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IL RISVEGLIO DELLA SPERANZA

  • Immagine del redattore: Alberto Schiavone
    Alberto Schiavone
  • 8 mag 2024
  • Tempo di lettura: 8 min



 

Cap. 2

 

 

Hera alzò istintivamente le mani, allontanando il dito dal grilletto. Davanti a lei, una donna reggeva un fucile laser, puntandoglielo contro. Indossava una tuta scura da combattimento, anfibi e un berretto nero con un piccolo teschio rosso; i capelli che spuntavano indisciplinati erano ricci e di colore viola. Non le sembrò appartenere all’esercito nemico, o almeno non ne indossava la divisa, ma chi poteva dirlo con sicurezza? Non c’era più nulla di certo ormai, in quel mondo in rovina. Gli occhi scuri la scrutavano arcigni e sospettosi. “Chi sei? Perché cerchi la Gran Comandante dell’Armata Aldebaran?”. La Queenstein sgranò gli occhi sorpresa. “Conosci Aphrodia?”. L’altra non rispose, continuando ad osservarla con le ciglia aggrottate, come se volesse leggerle nel pensiero. Non sapeva se fidarsi, era chiaro. Decise di fare il primo passo, accettando il rischio. Lentamente le porse la pistola, tenendola sul palmo aperto. La donna allungò lentamente la mano per prenderla. “Mi chiamo Hera Queenstein, e sono una scienziata della squadra Blue Fixer. Sono venuta da sola, puoi trovare il mio elicottero poco distante da qui, nel prato verso la collina. Se sei dell’armata Aldebaran, puoi uccidermi. Nessuno sa che sono qui”. La donna abbassò il fucile. Hera sospirò sollevata e abbassò le mani, ma restò guardinga. “Sì, ho sentito il rumore del tuo elicottero. Ti ho osservata mentre ti avvicinavi. Ho capito subito che non eri un militare. Sei troppo raffinata, si vede lontano un miglio…” sogghignò divertita. “Il mio nome è Leya”. Ora era il suo turno di svelarsi. “Ero nell’armata Aldebaran, è vero, ma ho sempre fatto parte della Resistenza Interna, un gruppo di dissidenti che non approvava l’invasione della Terra; siamo stati costretti a vivere nell’ombra, nel timore di essere sterminati.” Proprio come le aveva raccontato Karos, pensò Hera. “Aphrodia aveva istituito la pena di morte”, continuò Leya, “la odiavano tutti profondamente. Ma io conoscevo la verità…” si interruppe bruscamente, forse temendo di stare rivelando troppo. “Ma non mi hai ancora detto perché la stai cercando”. “Te lo dirò, ma prima ho bisogno di farti una domanda, per capire quanto possa fidarmi di te: conoscevi un certo Colonnello Karos?”. Stavolta fu Leya a sgranare gli occhi per la sorpresa. Si riscosse subito: “Vieni, puoi fidarti”. Vedendo che l’altra non si muoveva, ancora sospettosa, le restituì la pistola: “Tieni, come vedi io ho deciso di fidarmi di te”. Le fece cenno di seguirla. “Andiamo via da qui”. Hera annuì. Uscirono dagli appartamenti del guardiano ed entrarono nei magazzini del combustibile. Leya si infilò dietro ad una delle enormi cisterne, seguita dalla Queenstein. Aprì uno sportello a tenuta stagna situato nella base, invisibile se non da quello spazio così angusto, e si introdussero in quello che si rivelò essere un doppio fondo della cisterna stessa. All’interno vi era una botola, con una scaletta che conduceva nel sottosuolo. Scesero, e si ritrovarono in un rifugio sotterraneo. Alcuni corridoi si ramificavano dall’ambiente che costituiva l’ingresso. “Benvenuta in una delle tane della Resistenza Interna”, disse cerimoniosamente Leya, togliendosi il berretto e liberando i ricci ribelli. Appoggiò il fucile al muro, con il berretto appeso alla canna, e condusse Hera in una stanza ampia, arredata in modo spartano: un paio di divani, un tavolo, sedie, dei vecchi mobili con provviste, bevande e un angolo attrezzato a piccola cucina. La stanza attigua era adibita a sala radio, ma vi erano anche diversi contatori Geiger e rilevatori di radiazioni. Leya aprì l’anta di una delle dispense e tirò fuori due bicchieri e una bottiglia. “Siediti, beviamoci un goccio. Un po’ di vino migliora sempre le conversazioni…”. La Queenstein si accomodò al tavolo. Quella donna iniziava a starle simpatica, e il suo intuito le diceva che poteva fidarsi. Leya si sedette a cavalcioni della sedia, di fronte a lei, e versò il vino. Allungò un calice verso Hera. “Perdona i miei modi un po’ rozzi, purtroppo nelle accademie militari non sfornano damigelle. Allora, perché stai cercando Aphrodia? E com’è che conosci Karos?”.

Hera bevve un sorso di vino, poi iniziò a raccontarle dell’ufficiale:le disse di come lo avevano trovato, morente, all’esterno del rifugio dell’Unione Mondiale, ma non rivelò interamente ciò che lui le aveva confidato. Mancavano ancora troppe tessere, in quel puzzle che si stava appena delineando. Dagli occhi di Leya sfuggì una lacrima, quando seppe che Karos era morto. “Era tra i leader ribelli rimasti nella fortezza, per compiere un estremo tentativo di salvare i civili ibernati. Altri gruppi, tra cui il mio, erano fuggiti nel caos che era seguito alla presa del potere da parte di Neglos. Dovevamo preparare il terreno per la fuga dei civili e dei dissidenti, che volevano restare sulla Terra. In pochi giorni abbiamo cercato e preparato rifugi come questo. Ma è stato inutile. Reika e Amos, i miei compagni, hanno tentato di tornare sulla Argor dopo che è precipitata in mare, per cercare eventuali superstiti, e non sono più rientrati. Non conosco la loro sorte. Ora sono sola, in questo bunker”. Si asciugò la guancia. “Karos era un ottimo ufficiale, onesto e generoso. Gli infami come Gattler e i suoi seguaci non potevano tollerare quelli come lui, che erano sempre stati a favore della collaborazione tra esercito e scienziatiper cercare di salvare il pianeta dalle radiazioni. Quando quel maledetto prese il potere, fu la fine delle speranze per S1. Credimi… Molta gente, civili come militari, non avrebbe voluto una guerra di conquista contro un altro pianeta. Ma la repressione fu feroce”. Hera ricordò quanto gli aveva raccontato Marin nei primi giorni alla base, quando era stato catturato. “Sì, so che fecero uccidere il Professor Reigan”. “Non solo”, continuò Leya, “lui era il direttore del Comitato Scientifico e fu il primo ad essere eliminato. Ma uccisero anche tutti i suoi collaboratori, distruggendo poi i laboratori, i prototipi e i macchinari che erano stati sviluppati, sostenendo che la scienza aveva fallito. Ma non era vero, il modo per ripulire l’atmosfera era stato trovato! E per cancellare la verità, distrussero anche l’archivio computerizzato in cui gli scienziati custodivano i progetti. Tutto andò perso…”, concluse con tristezza Leya.

“Forse non tutto…”, mormorò Hera. Leya la guardò sorpresa. Gli occhi verdi della scienziata erano fissi nei suoi, lo sguardo determinato e freddo. Ma non era una freddezza ostile; era uno sguardo che emanava carisma e autorevolezza. Capì perché Karos l’avesse cercata. “Forse non tutto…” ripeté Hera. È per questo chedevo trovare Aphrodia e Marin Reigan. Perdonami se non ti possorivelare tutto, è che sono ancora tremendamente confusa ma… forse c’è ancora una speranza, un modo per intervenire in questa dimensione spazio-temporale, e impedire che la Terra si trasformi completamente in S1”. Leya era rimasta senza parole, gli occhi pensierosi fissi sul bicchiere. Li sollevò per incontrare di nuovo quelli di Hera. “Io voglio aiutarti. Se davvero c’è una speranza, anche minima, puoi contare su di me. Però qui non ho mai visto né Aphrodia, né il figlio del professor Reigan. Perché sei venuta a cercarli proprio in questo posto? Cosa è successo? Voglio dire… Marin difendeva la Terra con voi Blue Fixer, mentre Aphrodia…Vuoi dirmi che, dopo essere stata destituita e dopo che Neglos ha tentato di ucciderla, lei è passata dalla vostra parte?”. “Beh, non proprio. Però…” La dottoressa Queenstein raccontò brevemente della cattura della donna, e della sua successiva fuga dopo avertrasmesso alle forze dell’Armata Aldebaran le coordinate sbagliate per salvare la base BFS. “Non so cosa sia successo dopo, so solo che Marin l’ha inseguita e non ha più fatto ritorno. Credo che fosse innamorato di lei già da molto tempo… e che anche Aphrodia si sia resa conto di provare qualcosa per lui. Le conseguenze le puoi immaginare. Odiati e bollati come traditori, con ambedue i fronti che li vorrebbero giustiziare, che destino potrebbero avere?”. “Capisco… Pensi che siano fuggiti insieme”, mormorò Leya. Poi ridacchiò ironica: “Finalmente si è svegliata, la principessina!”. Finì il suo vino in un unico sorso, sotto lo sguardo perplesso di Hera. “Ci sono parecchie cose che devi sapere su Aphrodia, per capire veramente chi è. Te le racconterò.Ora però dobbiamo trovarli, hai ragione”. Hera le spiegò perché pensava fossero al faro, ma era evidente che si fosse sbagliata. Si sentì di colpo come svuotata: se non erano lì, non aveva un’alternativa. Potevano essere davvero ovunque, o forse morti… Le speranze sembravano tramontare prima ancora di nascere.

“E invece secondo me hai ragione!”, proruppe Leya all’improvviso. Si guardarono. “Sono qui, ma… su S1!”. La Queenstein impallidì. “Ma certo! Sono fuggiti attraverso il corridoio inter-dimensionale! Come ho fatto a non pensarci! Però… io non ho mezzi per inseguirli nell’altra dimensione…”. “Io sì!”, rispose Leya con un lampo negli occhi. “Andiamo!”, disse alzandosi, “ma prima…”. Entrò in sala radio e afferrò il trasmettitore collegato ad un apparecchio vecchio modello, che sembrava quasi d’epoca. “Iris chiama Rosa. Ripeto, Iris chiama Rosa. Codice 332 punto 7. Se mi senti, resta in posizione, passo e chiudo”. Si voltò verso Hera e le fece cenno di seguirla; tornarono velocemente nella sala d’ingresso, dove Leya recuperò il fucile e il berretto. Risalirono la scaletta attraverso il doppio fondo della cisterna e furono fuori. “Prendiamo il tuo elicottero, lo nasconderemo nel nostro hangar segreto”. Corsero verso lo spiazzo e salirono a bordo; dopo pochi minuti decollarono. Leya mostrò a Hera la direzione: “Costeggia la scogliera verso nord, ad un certo punto vedrai una rientranza; sembra una semplice insenatura ma è l’ingresso di un piccolo fiordo, abbastanza largo per passarci con una navicella da combattimento. O con un piccolo elicottero…”. Hera la guardò esitante. “Beh, questo non è propriamente… piccolo”. Leya sorrise: “No, non proprio… Ma ci passerà, vedrai…”. Hera sospirò. Raggiunsero il passaggio, e la Queenstein effettuò una stretta virata per infilarsi fra le pareti del fiordo. Trattenne il respiro, manovrando i comandi con la massima attenzione. Le sembrava che i rotori potessero urtare da un momento all’altro contro le rocce, ma dopo pochi minuti che le sembrarono un’eternità raggiunsero il punto in cui l’insenatura si allargava, e vide la piattaforma di atterraggio. Si rilassò, e ringraziò mentalmente il sistema di controllo digitale, che permetteva a quell’elicottero di mantenere un assetto e una stabilità impensabili per altri mezzi. Scesero in fretta e si trasferirono a bordo della navicella di Leya; si trattava di una delle migliaia di piccole navi che costituivano la flotta da combattimento dell’Armata Aldebaran. I ribelli si erano impadroniti di alcune di esse durante la fuga dalla Argor. Come tutti i mezzi spaziali di S1, poteva effettuare viaggi inter-dimensionali e muoversi velocemente nello spazio-tempo.

Non appena decollarono, Hera chiese a Leya chi avesse contattato via radio prima di lasciare il bunker della Resistenza. “Era un messaggio in codice per Aphrodia, nel caso lo ascoltasse… anche se dubito che accada, su quelle frequenze”. “Cosa?”, replicò Hera allarmata. “Ma così potrebbe fuggire. A che gioco stai giocando?”. “Calmati, non è come pensi. Al contrario, voglio farle capire che non ha nulla da temere. Devi sapere che io, Aphrodia e mio fratello Rhaalf (1) eravamo compagni di corso alla Scuola Ufficiali su S1. Lei era già succube di Gattler, desiderosa di emergere per compiacerlo e divenire il perfetto soldato che eglidesiderava. Anni prima, quando lei e il fratello Miran erano ancora bambini, il loro padre era Comandante Supremo delle forze armate. Gattler lo fece assassinare per prenderne il posto, e nell’incidente che aveva fatto inscenare morì anche la moglie. Successivamente Aphrodia e Miran vennero adottati proprio da Gattler, che voleva dimostrarsi generoso e allontanare i sospetti”. Hera ascoltava con attenzione, ripensando a quando aveva sottoposto Aphrodia allo scanner encefalico; cercava di collegare alcune delle immagini che erano emerse dall’inconscio della donna con quanto le stava raccontando Leya. E iniziava acomprendere molte cose. Quanta sofferenza doveva aver attraversato… Avrebbe fatto scelte diverse, se non fosse stata vittima di una simile violenza psicologica? Leya continuò: “Miofratello, innamorato di lei, aveva provato più volte a raccontarle la verità, ma Aphrodia non lo ha mai ascoltato. Lui è morto dopo aver tentato di uccidere Gattler, eliminato dagli stessi mandanti di quell’attentato, che avevano sfruttato la rete della resistenza per i loro sporchi giochi di potere. Anch’io avevo più volte cercato di far capire ad Aphrodia che quel mostro l’aveva plagiata, ma senza successo; nonostante quello che è diventata e i crimini di cui si è macchiata, non sono mai riuscita a odiarla. Non oso pensare a ciò che potrebbe aver subito, in una vita con quell’essere spregevole. In accademia era spesso sola e isolata, a parte quando si partecipava alle esercitazioni di gruppo o generali; io facevo quasi sempre squadra con lei. Non si confidava molto, non potrei certo dire che fossimo amiche, ma aveva capito che non le ero ostile”.

Superarono il corridoio spazio-temporale e si ritrovarono su S1. Hera non poté trattenere un gemito di angoscia, vedendo la desolazione che regnava sul pianeta e immaginando quanto l’atmosfera e le acque dell’oceano dovessero essere cariche di radiazioni. Stava contemplando il futuro della Terra. Trattenne a stento le lacrime. “Coraggio!”, la spronò Leya, intuendone i sentimenti. Avvistarono il promontorio con il faro e la navicella atterrò poco distante. “Forza! Indossiamo le tute protettive e andiamo”.

 

 

 

 

 

(1) Vedi episodio 25 della serie, “Il complotto”

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