IL RISVEGLIO DELLA SPERANZA
- Alberto Schiavone
- 30 apr 2024
- Tempo di lettura: 9 min
Dopo una feroce guerra senza vincitori né vinti, la Terra e l'umanità sembrano condannate ad un futuro di devastazione e morte. Ma la scoperta di un segreto può rimettere tutto in gioco...
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I corridoi del rifugio di emergenza dell’Unione Mondiale erano deserti e quasi completamente al buio. Era notte fonda e negli alloggiamenti del personale e nelle aree non strettamente operative l’illuminazione era ridotta al minimo; soltanto la sala computer, i laboratori principali e gli hangar ricevevano corrente elettrica in via continuativa. Nell’immediata fase post bellica, con il pianeta distrutto e devastato da maremoti e inondazioni e l’atmosfera che lentamente veniva avvelenata dalle radiazioni, le scorte di energia erano preziose. Era passata poco più di una settimana dalla fine della guerra, un conflitto assurdo che non aveva avuto vincitori né vinti. La base Blue Fixer non esisteva più, distrutta nello scontro con la fortezza Argor. Ciò che restava del Baldios, ultimo baluardo delle vane difese terrestri, giaceva nell’hangar principale del rifugio; c’erano il Baldy Price e il Cater Ranger. Lo spazio destinato al Pulser Burn era vuoto. I superstiti, dopo la terribile battaglia finale, si erano affrettati a raggiungere il rifugio, una vera e propria roccaforte che poteva assicurare la sopravvivenza dei suoi occupanti per un lunghissimo periodo. La fortezza Argor, nave madre degli invasori dell’Armata Aldebaran di S1, giaceva parzialmente inabissata nell’oceano. La parte che emergeva dalle acque si stagliava oscura e minacciosa all’orizzonte, come il fantasma di una gigantesca arca biblica naufragata e abbandonata nel diluvio, in un mondo da cui anche gli dei erano fuggiti. Le esplosioni nucleari che si erano susseguite a catena, provocate dal nemico, avevano segnato la fine di ogni speranza per la Terra. I sopravvissuti si erano riversati nei rifugi anti-atomici, rassegnati ad una difficile vita nel sottosuolo. Il livello delle radiazioni nelle zone del globo più lontane dai luoghi delle esplosioni, come quella in cui si trovava il rifugio dell’Unione Mondiale, al momento non era ancora oltre il livello di guardia, consentendo agli esseri umani di quelle aree di resistere per brevi periodi all’aperto, ma la trasformazione della Terra in S1 era avviata. L’anello spazio-temporale teatro del terribile conflitto tra passato e futuro si stava inesorabilmente chiudendo.
Nel suo appartamento, illuminato solo dal tenue bagliore azzurro della luce notturna di emergenza, la dottoressa Hera Queensteinsedeva in silenzio, reggendo un calice di vino fra le lunghe dita affusolate. I suoi occhi guardavano fissi verso le finestre, dotate di spessi vetri speciali predisposti per resistere alle radiazioni; fuori c’erano solo il buio della notte e della morte. Visibile dalla collina su cui si trovava il rifugio, c’era l’oceano. Una enorme, cupa massa d’acqua che aveva inondato gran parte delle terre emerse del pianeta, dopo lo scioglimento delle calotte polari. Un mondo devastato. Ecco cosa era diventata la Terra. E in quella devastazione anche la speranza pareva perduta per sempre. Nella mente della donna passavano come meteore immagini e ricordi: Ned, lo scienziato che aveva amato quando era una studentessa; il giovane e dolce David, l’allievo che l’aveva sempre amata in silenzio, e che per lei aveva scelto di morire in una missione suicida; e poi il comandante Tsukikage, verso cui provava sentimenti che gli rivelò troppo tardi, quando anche lui aveva scelto il sacrificio estremo per tentare di salvare la Terra. Ora era sola. Completamente sola. E senza Tsukikage si era ritrovata di colpo a comandare tutto il personale del progetto Blue Fixer. Ma poteva ancora esistere un progetto Blue Fixer, adesso che non c’era più nulla da salvare? Amore, morte, sacrifici, combattimenti… per cosa? Davvero era stato tutto inutile? Il destino sembrava essere quello di una lenta agonia per la Terra, e per l’umanità stessa. Sentì una lacrima scorrerle sul viso. Non la fermò. Quando la sentì arrivare alla bocca, portò alle labbra il calice, assaporando il gusto del vino dopo quello del sale.
Il ronzio del telefono sulla scrivania la fece sussultare. Si asciugò il viso e si alzò per andare a rispondere. La voce dell’Ufficiale Capo delle guardie era agitata, e sentiva altre voci concitate in sottofondo. “Dottoressa Queenstein venga nel reparto medico, presto! La ronda di perlustrazione ha trovato un ufficiale dell’armata Aldebaran vicino al rifugio, ferito molto gravemente. Dice di voler parlare con lei!”. “Cosa? Con me?” rispose Queenstein sorpresa. Uscì e si avviò verso gli ambulatori. Il fatto che il nemico conoscesse l’ubicazione delle strutture dell’Unione Mondiale non la stupiva, piuttosto si chiedeva quale ragione potesse mai portare un uomo in punto di morte a recarsi in una base avversaria, per parlare con qualcuno che non aveva mai visto. Il suo intuito le diceva che doveva trattarsi di qualcosa di molto importante.
“È molto debole, il medico ha fatto quello che ha potuto. Le ferite sono molto gravi e ci sono emorragie interne; gli restano poche ore di vita” disse l’Ufficiale Capo, “non so come abbia fatto, nelle sue condizioni, a trascinarsi fin qui. Ha raccontato di essere un sopravvissuto alla caduta della fortezza Argor, in cui era detenuto perché accusato di tradimento. È riuscito a liberarsi e a fuggire, ma è stato inseguito e ferito. Si è gettato in mare e ha usato un relitto come zattera di fortuna. Il resto lo ha fatto il tempo trascorso in acqua. Vista la perdita della base BFS, ha intuito che chiunque fosse scampato al disastro sarebbe venuto in questo bunker. Poi ha chiesto…”. Il militare esitò un istante, poi proseguì: “Anzi… direi che ha supplicato… di parlare con lei, dottoressa. Mi è sembrato sincero, ecco perché l’ho chiamata”, concluse. “Ha fatto bene, la ringrazio”, lo congedò la Queenstein. L’Ufficiale Capo si allontanò, e lei entrò nella stanza.
L’uomo si voltò verso di lei e aprì lentamente le palpebre; dallo sguardo emergeva tutta la sua sofferenza, ma anche un’estrema dignità. Aveva sicuramente superato i 50 anni, e doveva appartenere ai ranghi più alti della gerarchia dell’esercito. I suoi erano gli occhi di chi era cosciente di essere ad un passo dalla morte, ma esprimevano anche la gratitudine verso chi aveva accettato di ascoltare quelle che sarebbero state le sue ultime parole. L’Ufficiale Capo aveva ragione, erano occhi sinceri. La voce era affaticata per il dolore. “Dottoressa Queenstein, mi rimane poco tempo… ma la prego di ascoltarmi. Mi chiamo Karos, e sono un Colonnello dell’Esercito di Aldebaran. Dopo che Gattler divenne dittatore di S1, dando inizio al progetto folle dell’invasione della Terra, io e altri ufficiali tentammo di opporci, insieme al Consiglio degli Scienziati guidato dal Professor Reigan, ma… il Conducator stroncò ogni dissenso. Fece uccidere le famiglie di alcuni di noi, e per obbligarci alla fedeltà tenne in ostaggio le altre, fra le quali la mia. Per non perdere mia moglie e le mie bambine, mi arresi. Ora che loro sono morte, però, per me nulla ha più senso; mi resta solo il desiderio di non morire invano… Le sacche di resistenza all’interno dell’armata erano rimaste nell’ombra per via delle tremende ritorsioni, ma negli ultimi tempi avevano rialzato la testa. Io ne ho fatto parte, e vorrei che ci fosse ancora un futuro per la Terra. Lei è una grande scienziata, come lo era il professor Reigan… C’è una tenue fiamma di speranza che arde, e io la voglio consegnare a lei, dottoressa, attraverso le informazioni che sto per darle…”.
Quando uscì dalla stanza, pallida in volto, Hera Queensteinchiamò il medico in turno, che si presentò immediatamente. Il Colonnello Karos era morto, ed ora il suo viso appariva sereno. “Per favore dottore, date disposizioni affinché che abbia una sepoltura dignitosa”. Il suo tono non ammetteva repliche, e l’uomo chiamò subito alcuni attendenti. Dopo la morte di Tsukikage e il caos che seguì le ultime fasi della guerra, considerare la dottoressa Queenstein come nuova comandante fu per tutto il personale della base una conseguenza naturale e immediata della stima che nutrivano nei suoi confronti. La sola che ogni tanto, al chiuso nella propria stanza, dubitava di avere la forza per un simile ruolo, era proprio lei stessa. Era una donna di scienza, abituata all’attività di laboratorio e non certo all’azione, estremamente razionale e poco incline a prendere decisioni affrettate. Ma adesso era tempo di mettere tutti i dubbi da parte. Ritornò nel suo appartamento e si versò del vino, l’unico piccolo lusso che ancora si concedeva. Vuotò il calice in un paio di sorsi e volse lo sguardo verso le finestre; l’alba stava ormai spuntando, ma il cielo e il mare erano plumbei e tetri. Il sole, nascosto dietro un manto di spesse nubi, sembrava spento. Ripensò a Karos. Ogni singola parola di quanto raccontato dall’uomo era come marchiata a fuoco nella sua mente. “Speranza…”, sospirò. “Coraggio Queenstein! Forse è ora di ricominciare a crederci! E di fare cose che non avresti mai nemmeno immaginato…”. Le possibilità di riuscita erano remote, ma doveva tentare. Aprì il cassetto della scrivania, prese la cintura con la pistola laser e se la allacciò ai fianchi, in modo che restasse nascosta sotto la lunga giacca. Uscì e si avviò verso la sala computer del suo laboratorio privato, dove verificò una serie di dati. Poi proseguì fino agli hangar.
Come quasi tutti alla base Blue Fixer, anche lei aveva un brevetto da pilota. Entrò nel settore dei mezzi da ricognizione destinati al personale scientifico e si rivolse ai tecnici presenti, chiedendo di preparare il mezzo che aveva scelto. Poi compilò la scheda di servizio prevista: aveva bisogno di tempo, quindi dichiarò che avrebbe effettuato una lunga missione di monitoraggio della radioattività e altre misurazioni tecniche sulle condizioni meteo. Era un’attività frequente in quei giorni fra gli scienziati del rifugio, vista la situazione dopo le esplosioni nucleari, e una sua assenza prolungata non avrebbe destato sospetti. Intanto, i portelloni dell’hangar iniziarono a sollevarsi lentamente. Si diresse a passi decisi verso la piattaforma di decollo, dove i tecnici stavano trainando e posizionando l’elicottero. Potente e affidabile, quell’Agusta Westland poteva volare nelle condizioni meteo più estreme, possedeva un’elevata autonomia e un sofisticato sistema di protezione dal ghiaccio; con il clima impazzito dopo lo scioglimento dei poli, era una sicurezza fondamentale. Il glass cockpit lo rendeva adatto ad operare anche al buio, con l’utilizzo dei visori notturni; Hera non sapeva quanto sarebbe durata la sua ricerca e che condizioni avrebbe affrontato, e quel mezzo era il compagno ideale. Inoltre era equipaggiato con materiale di scorta per qualsiasi emergenza. Si allacciò le cinture e controllò con attenzione la strumentazione di bordo; azionò i comandi e rilasciò il freno dei rotori: le pale iniziarono lentamente a girare. Poi avviò i motori. Dopo alcuni minuti, quando si stabilizzarono, tirò verso l’alto la leva del collettivo e l’elicottero iniziò a sollevarsi. Con un delicato movimento del ciclico rullò fino all’uscita dall’hangar, decollando nel cielo grigio. Sotto di lei vedeva scorrere come in un film immagini apocalittiche, con l’oceano che aveva travolto quasi tutto. Qua e là spuntavano lembi di terra emersa; sperò che la zona che cercava non fosse stata sommersa, ma secondo i suoi calcoli doveva essere rimasta quasi indenne. Non aveva mai pregato in vita sua, e non avrebbe saputo da che parte cominciare. La sua fede era sempre stata nella scienza e nella razionalità, a parte il raffinato intuito che aveva sempre posseduto. Ora era tutto affidato alla fortuna… All’insondabile. E l’idea le faceva tremare i polsi. La visibilità non era buona, pioveva e il vento era forte. “Sei pazza, Hera…” si disse, “finirai per ammazzarti precipitando”. “No”, sembrò risponderle un’altra parte di sé. Ce la doveva fare ad ogni costo. Doveva trovare Marin e… Aphrodia!
“Ammesso che siano ancora vivi…” mormorò fra sé. Aveva ripensato a quando aveva sottoposto i due giovani allo scanner encefalico. C’era un’immagine in particolare, che ricordava, perché era comparsa sia nell’inconscio di Marin che di Aphrodia: un ripido e alto promontorio sull’oceano, in punta al quale si ergeva un faro. Dal momento che S1 e la Terra erano lo stesso pianeta, aveva velocemente cercato nel computer del suo laboratorio i dati dello scanner, per ricostruire quell’immagine e sottoporla all’analisi di un software per la mappatura geografica. Aveva chiuso gli occhi finché non aveva sentito il suono che annunciava il termine del processo, sperando di non ritrovarsi con le coordinate di un luogo dalla parte opposta del pianeta. La fortuna però era dalla sua parte. C’era un margine di incertezza non indifferente, ma il posto indicato non era impossibile da raggiungere. Aumentò la velocità, con il cuore che le batteva all’impazzata. Dopo oltre un’ora di sorvolo senza risultato, temeva che persino il radar, il GPS e i segnalatori fossero impazziti, in mezzo a quell’inferno. Poi la pioggia diminuì di intensità, e finalmente lo intravide all’improvviso, fra la coltre di nubi e la foschia: il livello delle acque si era alzato a dismisura, le alte onde si infrangevano violente contro la roccia, arrivando a lambirne la base; la lanterna era spenta e il riflettore danneggiato, ma il vecchio faro era ancora lì. Lottando contro il vento, cercò uno spiazzo dove poter atterrare in sicurezza.
Dopo pochi minuti arrivò davanti alla costruzione. Si fece coraggio, estrasse la pistola laser e si avvicinò. Costeggiò i depositi e i magazzini del combustibile, vuoti e con i portoni sfondati e divelti, fino a trovare il portone che cercava, quello dell’abitazione del guardiano, anch’esso aperto. “C’è qualcuno?”, chiese quasi urlando per sovrastare il ruggito delle onde e farsi sentire, ma non ebbe risposta. Tirò fuori dalla tasca la torcia, che aveva preso dalla dotazione dell’elicottero, e si addentrò all’interno. “Marin! Aphrodia! Siete qui? Sono Hera! Se ci siete uscite, vi prego! Sono qui da sola!” Di nuovo nessuna risposta, solo il rumore del mare. La casa era stata saccheggiata, come il resto della struttura; i viveri, il combustibile, e tutto ciò che poteva essere utile era stato portato via. “Davvero ti illudevi di trovarli così facilmente, stupida?”, si disse nello sconforto. Stava per voltarsi e andarsene quando sentì la porta sbattere all’improvviso. Il respiro le si mozzò in gola. Si girò, trovandosi la canna di un fucile puntata contro.





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