Fanfic Code Name Red Rose Cap. 7: Crises Love not only makes a crises endurable,It makes it transformable..
- Alberto Schiavone
- 28 mag 2024
- Tempo di lettura: 11 min

Cap. 7: Crises
Love not only makes a crises endurable,
It makes it transformable..
“Smettila di pensare in questo modo, non puoi continuare a colpevolizzarti Aphrodia, solo un pazzo poteva progettare un inganno simile.”
“E’ la mia vita quell’inganno Marin! Nulla di ciò che sono io è reale, lo vuoi capire? Come puoi pretendere che ritorni a combattere quando non so chi diavolo sono veramente. Ho sofferto abbastanza, non credo di essere in grado di sopportare altro!”
Marin la fissò, il suo volto pareva una maschera illeggibile. Dalla seduta di ipnosi Aphrodia era come precipitata dentro un vortice di angoscia profonda da cui non riusciva a sollevarsi. E le discussioni tra loro erano aumentate.
“Stai dicendo che vuoi abbandonare tutto?”
Lei lo fissò cercando di ricacciare indietro le lacrime.
“Vattene Marin, stai lontano da me. Stare con me è pericoloso.”
“Ma che diavolo stai dicendo? Vuoi scappare dal dolore, dal ricordo, dalla rabbia, dalla solitudine? Fanno parte della vita, anche se fuggi lontano ti troveranno. La tua storia non potrai mai cancellarla, ma scenderci a patti, si.”
La voce di Marin era aspra, rabbiosa ma non le importava.
“Tu hai sempre tutte le risposte, Raigan. Non è così?”
In quel momento era l’Aphrodia arrogante, altera e viziata che detestava cordialmente. In quel momento avrebbe voluto picchiarla, abbracciarla, insultarla e baciarla.
Marin uscì dalla stanza come una furia, lasciandola attonita a fissare la porta, stringendo i pugni mentre sentiva gli occhi inumidirsi e il suo cuore frantumarsi.
Afferrò la giacca che lui aveva lasciato nella stanza; infilatasi il cappuccio in testa, fuggì dalla base, sotto la pioggia battente, senza sapere se fosse solo la pioggia o anche le sue lacrime ad inondarle il viso.
Camminò per ore senza una meta precisa, senza vedere o sentire quello che accadeva attorno a lei.
Per la prima volta si sentì sradicata da qualsiasi certezza avuta fino a quel momento.
Ora si sentiva davvero sola.
In effetti, lei sola non lo era mai stata realmente. Fin da bambina era sempre circondata da uomini e donne di fiducia di Gattler prima e successivamente, grazie alla sua bellezza e intelligenza indiscussa, dai compagni di università e di accademia.
Si fermò guardandosi attorno; la vivace vita cittadina la colpì.
Le persone stavano finalmente ritrovando la serenità dopo quella guerra atroce.
C’erano famiglie, uomini e donne che sorridevano e si divertivano nei locali all’aperto, sentimenti impensabili su Aldebaran, ma che ricordava bene nelle città sotterranee di S-1 prima del golpe dei militari.
Il suo golpe. Si guardò le mani vedendole sporche del sangue dell’imperatore e della sua gente.
“Mio Dio ma quale follia ho assecondato, ho vissuto?”
Quella domanda martellava nella sua mente. Marin sosteneva che non poteva essere colpa sua ma dell’assoggettamento a Gattler, tuttavia lei era un essere senziente.
Avrebbe dovuto rendersi conto della follia dell’uomo e fermarlo: quando aveva cercato di porvi rimedio era comunque troppo tardi.
Ripensò a Marin, forse era troppo tardi anche per loro. Non poteva permettere che vivesse con il peso di una donna annichilita dal senso di colpa.
Si strinse nella giacca che aveva ancora un po’ del suo profumo e nuovamente le lacrime invasero il suo volto.
Aphrodia riprese a camminare persa nei suoi pensieri, quando alle sue spalle un forte rumore di lamiere contorte la fece volgere improvvisamente.
Un incidente tra due auto, un bambino sbalzato fuori e persone ferite.
Non ci pensò due volte, si slanciò sul bambino osservando che respirava a fatica.
Mise in pratica gli insegnamenti circa la respirazione, in quel momento avvertì che dovevasalvare quella piccola vita e il suo istinto fece il resto.
Quando giunsero i soccorsi lasciò che si occupassero del piccolo e uno degli infermieri la guardò.
“Signora, lei ha salvato la vita di questo bambino.”
Aphrodia annuì, l’accenno di un sorriso sul viso.
“Sono rifugiati di S-1, dobbiamo allertare l’istituto di ricerca, abbiamo bisogno di sangue per l’altra coppia.”
Fissando la scena davanti ai suoi occhi, trovò una risposta.
“Io sono di S-1, prendete il mio.”
Si scoprì il capo e la gente attorno a lei, la guardò.
“Il mio sangue può salvarli. Svelto, prendilo!”
Stranamente, nessuno attorno a lei sembrò riconoscerla per ciò che era stata.
Furono portati in ospedale, dove furono raggiunti da un gruppo di funzionari del Governo Terrestre.
Qualcuno aveva riconosciuto l’ex Gran Comandante di Aldebaran: gli agenti avevano ricevuto l’incarico di prendere Aphrodia in custodia.
“Come stanno il bambino e la sua famiglia?”
Il medico la guardò, incerto su cosa rispondere.
“Il bambino è un terrestre. La coppia è di S-1. Ha salvato entrambi, Signora.”
Aphrodia annuì, fissando i funzionari governativi.
“Sono contenta. Sono a vostra disposiz…”
Non finì la frase perché svenne.
Quando riaprì gli occhi si ritrovò a letto in una stanza bianca. Fece per sollevarsi ma ripiombò sul materasso senza forza e una flebo era collegata al suo braccio.
“Bene, si è ripresa finalmente.”
Una dottoressa entrò osservando i parametri del monitor.
“Che cosa è successo?”
La donna la guardò.
“Sono la dottoressa Silva. È svenuta. Da quanto non mangiava e beveva?”
Aphrodia scosse il capo. Aveva perso la cognizione del tempo dopo essere fuggita dalla base Blue Fixer.
“Le stiamo facendo esami più accurati. Rimarrà qui un paio di giorni.”
“Posso contattare una persona?”
La dottoressa scosse il capo.
“Non credo sia possibile. È in stato di fermo.”
Aphrodia insistette.
“La prego dottoressa, contatti la Professoressa Queenstein, alla base Blue Fixer. Le dica dove mi trovo.”
La donna rifletté osservando lo sgomento sul volto dell’altra.
“Va bene. La contatto subito.”
Alla base Blue Fixer, la Dottoressa Queenstein ricevette una chiamata inaspettata dal Central Med.
Non appena concluse la conversazione, guardò Landauer e Marin.
“Aphrodia si trova al Med.”
Marin sorrise risollevato.
“Vado subito da lei.”
“Marin, no. Ha chiesto di vedere me. Da sola.”
Il sorriso scomparve.
“Ma Dottoressa…”
Queenstein gli accarezzò il volto con fare materno.
“È sconvolta e forse ora ha bisogno di qualcuno più simile a una figura materna che non a quella di un amante, Marin. Dalle del tempo.”
Lui strinse i pugni guardando la donna allontanarsi.
“Ho preteso troppo da lei e dalla nostra storia: ho finito per rovinare tutto.”
Landauer mise una mano sulla spalla del giovane.
“Aphrodia deve scendere a patti con sé stessa e le sue ombre, Marin. Nessuno di noi può sapere cosa sia accaduto veramente tra lei e Gattler in tutti questi anni. La Dottoressa ha ragione, deve capire e accettare. Tornerà da te, e quando lo farà sii presente per lei. E se non tornerà, allora andrai a riprenderla. E se vuoi un consiglio, vatti a riposare un po’ sembri uno straccio.”
Marin seguì il consiglio del Colonnello; tornò al cottage e cercò di dormire qualche ora, ma finì per svegliarsi di soprassalto, madido di sudore, con il fiato corto, i nervi a fior di pelle e i muscoli infiammati per la forte contrazione.Si mise seduto, si appoggiò alla spalliera del letto passandosi una mano tra i capelli e guardò la parte del letto vuota.Aveva davvero rovinato tutto. Ma si era davvero arreso? L’avrebbe lasciata andare, perdendo l’unica cosa importante e vera della sua vita?I bagliori delle prime luci dell’alba entrarono dalla finestra e illuminarono la parte del letto dove dormiva Aphrodia e allora comprese cosa doveva fare.
Al Med, Aphrodia si svegliò da un sogno fosco trovando la Dottoressa Queenstein al suo fianco.
“Dottoressa.”
“Ti senti un po’ meglio?”
La giovane annuì. Tutto considerato, nonostante la sensazione di essere passata sotto un rullo compressore, non stava malissimo.
“Non capisco perché sono svenuta.”
Queenstein sorrise.
“Ti concedo di essere allenata a situazioni estreme, ma hai passato quasi due giorni senza alimentarti e hai bevuto pochissimo.”
La dottoressa Silva entrò interrompendo quel dialogo.
“Abbiamo gli esiti degli esami, professoressa. La situazione generale si è stabilizzata, i parametri sono buoni. La tratteremmo solo per essere tranquilli.”
La Dottoressa annuì e attese che l’altra uscisse dalla stanza.
“Ci hai fatto spaventare con la tua fuga. Stai male per lui non è così?”
Aphrodia la guardò, era ovvio che quel commento riguardasse Gattler.
“Sto male per ogni cosa, sono giunta alla fine della corsa e il bilancio è davvero troppo pesante. Ho sbagliato ogni cosa, non sono stata altro che un burattino nelle sue mani: poteva muovermi come desiderava per i propri fini. Tutta la mia vita è stata un inganno. Forse era davvero meglio se fossi morta.”
I suoi occhi si riempirono di lacrime. Hera Queenstein sentì i brividi in tutto il suo corpo, sperando che quel che aveva immaginato non corrispondesse alla realtà.
“Che cosa ti ha fatto quel mostro di Gattler?”
Aphrodia non rispose.
Si rannicchiò nel letto cercando di non pensare, eppure non riusciva a non rivivere il momento in cui, catturata e imprigionata dalla guardia di Gattler, si era ritrovata dinanzi a lui.
L’aveva picchiata duramente per averlo ferito, trattamento che aveva messo in conto. Tuttavia, l’aveva fatta prelevare dalle prigioni e fatta condurre nelle sue stanze dopo essere stata resa presentabile.
Ciò che accadde dopo, sperava di dimenticarlo per sempre.
“Ti ha violentato, non è così?”
Aphrodia guardò la dottoressa incerta, ma la necessità di parlare ebbe il sopravvento.
“Non è stata la prima volta. Ma l’ultima e la più terribile. Per rendere credibile Red Rose ho dovuto cedere. Pregavo che finisse presto.”
La Queenstein l’abbracciò cercando di consolarla e Aphrodia pianse disperatamente tutte le lacrime che aveva sempre dovuto ricacciare indietro.
“Piangi bambina, piangi pure.”
Le accarezzò i capelli maternamente, era così fragile e lontana dall’immagine che aveva sempre avuto di lei; la donna dura e fredda aveva lasciato il posto a uno scricciolo impaurito.
La guardò addormentarsi, il calmante datole dalla dottoressa Silva stava facendo effetto.
Rilassandosi sulla sedia, la dottoressa ripensò a quando aveva sottoposto Aphrodia allo scanner encefalico.
Gattler aveva fatto in modo di soggiogare sia lei che Miran, condizionandoli fin da bambini ai suoi ideali di potenza e gloria. Non poteva negare che Aphrodia avesse sulla coscienza le vite di milioni di persone sia terrestri che del suo stesso popolo, tuttavia, probabilmente nemmeno lei stessa se ne era resa conto.
Almeno fino a quando non aveva dovuto fare i conti con il sentimento che provava per Marin.
La forza dell’amore che provava per lui aveva fatto saltare ogni sovrastruttura, liberando la vera Aphrodia.
Era del tutto logico che, riprendendola, Gattler l’avesse sottoposta a un condizionamento ancora peggiore. Era consapevole che avrebbe perso la sua sottomessa, ma guadagnato un soldato perfetto, incapace di provare qualsiasi emozione se il trattamento fosse stato portato a conclusione.
Queenstein rabbrividì e non era freddo: era un terrore profondo e inconscio che provava.
Una mano si posò lieve sulla sua spalla.
“Colonnello, che ci fai qui?”
Landauer le sorrise.
“Marin mordeva il freno e ho pensato di accompagnarlo per verificare che fosse tutto sotto controllo.”
Lei sorrise a quella battuta.
“Per ora dorme, mi chiedo come si possa essere così lucidamente folli come Gattler.”
L’uomo annuì.
“Ti ha raccontato qualcosa?”
La Dottoressa annuì.
“Accompagnami a prendere un caffè. Forse Marin adesso è più utile di me.”
Uscirono dalla stanza lasciando campo a Marin e, davanti a due tazze di caffè fumante, Landauer guardò intensamente Queenstein.
“Sei preoccupata, non è così?”
Lei sospirò.
“Si. Aphrodia mi ha rivelato altri particolari del suo rapporto malato con Gattler. Temo che il senso di colpa che prova possa allontanarla da Marin definitivamente.”
Landauer abbassò gli occhi.
“Allora i nostri timori erano fondati. L’ha usata come e quanto gli è piaciuto. Il protocollo era solo l’ultimo estremo tentativo di tenerla legata a sé. La mia piccola principessina, il mio più grande rimorso è di non aver fatto abbastanza per salvare lei e Miran da quel bastardo.”
Landauer si prese la testa tra le mani e la Dottoressa allungò una mano per consolarlo.
“Hai fatto quel che potevi fare.”
Lui rialzò il capo guardandola.
“Avrei dovuto ucciderlo quando ne ho avuto l’occasione, Queenstein.”
Lei scosse il capo poi lo guardò.
“Per quale motivo chiami Aphrodia, principessina?”
Landauer sospirò lasciandosi andare contro lo schienale della sedia.
“Suo padre era il comandante in capo delle guardie dell’imperatore di S-1. La famiglia reale non aveva eredi e il sovrano aveva dichiarato che Aphrodia e Miran sarebbero stati i suoi eredi. Il resto lo sai.”
Queenstein annuì sorpresa.
“Tutto si spiega. La morte dei genitori, Gattler che li prende sotto la sua custodia e raggiunge il titolo del padre, la comunità scientifica contro di lui e resa inerme, la morte del vostro sovrano per mano di Aphrodia e il resto è noto. Tutto per ottenere il potere e la gloria.”
“Già e chi ne ha fatto le spese sono stati il popolo di S-1, a partire da quei due ragazzi e da Marin, e il popolo della Terra.”
Queenstein annuì.
“Già, tuttavia per la Terra è lei il capro espiatorio. Non c’è uomo o donna sopravvissuto a questa catastrofe che non vorrebbe vederla morta.”
Landauer la guardò.
“Non solo per i terrestri Queenstein. Anche molti civili di S-1. Se riusciremo a sconfiggere Gattler e i suoi definitivamente, per Aphrodia c’è il plotone di esecuzione. Anche con ciò che abbiamo scoperto, i crimini commessi restano.”
“Marin non lascerà che Aphrodia muoia. È più facile che decida di fuggire con lei.”
Landauer la scrutò in viso. Pareva una madre preoccupata per il figlio.
“Per vagare nello spazio senza meta? E poi bisognerà capire quali sono le intenzioni di Aphrodia. E lei non è tipo da fuggire.”
La donna lasciò cadere le sue mani in grembo e chiuse gli occhi. Che ne sarebbe stato di loro? Entrando nella stanza, Marin osservò Aphrodia guardarlo a sua volta.
Aveva il viso distrutto, gli occhi gonfi e uno sguardo assente. Le bastò alzare lo sguardo per vedere quelle stesse emozioni passare sul volto del suo uomo. Non erano così diversi,dopotutto.«Ci ho pensato per due giorni, mi sono arrovellato il cervello per riuscire a rispondere alle tue domande quando le risposte le avevo davanti a me. E la risposta sei tu, Aphrodia.”
Non le lasciò nemmeno il tempo di rispondere.Si avventò sulle sue labbra, la circondò con le braccia, fece aderire i loro corpi e la baciò con dolcezza e urgenza, con amore e passione ricongiungendosi con lei.





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