il suo sguardo era glaciale ma vuoto, nessuna pulsione, nemmeno una qualche traccia di collera.
Un brivido l’attraversò; nello studiare il protocollo recuperato da Landauer aveva compreso lo schema del trattamento, ma in quel momento la dottoressa ebbe l’impressione che con Aphrodia, Gattler si fosse spinto molto oltre.
“Dimmi un tuo desiderio.”
La giovane non la guardò neppure.
“Vederti morta.”
La dottoressa annuì.
“Ne sono certa. Ma i desideri anche quelli più reconditi prima o poi reclamano una risposta.”
In quel momento Aphrodia girò la testa verso di lei, fissando i suoi occhi sulla donna dinanzi a sé.
“Molto interessante Dottoressa. Una mente brillante può offuscare l’essere veramente una vipera velenosa, non è vero?”
Queenstein scosse il capo; nessuna emozione, zero empatia: i suoi timori erano fondati.
La follia di Gattler per Aphrodia era esasperata ai limiti del comprensibile.
“Molto cinico da parte tua…”
La giovane tornò a chiudersi in un ostinato mutismo e, poco dopo, parlando con Marin la dottoressa gli prospettò la situazione senza mezzi termini.
“L’hanno portata in luoghi lontani. Solo un folle molto lucido poteva arrivare a tanto.”
Lui la guardò senza particolare emozione.
“La possiamo recuperare?”
La donna scosse il capo.
“Difficile fare previsioni. Ma data la nostra condizione, non so quanto tempo abbiamo a disposizione e un trasporto nella base Blue Fixer è altamente sconsigliabile…”
Fece una pausa per riflettere.
“Nelle sue attuali condizioni, sarebbe difficile spiegare al personale della base che è un’infiltrata e non più il Gran Comandante di Aldebaran. In particolare, Jaime non deve sapere nulla. Il suo odio per Aphrodia potrebbe mettere in serio pericolo tutta la missione.”
Marin annuì quando un messaggio dalla plancia di comando lasciò in sospeso quella conversazione.
“Dottoressa, Faulkner ci ha inviato un messaggio. L’intero gruppo di congiurati è stato eliminato, Gattler ha il fianco scoperto: i gerarchi ora lo stanno spingendo ad accelerare unattacco generale…”
“Non c’è altro?”
Il giovane scosse il capo.
“No. Non per ora almeno…”
Nella base Aldebaran, Landauer si stava dando da fare per entrare in possesso del file circa il trattamento a cui era stata sottoposta la sua principessa.
Lo trovò e scoprì che il processo entro cinque giorni sarebbe divenuto irreversibile.
La sua costernazione era profonda, tuttavia non doveva perdere di vista la realtà di infiltrato ed avvertì netta la sensazione che, nonostante si fosse liberato di un avversario come Declas, qualcosa o qualcuno lo teneva sotto controllo.
Era ora di dare l’addio ad Aldebaran e ai panni di Ruvslan, ma non prima di procurarsi un’attrezzatura adeguata e registrare un video con informazioni vitali per Marin nel caso qualcosa fosse andato storto e rimanesse ucciso.
Con l’aiuto di Faulkner e della dottoressa, Marin aveva fatto in modo di schermare il trasponder, impedendo di fatto a Gattler di individuare la posizione di Aphrodia.
Fino a quando il tiranno non aveva la certezza che lei fosse sopravvissuta, poteva conservare un minimo di vantaggio e sperare di aver tempo a sufficienza per cercare di riportare Aphrodia a sé stessa.
Era un breve video inciso da Landauer, si stava preparando al rientro e contro ogni rischio aveva fatto in modo che il messaggio giungesse a destinazione.
“Ciao Marin. Ho inciso questo nastro perché sono entrato finalmente in possesso dei parametri del processo di conversione. Abbiamo solo cinque giorni di tempo prima che il processo diventi irreversibile. Ho inviato a Queenstein la parte farmacologica, è importante che tu ti concentri sulla stimolazione delle sue emozioni. Forse potremo farla tornare quellache era. Ma è necessario fare presto…”
Marin scosse il capo. Cinque giorni. Non uno di più.
“Che facciamo con lei? Marin gli porse un piccolo hardware ed inseritolo nel lettore di sistema della base, Faulkner aggrottò le sopracciglia.
“La nostra ragazza non se ne starà tranquilla…”
Il giovane annuì.
“E’ già sistemato.”
L’ufficiale annuì compiaciuto.
“Hai pensato a tutto, ma avremo bisogno di tempo.”
Marin lo fissò grave.
“Non abbiamo più tempo…”
Aphrodia si svegliò da un sonno profondo, la luce che entrava dalla finestra quasi la stordiva ma più di tutto erano le manette ai polsi che la tormentavano.
Così come lo sguardo di lui, avvolto nell’oscurità.
“Perché sono qui?”
Il suo tono era duro, il suo sguardo tagliente.
“Devi recuperare la sensibilità.”
Aphrodia rise.
“Non mi importa assolutamente nulla di te…”
“Invece sì e lo sai bene. Hai solo bisogno di tempo.”
Lei lo guardò con aria di sfida.
Il giovane attraversò la stanza, andando alle sue spalle; la donna smaniava per liberarsi e cercava di vedere cosa accadeva.
Il non vedere le dava un senso di impotenza quasi intollerabile.
“Tempo di liberarti dalla droga che ti rifilava Gattler per mantenerti ai suoi voleri…”
Lei lo fulminò con lo sguardo, lui non ci fece caso.
“Su, bevi questo.”
Le avvicinò alle labbra un bicchiere ma Aphrodia girò la testa di lato, rovesciandolo tutto.
“Non ti avvicinare più a me!”
Marin non rispose e preparò un’altra dose del liquido.
Aggressiva com’era, era certo che non l’avrebbe assunta spontaneamente e quindi bevve calando decisamente sulla bocca di lei, costringendola a bere.
Aphrodia tossì, cercando di divincolarsi ma lui era troppo forte, non appena la lasciò, scattò dalla poltrona trattenuta soltanto dalle manette fissate al mobile.
Pareva un cobra pronto a mordere e veleno uscì dalla sua bocca.
“Sei morto Marin, Gattler ti troverà e ti ucciderà…”
Era furiosa e si sentiva estremamente inerme. Non poteva fare altro che aspettare.
Marin e Queenstein iniziarono il trattamento, la fase maggiormente complicata era l’astinenza dal processo di mantenimento e se, in un primo momento, si ribellò strattonando con una forza insospettabile le manette, Aphrodia perse ogni forza di lottare.
Brividi, la fronte imperlata di sudore freddo, nausea.
Marin dovette fare forza su sé stesso per procedere e non cedere alle suppliche, alle preghiere di lei di somministrarle la droga.
Il processo proseguiva lentamente, il giorno lasciò il campo alla notte mentre Marin si prendeva cura della giovane quasi priva di sensi e squassata dai tremori senza badare alla sua stanchezza.
Le asciugava il volto madido di sudore con amore e più di una volta aggiunse una coperta per tenerla calda; era cosciente però che il freddo era in lei.
Le ore trascorrevano lente, ad orari prestabiliti le praticava un prelievo di sangue che la Queenstein prelevava ed analizzava personalmente.
“Ha superato la prima fase…”
Marin annuì e chiuso il collegamento, tornò da lei, accarezzandole il volto.
La febbre era calata, permettendole di assopirsi e nel sonno chiamò varie volte il nome di lui.
La liberò dalle manette con estrema dolcezza, era stremata da quella fase di intenso stress ma sveglia e prendendola tra le braccia, la portò dinanzi alla finestra fino a quando non si riaddormentò tranquilla, la testa poggiata sulla sua spalla.
Aphrodia dormiva profondamente quando la lasciò per concedersi un leggero spuntino ed un caffè bollente.
Raita non aveva badato a spese, procurandogli da mangiare per un esercito.
La tazza calda tra le mani, Marin riguardò il video di Landauer per ripassare gli step successivi.
Aphrodia si svegliò da un sonno pesante fatto di ombre e paura madida di sudore.
Scivolò piano fuori dalle coperte, si reggeva in piedi a fatica ma riuscì ad infilarsi sotto la doccia, sperando che riuscisse a calmarla un po’.
Mentre l’acqua colava tra i seni, sui fianchi e tra i capelli, respirò profondamente per fermare le ondate di nausea e vertigini che a tratti la coglievano.
Era un militare addestrato a sopportare qualsiasi pressione, ma una condizione come quella non l’aveva mai sperimentata.
Marin chiuse gli occhi, era stanco ma un movimento sospetto nella stanza al piano inferiore lo insospettì.
Pistola alla mano, scese trovandola nella stanza avvolta in un asciugamano candido. Aphrodia si appoggiò al muro dinanzi al viso combattuto di Marin.
“Non dovresti essere in piedi.”
Lo guardò senza dire assolutamente nulla, ascoltando le sue parole senza avere il coraggio di interromperlo, gli occhi socchiusi e le labbra schiuse in modo invitante da riuscire a confonderlo con uno sguardo.
“Perché non riesco ad odiarti?”
Lei non batté ciglio, non diceva una sola parola ma era come se gli stesse gridando di abbracciarla, o era Marin a volerlo credere. Non lo sapeva, non capiva più nulla. Ma quella poteva essere l’occasione di trasformare tutto.
Fu quel pensiero che gli diede la forza di continuare, di avvicinarsi a lei.
“Vieni torna a letto, non stai ancora bene.”
Marin era a un passo da lei ma Aphrodia continuava a starsene ferma; forse quel silenzio era la vera risposta. Che non aveva la minima intenzione di dargli retta.
Poi lei si morse un labbro, studiò il suo viso con un’espressione indecifrabile e, semplicemente, infilò una mano nell’asciugamano e lo lasciò cadere a terra, offrendosi ai suoi occhi senza più alcuna barriera.
Sapeva che doveva difendersi da quella tentazione ma era troppo bella per resisterle. Si avvicinò sfiorandola come una divinità per stringerla a sé.
Aphrodia lo lasciò fare, allungando una mano verso la pistola al suo fianco e, veloce lo disarmò, puntandogli contro l’arma.
Tremava visibilmente, ma fu più per fortuna che non forza che riuscì a colpirlo; raccolti i suoi indumenti, fuggì sulla spiaggia, ma dopo aver percorso pochi metri, cadde a terra sfinita.
Marin la raggiunse e la strinse a sé con tutta la forza che aveva.
Piangeva calde lacrime e il giovane le chiese di fidarsi di lui.
“Ancora un giorno Aphrodia e non avrai più bisogno di nulla. Resisti ti prego.”
Il dolore nella sua testa era insopportabile, stava male ed era disperata.
“Che cosa mi hanno fatto?”
Era una domanda infinita a cui non trovava risposta se non nell’abbraccio sicuro dell’uomo che era accanto a lei, stringendosi a lui come a cercare protezione.
La riportò al cottage e la depose nel letto mentre i singhiozzi la scuotevano ancora.
Marin si mise alle sue spalle cercando di tranquillizzarla e stette a contemplarla mentre riposava, finalmente tranquilla.
“Ho dormito…”
Aphrodia era assonnata.
“Stai meglio?”
“Il dolore c’è ancora…”
Marin le accarezzò leggermente le tempie.
“Andrà via…”
Lei chiuse gli occhi.
“Quando?”
La sua voce era quasi un gemito.
“Quando lo lascerai andare.”
Marin la baciò sulla bocca senza incontrare resistenza, le sue mani si mossero lente e leggere sul suo volto seguite dalle labbra, strappandole brividi di piacere.
Il ghiaccio era rotto e presto i suoi palmi discesero, accarezzandola lungo i fianchi, prendendola per la vita, scoprendo il suo addome, i suoi seni.
Aphrodia rabbrividì come se si destasse da un lungo sonno, il suo corpo era vivo e chiedeva disperatamente di essere riscoperto, accarezzato, amato così come la sua anima.
Marin la spogliò completamente senza mai smettere di toccarla e baciarla, lasciandola libera di riappropriarsi delle sue emozioni quando lei prese a rispondere a quel corteggiamento di mani e labbra.
“Ti amo Marin.”
Ed era vero, la sua donna era tornata e rispondeva con altrettanto ardore al suo baciarla in ogni singola parte del suo corpo, spogliandolo ed esigendo sempre di più.
“Fai l’amore con me…”
Molte ore dopo, stanchi ma stretti l’uno all’altra stavano in silenzio, cercando di rendere indimenticabili quei momenti.
“Non possiamo restare qui…”
Lei scosse il capo, stringendosi ancor più al torace di lui.
“Lo so.”
Marin le prese il volto tra le mani, costringendola a guardarlo.
“Non so vivere senza di te. Non gli permetterò di riprenderti…”
Lei lo baciò con tutta la passione di corpo e anima, stringendosi a lui, incerta su chi proteggesse davvero l’altro.
“Ho bisogno di te.”
Scivolò su di lui, chiedendogli di fare di nuovo l’amore con lei.
Ascoltando il rumore della risacca del mare nella stanza appena rischiarata da una luna luminosa più del solito, Aphrodia chiese a Marin di raccontarle tutto quanto era accaduto in quel periodo.
Lui la fissò, studiando quel volto.
“Non ricordi nulla?”
Lei gli accarezzò il viso.
“No, ma voglio essere certa che i miei ricordi siano reali. Non sempre avevo il controllo di me stessa.”
Marin l’accontentò, partendo dal momento in cui erano cessate le comunicazioni e Aphrodia rimase sorpresa non poco nello scoprire che Landauer avesse rischiato la vita, prendendo il posto di Ruvslan.
Ancor più per non essersi minimamente resa conto dello scambio.
“Ho paura di aver perso il coraggio di sognare Marin…”
Aphrodia lo disse sinceramente, temeva di non essere più in grado di sperare nel futuro, in un futuro insieme.
“Ce la faremo, quando Gattler sarà definitivamente fuori dalle nostre vite, nessuno ci impedirà di stare insieme. Ma ho bisogno che tu sia forte.”
Lei annuì.
“Portami tra la nostra gente Marin!”
Il giovane la guardo negli occhi.
“Ne sei davvero sicura?”
“Adesso non voglio più nascondermi, farò tutto quello che è in mio potere per restituire a questo pianeta e al suo popolo la possibilità di un domani di pace. Si ne sono certa Marin.”





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