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IL RISVEGLIO DELLA SPERANZA Cap. 3 ** Ultimi giorni di guerra **

  • Immagine del redattore: Alberto Schiavone
    Alberto Schiavone
  • 28 mag 2024
  • Tempo di lettura: 10 min


 

Cap. 3

 

 

Ultimi giorni di guerra

 

Aphrodia era svenuta e sotto shock. Non era ferita, non nel corpo almeno. Erano le ferite dell’anima a preoccupare Marin, quelle che non guariscono mai del tutto e che lasciano cicatrici indelebili, il cui dolore ritorna ciclicamente a manifestarsi nel profondo delcuore. La teneva stretta a sé mentre spingeva al massimo i motori del Pulser Burn attraverso il passaggio inter-dimensionale che li avrebbe riportati su S1. Si sforzava di respirare regolarmente, cercando di rallentare il battito impazzito che gli agitava il petto, ma la tempesta che sentiva dentro non accennava a calmarsi. Le immagini di quanto aveva appena vissuto vorticavano inarrestabili nella sua mente come i colori in un caleidoscopio, dandogli le vertigini. Aveva visto la navicella di Aphrodia cadere nell’oceano dopo essere stata colpita, e aveva creduto che lei fosse morta. In preda alla disperazione più devastante, dopo aver abbandonato la base e i suoi compagni si era precipitato a cercare Gattler per eliminarlo. Si stavano fronteggiando quando, all’improvviso, lei era ricomparsa. Erano rimasti entrambi impietriti, senza fiato davanti a quella visione. L’aveva guardata avvicinarsi a Gattler, che le aveva passato la pistola laser ordinandole di ucciderlo e vendicare così la morte del fratello. Quello che era accaduto dopo sarebbe rimasto impresso nella mente di Marin per sempre: Aphrodia non era riuscita a sparargli, ma aveva invece rivolto l’arma verso Gattler, facendo fuoco. Sconvolta dalla forza della sua stessa scelta, subito dopo aveva tentato di uccidersi, ma Marin si era lanciato su di lei deviando il colpo e l’aveva portata via da quell’incubo. La conferma che lei ricambiasse i suoi sentimenti lo aveva come accecato, cancellando in un attimo tutto ciò che lo circondava. Aphrodia adesso era con lui, ed era la sola cosa che contava. “Coraggio! Stiamo tornando a casa, sul nostro pianeta”.

Non si era accorto di una piccola navicella che l’aveva seguito da lontano, nella stessa galleria gravitazionale. Osservato il punto in cui il Pulser Burn era atterrato, nei pressi di un vecchio farosull’oceano, si era velocemente dileguata.

Il rifugio era rimasto come Marin lo ricordava; lo aveva realizzato suo padre, acquistando la proprietà di alcuni magazzini sotterraneiin disuso nelle vicinanze del faro sul promontorio, poco fuori dalla città in cui abitavano. Era il loro piccolo segreto, il luogo dove spesso si recavano a giocare quando Marin era bambino. Successivamente lo avevano trasformato in una casa-laboratorio, dopo che lui aveva iniziato a frequentare l’Accademia delle Scienze per seguire le orme del padre. Era allestito come un perfetto bunker antiatomico, con attrezzature scientifiche e scorte alimentari, e c’erano anche delle sofisticate serre adattive con un sistema di micro-condizionamento che permetteva la produzione di vegetali e ortaggi. La struttura era completata da un hangar comunicante. Su S1 esisteva una rete pubblica di rifugi federali,vere e proprie città sotterranee fatte realizzare dal governo, in cui la popolazione aveva vissuto al riparo dalle radiazioni che avevano devastato il pianeta; il Professor Reigan, come Direttore del Consiglio Scientifico, aveva un grande appartamento nel settore riservato alle autorità ministeriali, dove aveva vissuto con la famiglia, ma Marin non voleva correre rischi recandosi in quel luogo. Non tutta la popolazione aveva accettato di imbarcarsi sulla Argor e migrare verso un altro pianeta, alcune comunità erano ancora presenti nei vari bunker. E poi c’era il pericolo legato alle bande di criminali e contrabbandieri: dopo l’esodo di massa, la diffusione dell’illegalità era ulteriormente aumentata. Al momentoil vecchio rifugio era per loro la soluzione migliore, la zona era molto isolata e avrebbe garantito un nascondiglio sicuro per un po’ di tempo. Marin tolse i teli di protezione che ricoprivano i mobili,accese i generatori e il riscaldamento e sistemò il letto nella piccola camera, dove accese anche il caminetto a gas. Poi tornòall’hangar in cui aveva nascosto il Pulser Burn. Prese in braccioAphrodia, ancora priva di sensi, e la depose sul letto dove le tolse gli stivali e la coprì con il piumone. Si sentiva stanco ed esausto. Aprì l’armadio, in cui ricordava di avere tute e abiti sportivi, afferrò un paio di jeans e una felpa e li lasciò su una sedia. Si spogliò della divisa dei Blue Fixer e si gettò sotto la doccia, godendosi la rigenerante cascata di acqua fredda che lo aiutò a riprendersi. Si asciugò e indossò gli abiti puliti, abbandonandosi nel letto accanto ad Aphrodia. La strinse tra le braccia per scaldarla e si addormentò immediatamente.

Si svegliò solo quando la sentì muoversi. La vide aprirelentamente gli occhi, incontrando i suoi, ma lo sguardo apparivaspento, confuso, perso in un’altra realtà, come se non lo vedesse davvero. “Marin… perché mi hai salvata? Perché non mi hai lasciata morire? Non volevo essere salvata… da uno come te”. Fu come ricevere un pugno in pieno petto, il cuore stretto in una morsa. Cercò di farla tornare in sé. “Aphrodia guardami, ti prego… Perché mi dici ancora queste cose? È finita! Siamo su S1 adesso. È tutto finito, lo hai ucciso, quel mostro non potrà più farti alcun male!”. Lei aprì e richiuse le palpebre più volte, come risvegliandosi da un sonno ipnotico, poi scoppiò in un pianto a dirotto. Marin la abbracciò con tutta la forza che aveva. “Piangi! Sfogati amore mio, lascia uscire tutto il tuo dolore, vedrai che dopo ti sentirai meglio. Io sono qui con te, non ti lascerò mai”. “Perdonami, Marin…”, mormorò Aphrodia tra le lacrime, “sono stata così cieca… Io… non so come ho fatto a non rendermi conto… avevo paura dei miei stessi sentimenti. Tu… Sei tu quello che non dovrebbe… amare una come me…”. Le prese il volto fra le mani, costringendola a guardarlo. Le onde del mare si riflettevano nei loro occhi, tumultuose come nell’incontro fra due oceani. “E invece io ti amo, Aphrodia. Ti ho amata fin dalla prima volta in cui ti ho vista, ed è stato difficile anche per me affrontare questa realtà, ma non voglio più nasconderla. Non so cosa ci riserverà il futuro, forse nulla, ma… adesso mi importa solo di averti qui”. Aphrodia si abbandonò tra le sue braccia, il viso affondato sulla sua spalla, ancora scossa dai singhiozzi. Rimasero in silenzio finché le lacrime non si esaurirono. Ad un tratto lei riaprì gli occhi, mentre un ricordo riemergeva dalla sua mente.Guardò le fiamme del caminetto. “Marin… sai cosa mi fa venire in mente questo posto?”. “La notte in Siberia? Ci stavo pensando anch’io, sai?”. Quando Aphrodia sollevò il viso per guardarlo non piangeva più, ma il volto era ancora umido e gli occhi arrossati. Erano sempre stati in grado di leggere ognuno i pensieri dell’altro, come se le loro anime fossero legate da un filo invisibile. Leiaveva cercato ogni volta di soffocare quella sensazione, ma adesso… Adesso era finalmente libera. Si lasciò invadere da quei sentimenti che per troppo tempo aveva represso, e dal desiderio intenso di un gesto che in quella lontana notte aveva solo immaginato: allungò la mano ad accarezzargli il viso.

Marin chiuse gli occhi e lasciò che fosse lei a condurre il gioco, abbandonandosi a quel tocco incerto e timoroso. Per lui il tempo non aveva più alcun valore, esisteva solo l’infinito ed era sulla punta di quelle dita che si muovevano delicate lungo il profilo del suo volto. Quando gli sfiorarono la bocca, schiuse leggermente le labbra. Sentì le dita allontanarsi e scendere lungo il collo, e le labbra di Aphrodia posarsi all’improvviso, lievi, sulle sue. Con il cuore che sembrava voler scoppiare, rispose a quel bacio esitante e leggero con la stessa lentezza. Le bocche continuarono a esplorarsi, timide e ancora incredule davanti a quell’amore così a lungo nascosto che ora stava chiedendo, impaziente, di essere saziato. Furono le mani a rompere gli indugi per prime, a divenirepiù audaci. Marin avvertì quelle di Aphrodia muoversi fra i suoi capelli, ancora umidi dopo la doccia, per poi scendere e insinuarsi sotto la felpa, indugiando sul suo petto e poi verso l’addome, seguendo i contorni dei muscoli forti e definiti. La attirò sopra di sé, continuando a baciarla mentre le scostava i capelli dal viso, accarezzandole i seni, i fianchi e ogni curva di quel corpo perfetto e sensuale, che così tante volte aveva sognato di stringere. Era come se ciascuno dei due volesse imprimersi nella mente il corpo dell’altro attraverso il tocco delle mani e il calore di quellecarezze. Mentre si lasciava spogliare, Marin sentiva ogni singolo poro della sua pelle bruciare sotto il tocco vellutato delle dita di lei. Lentamente le sfilò il vestito, sfiorandole la curva della schiena mentre abbassava la cerniera. “Sei così bella… e ti amo così tanto…”. “Ti amo anch’io, Marin…”. Gli sembrò che il cuore si fermasse, insieme al respiro. “Dimmelo ancora, ti prego…”, la supplicò, “dimmelo ancora…”. “Ti amo! Ti amo, Marin! Ti amo da impazzire…”. Sentì una lacrima scenderle lungo la guancia mentre le labbra di Marin, ora irruenti e piene di desiderio, si impadronivano delle sue. Si amarono con una passione quasi furiosa, assetati l’uno dell’altra, come se l’unione dei loro corpi avesse il potere di restituire loro tutto il tempo che finora il destino gli aveva negato. Continuarono a fare l’amore per ore, per poi addormentarsi e risvegliarsi, e ricominciare ancora ad amarsi. Il passato giaceva ormai abbandonato, gettato ai piedi del letto insieme ai vestiti.

 

Una decina di giorni dopo

“E questa, da dove spunta?”, pensò Aphrodia divertita mentre riordinava alcune attrezzature scientifiche, notando la vecchia radio su una scrivania in un angolo del laboratorio. Era identica alle trasmittenti d’epoca che aveva usato anni prima durante le esercitazioni dell’Accademia Militare, quando si studiava la storia dei mezzi di comunicazione. I satelliti e le antenne che propagavano il segnale erano in parte ancora attivi, così come le frequenze di trasmissione, ma ormai si trattava di radio utilizzatesolo da pochissimi, eccentrici amatori. In ambito civile o militareerano state da tempo abbandonate, sostituite da impianti più moderni. Spinta dalla curiosità di controllare se funzionasse ancora, la accese e girò le manopole tra fischi, ronzii e interferenze, cercando di indovinare le rare bande di frequenza che potessero essere ancora in uso. La sintonizzò su quella che veniva usata ai tempi del suo corso per ufficiali e alzò il volume, ma si udivano solo fruscii. Stava per spegnerla quando sentì Marin chiamarla dall’hangar, che era accanto al laboratorio. Aphrodialasciò la radio sulla scrivania e lo raggiunse. Da diversi giorniMarin stava lavorando sul Pulser Burn, cercando di riparare i danni che aveva riportato quando erano atterrati su S1. “Finalmente ce l’ho fatta, ora è tutto a posto! Anche gli inversori di spinta sono di nuovo perfettamente funzionanti”, le annunciò soddisfatto saltando giù dal cockpit. I pantaloni cargo neri e la t-shirt grigia oversize non riuscivano a nascondere il fisico perfetto, tonico e muscoloso. I lunghi capelli erano leggermente spettinati e un sorriso allegro gli illuminava il viso. Era bellissimo. Ed era suo. Dopo una vita trascorsa nella negazione di ogni sentimento, Aphrodia faceva ancora fatica a credere che si potesse amare e desiderare così tanto un uomo. Gli gettò le braccia al collo e lo baciò, poi lo prese per mano attirandolo verso il laboratorio. “Ora però vieni un attimo di là. C’è una confusione tremenda, un sacco di scatole piene di attrezzature… ne ho trovata una con adattatori e partitori ottici ma non riesco a capire di quale microscopio siano parte”. “Confusione tremenda… Esagerata! La solita mania di voi militari per l’ordine…”. Lo fulminò con lo sguardo. “Fammi indovinare! La famosa storia che voi scienziati, nel vostro disordine, trovate tutto senza problemi?”. Improvvisamente il fruscio della radio attirò la loro attenzione. “Hai acceso quel vecchio catorcio?”, chiese Marin ridendo.

“Iris chiama Rosa. Ripeto, Iris chiama Rosa. Codice 332 punto 7. Se mi senti resta in posizione, passo e chiudo”.

Marin vide Aphrodia sbarrare gli occhi. “Leya…”. Pronunciò quel nome quasi in un sussurro, incredula. “Conosci chi sta trasmettendo?”, le chiese, improvvisamente allarmato. “Sì. E si sta rivolgendo a me”. “Cosa? A te?”. Iniziava a preoccuparsi, ma Aphrodia al contrario sembrava solo meravigliata. “Sì, è un codice di comunicazione per le esercitazioni che si svolgevano allaScuola Ufficiali, ai tempi in cui usavamo queste vecchie radio. Ogni squadra creava il proprio, e io e Leya eravamo quasi sempre nello stesso gruppo. Mi sta dicendo che… sa dove sono e mi sta raggiungendo, per una questione della massima importanza”. “Non possiamo fidarci! Li hai traditi e hai ucciso Gattler, vorranno eliminarti… dobbiamo andarcene immediatamente da qui!”. “No Marin, aspetta! Leya fa parte della Resistenza Interna”, lo trattenne Aphrodia, spiegandogli come nel tempo il dissenso verso Gattler e il suo piano di invasione della Terra fosse aumentato all’interno dell’Armata Aldebaran, coinvolgendo anche alti ufficiali fino a portare alla nascita di una fazione segreta di ribelli. “Io come Gran Comandante da una parte li ho combattuti, guidando la repressione, ma poi dall’altra… ho cercato di sviare l’attenzione dalle loro attività, concentrandola sulla guerra in corso, anche se non sempre mi era possibile”. Marin cominciava a capire. “Nel profondo del tuo cuore avevi compreso le loro ragioni. E in un certo senso, adesso sei dalla loro parte anche tu”. “Sì. E Leya lo aveva intuito. Sento di potermi fidare. Negli anni dell’accademia aveva spesso cercato di farmi capire quanto Gattler mi avesse…”. Le costava dolore dire quella parola, la voce si incrinò e cercò di trattenere le lacrime. “… Plagiata. E suo fratello Rhaalf mi ha raccontato la verità sulla morte dei miei genitori, uccisi da Gattler. Ma io… mi sono rifiutata di ascoltarli”. Marin la strinse fra le braccia. “Coraggio! Andiamo ad aspettarla, allora”. Le sorrise e la baciò dolcemente. Tornarono nel soggiorno, trasferendovi anche la radio per poter sentire eventuali altre comunicazioni, ma prepararono comunque le armi in caso di imprevisti. Continuarono a controllare i monitor della videosorveglianza esterna finché non videro una navicella atterrare poco lontano, sul promontorio. Dopo pochi minuti ne uscirono due figure coperte dalle tute anti radiazioni. Si guardarono intorno, incerte, per poi avviarsi in direzione del faro. Aphrodia, che nel frattempo aveva anche lei indossato la tuta ed era uscita all’esterno, le chiamò attirando la loro attenzione. Quando si voltarono fece loro cenno di avvicinarsi. Riconobbe subito i vistosi riccioli viola di Leya, che si notavano sotto il casco della tuta, ma non riuscì a identificare la donna che era con lei. Leya era stupita di vedere qualcuno andarle incontro. “Rose!” esclamò, chiamandola con il suo nome in inglese come ai tempi del corso per ufficiali. “Mi aspettavi… non mi dire che hai sentito la comunicazione radio! Non ci posso credere…”. “Sì… ma come ti è venuto in mente? È stato per puro caso, quella roba non la usa più nessuno”. Leya le fece l’occhiolino. “Beh, la Resistenza sì… Ma poi ti racconterò. Ora c’è ben altro in gioco”, disse tornando seria. Aphrodia guidò le due donne verso l’ingresso del bunker e attraverso il locale di decontaminazione. Riconobbe l’altra solo dopo che si liberò della tuta. Quando entrarono nel rifugio, Marin sgranò gli occhi dallo stupore. “Dottoressa Queenstein!”. Avrebbe voluto rivolgerle mille domande, ma era talmente sconcertato da non riuscire a parlare. Hera gli prese le mani tra le sue. “Marin! Sono così felice che tu stia bene…”. Senza la divisa dei Blue Fixer, con i cargo e la maglietta, appariva ancora più giovane di quanto già non fosse. Sorrise ad Aphrodia che era accanto a lui. Notò che indossava dei pantaloncini sportivi e una camicia annodata in vita; entrambi gli indumenti dovevano appartenere a Marin, perché le stavano vistosamente larghi. Sembravano due liceali. Solo il loro sguardo tradiva la sofferenza e il dolore che avevano affrontato, e la paura che il destino potesse già spegnere quel barlume di futuro che avevano iniziato a sognare.

“Ci sono molte cose che dobbiamo raccontarvi, a cominciare dalperché io e Leya siamo qui insieme e perché siamo venute a cercarvi. È qualcosa che riguarda i progetti di decontaminazione di S1 e il lavoro di tuo padre, Marin, ma coinvolge anche te Aphrodia”. “I progetti? Il lavoro di mio padre?”, ripeté Marin confuso, “ma… che senso ha? Ormai non esiste più nulla…”. “No, Marin, non è così”. Gli occhi della Queenstein si fissarono nei suoi. “Prima che l’archivio computerizzato del Comitato Scientifico venisse distrutto, qualcuno era riuscito a salvare e a nascondere una copia di quel lavoro. E forse sappiamo dov’è”.

Marin cercò la mano di Aphrodia e la strinse.

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