IL RISVEGLIO DELLA SPERANZA Cap. 7
- Alberto Schiavone
- 24 set 2024
- Tempo di lettura: 17 min

Il grande prato che si estendeva davanti al convento era avvoltodall’oscurità; i lampioni erano spenti, come tutta l’illuminazione esterna non necessaria, per risparmiare le scorte di energia. I rami degli alberi che lo circondavano si muovevano inquieti al soffio del vento, e nel cielo non si scorgevano stelle. Solo la luna emergeva a tratti dalla fitta coltre di nubi, gettando qualche fugace bagliore nel buio della notte. L’alta e folta vegetazione, ai lati dello spiazzo erboso, nascondeva perfettamente il Pulser Burn da sguardi indiscreti. Al centro del prato, nella penombra, la sagoma nera dell’elicottero appariva come uno strano animale addormentato.
L’istituto religioso era deserto e immerso nel silenzio. Tutti gli occupanti si erano trasferiti nel rifugio antiatomico, che si estendeva nel sottosuolo per un’area ampia quanto la costruzione in superficie. Nell’ala del bunker riservata all’orfanotrofio, soltanto la sottile lama di luce che filtrava da sotto la porta dell’ufficio della direttrice indicava la presenza di qualcuno ancora sveglio.
“È stato terribile, sembrava di essere in mezzo al diluvio universale, come se le pagine della Bibbia avessero preso vita all’improvviso davanti ai miei occhi. Mai mi sarei aspettata di vedere qualcosa di simile. La nostra salvezza è stata un vero miracolo. L’aereo che periodicamente portava i rifornimenti si trovava ancora sull’isola; avevano lasciato il carico nei magazzini dell’aeroporto ed erano in attesa della documentazione di volo per ripartire, quando è arrivato l’allarme. Le prime isole dell’arcipelago erano già state inondate, e la massa d’acqua si stava dirigendo verso di noi. A quella notizia i piloti, due brave persone che in un paio di occasioni erano stati ospiti nella nostra foresteria, hanno subito pensato ai bambini e insieme ad un addetto dell’aeroporto, con un furgoncino, sono corsi a prenderci per farci fuggire. L’aereo è decollato pochi minuti prima che lo tsunami spazzasse via l’isola. Non so se ci siano stati altri sopravvissuti…”.
Suor Amélie si interruppe, trattenendo a stento le lacrime, la voce rotta dall’emozione. Poi continuò: “State chiedendo molto, dottoressa Queenstein. Siamo ancora sconvolte da quello che abbiamo vissuto. Non sarà facile, adesso, ritrovarsi a ospitare e proteggere la donna che forse è stata in parte responsabile di tutto questo, e che una volta ha preso in ostaggio i nostri bambini (1). Ma confido in Dio, che ci ha insegnato il valore del perdono”. Lo sguardo colmo di dolore, ma anche di delicata fermezza, incontròquello di Hera, seduta davanti a lei. “E poi ho la massima fiducia in voi, dottoressa. Domani mattina spiegherò la situazione alle mieconsorelle, sono sicura che capiranno”.
Hera allungò le mani sulla scrivania fino a raggiungere quelle di suor Amélie, prendendole tra le sue e stringendole con affetto. “Vi ringrazio di cuore, sorella. Come vi dicevo, è una questione di vitale importanza e sarà solo per poco tempo, non temete. In questo momento sarebbe un azzardo portarla al rifugio dell’Unione Mondiale”. “Contate pure su di me”, rispose la suora alzandosi. “Ma ora raggiungiamo le vostre compagne e suor Carmen in cucina. Insisto perché mangiate qualcosa anche voi, prima di tornare alla base”.
Più tardi uscirono tutte insieme, per accompagnare Hera all’elicottero. Dalla cabina Leya prese la sacca con gli effetti personali e la sua spada. Lasciò la sacca più grande che conteneva i fucili, le pistole e altre armi che aveva portato via dal rifugio della Resistenza prima di abbandonare il faro. Le regole del convento non ammettevano la presenza di armi all’interno, ma la direttrice aveva accettato di fare una piccola eccezione per la spada, un’antica wakizashi (2) da sempre in possesso dellafamiglia di Leya e che suor Amélie si era offerta di tenere sotto chiave nell’armadio blindato del suo ufficio. “La valigia con leapparecchiature radio è già nella vostra camera, colonnello”. “Chiamatemi Leya, vi prego. E vi ringrazio infinitamente per quello che state facendo, sorella”.
Hera si rivolse alle compagne. “Parlerò con la squadra Blue Fixer e con i collaboratori più fidati, poi dovremo organizzarci in fretta per capire come muoverci”. “Io contatterò Amos”, rispose Leya. “Marin sarà sicuramente prigioniero sulla nave di Gattler, e lì abbiamo Ghost e altri infiltrati che potranno tenerci informate ed esserci di aiuto”. Aphrodia trattenne le lacrime. Hera le posò le mani sulle spalle. “Non lo uccideranno, non temere. È chiaro che Gattler vuole te. O entrambi, per vendicarsi. Potrebbe usare Marinper ricattarti e costringerti a uscire allo scoperto, ma in questomomento non possiamo ancora saperlo”. Poi, rivolgendosi anche a Leya, continuò. “Adesso riposatevi e rimettetevi in forze. Ci aspettano due battaglie: liberare Marin e recuperare i progetti di suo padre”.
Rivolse lo sguardo verso suor Carmen, che capì subito la sua muta richiesta. “Venite cara, è notte fonda ed è ora di riposare. Vi accompagno nella vostra stanza”. La religiosa circondò con un braccio le spalle di Aphrodia e con dolcezza la guidò dentro il rifugio, verso il dormitorio riservato agli ospiti. Non appena le due donne si furono allontanate, Hera espresse a Leya e a suor Amélie i suoi timori.
“Sono preoccupata per il suo stato d’animo, ha vissuto così tanti eventi scioccanti nel giro di poco tempo… a tratti sembra ritrovare dentro di sé coraggio e capacità di reagire, come al faro, per poi cedere di nuovo alla disperazione”. “Già…”, rispose Leya, “la capisco e non mi sorprende, con tutto quello che ha passato. Ma il peggio per lei deve ancora arrivare. Aphrodia dovrà fare i conti con i suoi demoni, e con i sensi di colpa, per molto tempo. Forse per sempre. Non le sarà facile venire a patti con sé stessa, con quello che è stata. E noi di tempo per aiutarla ne abbiamo ben poco, purtroppo. Ora però vai, devi riposare anche tu. Alla base ti saranno addosso con mille domande, non appena tornerai”.
Mentre erano in volo verso il convento, la dottoressa Queensteinaveva brevemente contattato il rifugio dell’Unione Mondiale su una frequenza criptata, per avvisare del suo prossimo rientro. Subito dopo aveva spento la radio di bordo. Per evitare che la rottafosse intercettata aveva volato a bassa quota, sfuggendo così ai radar, e anche il transponder era rimasto spento. La sua assenza era stata più lunga del previsto ed era consapevole che il pretesto a cui era ricorsa, la missione di rilevamento delle radiazioni, non era più credibile. Non per Jamie, Raita e Oliver, almeno. “Non so davvero come potranno reagire. Il coinvolgimento e l’aiuto di Aphrodia sono indispensabili per riuscire nel nostro intento, ma non so se riusciranno mai ad accettarlo”. “Credimi, non sarà facile neanche per me”, le confessò Leya. “La repressione e la pena di morte hanno fatto molte vittime fra i dissidenti. Con il proseguire della guerra la persecuzione è stata ridotta, ma il ricordo è ancora vivo. Mi aspetto il rifiuto a collaborare da parte di diversi compagni. Non si fideranno di lei, e l’odio nei suoi confronti è profondo. Ma noi dobbiamo comunque fare il possibile, Hera”. Si abbracciarono, poi Leya aprì il portellone dell’elicottero e aiutò Hera a salire.
Suor Amélie era rimasta in disparte, in silenzio. Non conosceva i dettagli di ciò che quelle donne si stavano preparando ad affrontare, ma iniziava ad intuirne le implicazioni e le difficoltà. E il fardello emotivo sulle loro spalle. “A presto dottoressa Queenstein, fate attenzione”. “A presto, sorella. E grazie!”.
Mentre Leya e suor Amélie si allontanavano per rientrare nel rifugio, Hera indossò il casco e i visori speciali ad amplificazione di luce per il volo notturno, e avviò i rotori. Pochi minuti dopol’Agusta Westland decollò, allontanandosi rapidamente e scomparendo nel buio.
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Raita era ancora addormentato, la testa nascosta sotto il cuscino e il corpo massiccio avviluppato nel lenzuolo, quando bussaronoalla porta. “Raita sei in camera? Accidenti a te, non dirmi che stai ancora dormendo!”. Non ricevendo risposta, i colpi si fecero più insistenti e forti, facendolo infine destare. Riconobbe la voce di Oliver che lo chiamava. “Arrivo, arrivo…”, borbottò scostando il cuscino e liberandosi dal groviglio del lenzuolo. Sbadigliò e si sgranchì le braccia, infine si alzò per andare ad aprire. “Che c’è, Oliver?”, chiese mentre spalancava la porta. “Sbrigati a vestirti, andiamo giù nei laboratori. È tornata la dottoressa Queenstein!”.
Pochi minuti dopo, i due si affrettavano verso il centro operativo dei Blue Fixer. “È rientrata che era notte fonda. Il tecnico di turnoall’hangar ha detto che a prima vista stava bene, anche se gli è apparsa molto provata; ha però notato che aveva la pistola laser sotto la giacca, e nell’elicottero c’era una grossa sacca piena di armi”. “Era armata?”. Raita faticava a credere a quanto gli stava raccontando Oliver. “E per quale motivo, in una missione di rilevamento dati?”. Oliver si bloccò improvvisamente, voltandosi verso l’amico. “Perché non era affatto una missione scientifica, Raita. Io continuo a pensare che il tutto abbia a che fare con quelsoldato ferito che era arrivato qui al rifugio”. “Beh, è inutile continuare a fare ipotesi. Parliamo con lei e vediamo cosa ci dice. Jamie dov’è?”. “È già al reparto ricerche, ci sta aspettando”.
“Eccovi, ragazzi”. Appena vide Oliver e Raita, Jamie lasciò la sua postazione e spense il computer. “Venite, la dottoressa Queensteinci aspetta nel suo laboratorio privato”. “Ti ha accennato qualcosa? Come ti è sembrata?”. “No, Oliver. Non mi ha detto nulla se non che ha bisogno di parlare con noi. Mi è sembrata la stessa di sempre, anche se… beh, ecco, in effetti il suo sguardo ha qualcosa di diverso. Ma è una sensazione, non saprei spiegartelo in modo razionale”. “Non perdiamo tempo, andiamo da lei. E poi magari dopo facciamo una bella merenda…”, disse Raita. Oliver scosse la testa, mentre Jamie rideva. “Nemmeno una catastrofe nucleare tismorza la fame, eh?”.
“Buongiorno, entrate”. Hera chiuse la porta del laboratorio e chiamò il personale in servizio all’ingresso del centro operativo, avvisando che non voleva essere disturbata. Non appena la donna posò il ricevitore, Oliver mise da parte ogni esitazione. “Dottoressa, che cosa è successo? Eravamo tutti in ansia. Aveva comunicato che si sarebbe assentata per effettuare delle misurazioni ma è stata via più del necessario, con transponder e segnalatori di posizione spenti, e senza alcun contatto radio con la base se non stanotte per avvisare del rientro. In pratica, una missione fantasma. Perché?”. “Avete ragione, e vi chiedo scusa se vi ho fatto preoccupare. Ma è stato tutto così improvviso, qualcosa a cui era quasi impossibile credere…”. “Ha a che fare con quell’ufficiale degli Aldebaran, vero?”. “Sì, è così”, confermò Hera invitando con un gesto i ragazzi ad accomodarsi nel salottino del suo ufficio, attiguo al laboratorio. Sul tavolo aveva fatto preparare dei thermos con tè e caffè, e un vassoio di biscotti. Strizzò l’occhio a Raita, sul cui volto si era aperto un sorriso grato mentre si versava una tazza di caffè e iniziava a sbocconcellare un biscotto. Oliver continuò: “Ha lasciato il rifugio subito dopo la morte di quell’uomo, in piena notte… Che cosa le ha detto? Chi era?”
La Queenstein fece scorrere lo sguardo, come a volerli accarezzare, sui volti di quei giovani a cui sentiva di volere un bene infinito, anche se spesso temeva di non riuscire a dimostrarlo. E pensò a chi in quel momento non era lì. Marin.
Poi iniziò a raccontare.
“Si chiamava Karos. Colonnello Karos Jagelhorn. Era l’Ufficiale di Collegamento fra l’Esercito e il Ministero delle Scienze di S1; seguiva i lavori del Comitato Scientifico allo scopo di organizzareil supporto logistico che l’Esercito avrebbe fornito alla realizzazione dei progetti, se il Consiglio Imperiale avesse deciso di proseguire sulla strada della ricerca per la decontaminazione dell’atmosfera. Apparteneva all’area moderata delle Forze Armate, che sosteneva la collaborazione con gli scienziati, e conosceva il professor Reigan di cui aveva grande stima. Karossospettava da tempo che Gattler e i suoi seguaci mirassero a rovesciare la monarchia e ad impadronirsi del potere, per poi abbandonare S1 e conquistare un nuovo pianeta. Era preoccupatoper la sorte degli scienziati e per il lavoro da loro svolto fino a quel momento, e i suoi timori divennero presto realtà con il colpo di stato. Cosa accadde in seguito, lo sappiamo.
Ciò di cui però siamo rimasti all’oscuro, e anche Marin perché a quel punto era già fuggito, è stata la nascita, tra le fila degli Aldebaran contrari all’invasione della Terra, di un movimento chiamato Resistenza Interna; dissidenti, di cui il Colonnello Jagelhorn divenne uno dei leader. Furono perseguitati, e molti di loro uccisi. Altri, come Karos, videro le loro famiglie prese in ostaggio per costringerli alla resa. Ma il movimento non scomparve, continuarono clandestinamente le loro attività di sabotaggio. Dopo la morte della moglie e delle figlie Karos si ribellò apertamente e venne imprigionato con l’accusa di tradimento. Riuscì ad evadere poco prima della battaglia finale e dello scontro tra la fortezza Argor e la nostra base BFS, ma lo inseguirono e venne ferito. Fu soccorso e aiutato a nascondersi da alcuni compagni della Resistenza e quando la Argor precipitò nell’oceano il gruppo tentò, purtroppo inutilmente, di salvare una parte delle capsule con i civili ibernati. Morti i suoi compagni, stremato dalla fatica e dalle ferite, a quel punto si gettò in mare usando un relitto come zattera di fortuna. È rimasto alla deriva per giorni, svenuto, finché le correnti non lo hanno portato a riva, ai piedi della collina su cui si trova questo bunker. Conosceva la posizione del rifugio dell’Unione Mondiale e quando è tornato in sé ha riconosciuto il luogo. Si è trascinato fin qui con le sue ultime forze e quando la ronda lo ha trovato ha chiesto di parlare con me.Mi ha raccontato la sua storia e ha confessato che pensava di morire in mare, e che doveva essere un segno del destino se invece era rimasto in vita e le onde lo avevano portato proprio qui, dove c’erano i più grandi scienziati terrestri. Con il poco fiato che ancora gli restava, mi ha parlato di una tenue fiamma di speranza - ha usato proprio queste parole - che non voleva lasciar morire con lui, e mi avrebbe rivelato dove trovarla…”.
“Accidenti, non credevo potesse esserci un simile dissenso internotra gli Aldebaran!”, esclamò Oliver sorpreso. “Sì, ma cosa significano quelle parole dottoressa?”, chiese Jamie. “Una… tenue fiamma di speranza, e dove trovarla…”, ripeté incredula.
Hera riprese il suo racconto. “Come vi dicevo, Karos temeva le intenzioni di Gattler, e sapeva che il lavoro del Professor Reiganrischiava di andare completamente perduto. Così, approfittando del suo ruolo che lo poneva fra i pochissimi ad avere accesso all’archivio informatico del Consiglio degli Scienziati, pochi giorni prima del golpe era riuscito a fare una copia di tutti i progetti presenti nel database, salvandoli su una scheda dati. Non si separò mai da quella scheda, conservandola nella speranza di poter un giorno vedere la fine della dittatura di Gattler e fare ritorno al suo pianeta. Sognava una nuova generazione di scienziati che potesse utilizzare quelle ricerche per ridare finalmente la vita a S1.
Quando fu imprigionato gli vennero requisiti i gradi e una piccola custodia. All’interno, oltre ad un tablet e a documenti di lavoro, c’erano le diverse schede dati che ogni giorno portava con sé; confusa tra loro, quella con la copia dei progetti. Secondo quanto previsto dal regolamento, gli averi sottratti ai detenuti al momento dell’arresto venivano conservati nella cassaforte del Tribunale Militare, presso gli Alti Comandi dell’Armata. Quella scheda dati si trova ancora lì. Sulla Argor”.
Nella stanza cadde un silenzio attonito, ma l’eco delle parole della dottoressa Queenstein era già un uragano nelle menti di Jamie, Oliver e Raita che ora sedevano immobili, immersi nei loro pensieri, schiacciati dal peso di quella rivelazione. Jamie cercò la mano di Oliver, stringendola. Scambiò un’occhiata con il compagno per poi cercare lo sguardo di Raita che era rimasto conla tazza fra le mani, il caffè ormai freddo e gli occhi sgranati. Vide riflesso nei loro occhi lo stesso pensiero che le aveva bloccato il respiro. Esisteva la possibilità di salvare la Terra, e impedire che si trasformasse in S1!
Oliver si alzò di scatto e si avvicinò alle finestre, osservando l’oceano scuro come se il suo sguardo volesse attraversare quell’immensa distesa d’acqua fino al punto in cui si trovava il relitto della fortezza nemica.
“Non sarà andata sulla Argor da sola a cercare la scheda, spero…”. “No, certo che no”, replicò Hera.
“E… E allora cosa aspettiamo?”, proruppe Raita, “Quella scheda potrebbe davvero cambiare tutto! Vi rendete conto? Andiamo a recuperarla!”. “Calma, non credere che sia una cosa così facile”, gli rispose Oliver, tornando a sedere accanto a Jamie e all’amico. “Oliver ha ragione, non possiamo agire d’istinto”, considerò Jamie. “E poi non dimentichiamo che stiamo parlando della scienza di S1, cioè una realtà molto più avanzata della nostra. Potremo mai davvero portare a compimento quei progetti, o costruire quei macchinari?”. “Già, e anche tentare il recupero sarebbe complicato. Ammesso che si riesca a trovare quella cassaforte, avrà una combinazione, un codice o delle chiavi speciali, no? Che noi non abbiamo. Bisognerà escogitare il modo di aprirla senza danneggiare il contenuto”, aggiunse Oliver. “Non vorrete rinunciare, voglio sperare!”, insistette Raita. Non voleva nemmeno credere a quella possibilità.
“Nessuno ha intenzione di rinunciare Raita, io meno che mai, credimi. Ma i ragionamenti di Jamie e Oliver sono giusti e sono quelli che io stessa ho fatto prima di lasciare la base. Ma voglio che arriviate a capire la cosa più importante: se vogliamo davvero salvare la Terra, dovremo essere pronti a fare ciò che mai avremmo immaginato, accanto a chi mai avremmo pensato di avere al nostro fianco. In parte lo abbiamo già fatto, in questa guerra, il Baldios ne è stata la prova. Ora si tratta di andare ancora oltre”.
I tre giovani erano catturati dalla scintilla di determinazione che vedevano brillare negli occhi di Hera, e i loro sguardi cercavano di scandagliare quelle enigmatiche iridi verdi per capire dove lei volesse condurli. Aveva ragione Jamie, rifletteva Oliver fra sé: la Hera Queenstein che era tornata da quella missione misteriosa e sedeva ora di fronte a loro non era la stessa donna che era partita. C’era in lei qualcosa di diverso. La scienziata autorevole, calma e saggia stava svelando un temperamento da condottiera intraprendente e risoluta, e li stava preparando ad una sfida che ancora non avevano compreso fino in fondo. Che cosa avrebbero dovuto fare? Accanto a chi?
“Dottoressa c’è dell’altro, vero? Non ha ancora rivelato dov’è andata quando ha lasciato la base. Perché non ci dice tutto?”.
“Marin!”, esclamò Jamie all’improvviso, afferrando Oliver per un braccio. Aveva capito! “Marin? Che cosa dici, Jamie! Che cosa c’entra Marin?”, chiese Raita. “È questo che sta cercando di farci capire! Siamo stati capaci di unire la tecnologia di S1 a quella terrestre creando il Baldios, e Marin è divenuto parte della nostra squadra. E abbiamo combattuto insieme!”. “Sì, ma che senso ha,adesso? Marin ha lasciato la base per inseguire Aphrodia quando lei è scappata e…”. Raita stava per dire che forse era morto, ma non ci riuscì. “… E non è più tornato”. Fu di nuovo Oliver a parlare: “Ha senso, Raita, perché Marin è uno scienziato, non dimentichiamolo, e aveva aiutato il padre nelle ricerchepartecipandovi attivamente. Se c’è qualcuno che conosce bene quei progetti, e che con l’aiuto della dottoressa Queenstein e degli altri scienziati della base potrebbe riuscire a renderli realtà è proprio lui. Ma… resta il fatto che ci ha abbandonati e non l’abbiamo mai più rivisto. Chissà dove sarà, ora…”, aggiunse senza nascondere il misto di tristezza e risentimento che provava.
Hera trattenne un gemito. Nonostante la razionalità le dicesse che Gattler non lo avrebbe ucciso, l’ansia per la sorte di Marin non la abbandonava un solo istante. Decise che era arrivato il momento di mettere Oliver, Raita e Jamie di fronte a tutta la verità. “Io so dov’è”.
“È … È ancora vivo?” Jamie sentì il cuore fare un balzo nel petto, ma si sforzò di controllare le emozioni.
“Dopo la morte di Karos, sono andata a cercare Marin. Marin e…Aphrodia. Perché sapevo che, se fossero rimasti vivi, li avrei trovati insieme”.
Al nome di Aphrodia, fu come se una ventata gelida avesse attraversato la stanza. Durante la breve prigionia della comandante nemica alla base BFS, il comportamento di Marin aveva fatto nascere molti sospetti su quali fossero i suoi sentimenti per lei. L’intuito di Hera, unito all’affetto che provava verso il ragazzo, leaveva fatto presto comprendere che doveva esserneprofondamente innamorato. Ma l’idea che quel sentimento potesse svelarsi agli occhi dei suoi compagni lo terrorizzava; non lo avrebbero mai accettato, e dopo la fuga dei due dalla base nessuno aveva più sfiorato l’argomento, come a voler evitare un tabù.
Ora le parole della dottoressa Queenstein stavano riaprendo la ferita, confermando l’esistenza di quell’amore. Le dispiaceva soprattutto per Jamie; sapeva quanto aveva amato Marin, e quanto aveva sofferto per il fatto di non essere ricambiata. Sapere che era vivo, ma soprattutto che aveva scelto di vivere la sua vita con Aphrodia doveva aver scatenato una tempesta di emozioni dell’animo della ragazza, e lei ne aveva notato lo sforzo per non far trapelare quello che stava provando. Sperò che il suo attuale rapporto con Oliver, benché nato da poco, fosse già abbastanza solido da poter resistere ai contraccolpi che gli eventi rischiavano di provocare.
Proseguì il suo racconto spiegando come aveva capito dove potessero trovarsi, e il suo arrivo al faro. “Ma Aphrodia e Marinnon erano lì. Credevo che la mia ricerca fosse stata inutile, quando ho incontrato chi mi ha aiutata. Si chiama Leya, e ha preso il posto di Karos alla guida dei dissidenti. È grazie a lei se ora sono qui. Viva. Leya ha capito che dovevano sì essere al faro, ma nella dimensione temporale di S1. Abbiamo preso la sua navicella e siamo andate a cercarli. Una volta lì, nel loro rifugio, mentre gli stavo raccontando dell’incontro con Karos e del suo segreto, è arrivata via radio una comunicazione dai compagni di Leya: avevano scoperto che Gattler era sopravvissuto, e stavapianificando la sua vendetta. Voleva catturare Aphrodia”.
Sui volti dei ragazzi apparve un’espressione sgomenta quando rivelò che Aphrodia aveva sparato al dittatore. Raccontò quindi l’arrivo delle truppe degli Aldebaran e la fuga. Il resoconto dellasuccessiva battaglia fu per Hera la parte più complicata, interrotta di continuo dalle esclamazioni di incredulità e di angoscia dei ragazzi. Il momento peggiore fu però riportare l’epilogo degli scontri, con la cattura di Marin.
Jamie era scoppiata in lacrime, mentre Raita era improvvisamente ammutolito, i pugni chiusi a tradire l’angoscia e la tensione. “Mio Dio, chi avrebbe mai immaginato qualcosa di simile?”, sospirò Oliver. Il suo animo era fortemente turbato, agitato da sentimenti contrastanti: voleva bene a Marin ed era preoccupato per lui, ma non gli perdonava di aver abbandonato i Blue Fixer. Ancora di più, non gli perdonava di averli abbandonati per Aphrodia. “E ora lei dov’è?”.
“Ricordate l’orfanotrofio sull’isola di Reytch, dove era nascosto il terzo serbatoio di energia dell’esercito mondiale?”, chiese Hera.“Dopo lo scioglimento delle calotte polari l’isola è stata sommersa, ma avevo saputo che per fortuna le suore e i bambini erano stati condotti in salvo. Il Ministero degli Affari Religiosi ha assegnato loro un’ala indipendente del convento del Sacro Cuore, che si trova a una cinquantina di chilometri da qui. Suor Amélie e le sue consorelle hanno sempre collaborato con noi, e mi fido della loro discrezione. Aphrodia e Leya adesso sono lì”.
Mille pensieri vorticavano nella mente di Raita, ancora confuso. “Che cosa pensate di fare, Dottoressa Queenstein?”. “Leya, i suoi compagni e Aphrodia conoscono perfettamente la fortezza Argor. E la Resistenza ha una rete di spie e di informatori, alcuni molto vicini allo stesso Gattler. In un modo o nell’altro, con il loro aiuto troveremo quella scheda, e libereremo Marin”.
“No! A queste condizioni, io non ci sto! Collaborare con i dissidenti dell’Armata Aldebaran potrebbe essere accettabile, ma mai con quella donna!”, esclamò Oliver, livido in volto. Lasciò la mano di Jamie e si alzò in piedi, iniziando a camminare nervosamente per la stanza. “È una maledetta criminale di guerra, dovrebbe essere giustiziata per quello che ha fatto! Chi ci dice che possiamo davvero fidarci di lei? E adesso la stiamo perfinoproteggendo! Che cosa succederà quando l’Unione Mondiale scoprirà una cosa simile?”. “Anch’io trovo ripugnante l’idea di avere a che fare con quella… quella strega! Quanti sono morti, per colpa sua?”, aggiunse Raita. “Avete ragione, ma… non pensate a Marin? Davvero vorreste abbandonarlo e lasciare che Gattler lo uccida? E poi… recuperare il lavoro di suo padre sarebbe la salvezza della Terra e non possiamo ignorarlo”, mormorò Jamie, il volto ancora rigato dalle lacrime.
Hera si aspettava quelle reazioni. “Mi occuperò io dell’Unione Mondiale, parlerò al Presidente. E poi spiegherò tutto anche al resto del team Blue Fixer qui alla base, ma volevo che voi foste i primi a sapere. Capisco cosa provate, e vi dico fin da ora che nessuno sarà obbligato a collaborare, se non mantenendo la più assoluta segretezza. Non possiamo permettere che trapeli qualcosa, le reazioni sarebbero incontrollabili. Ora vi prego di prendervi del tempo per riflettere. Presto dovremo organizzarci e passare all’azione, e non ci sarà più spazio per i ripensamenti”.
Quelle parole così fredde e razionali le costavano un’immensa fatica, immaginando cosa si agitava in quell’istante nell’animo dei tre giovani, ma era una battaglia che Oliver, Jamie e Raita dovevano combattere con sé stessi.
Oliver fu il primo a dirigersi verso la porta. “Non la voglio nemmeno vedere, quella vipera. E non voglio il suo aiuto. Vieni Jamie, andiamo!”. La ragazza si alzò in silenzio, ancora sconvolta, raggiungendo il compagno. Uscirono dall’ufficio, seguiti da Raita.
*****
Campane. Possibile? Aphrodia aveva aperto le palpebre, sollevando la testa dal cuscino per identificare meglio quel suonoche riportava la sua memoria così indietro nel tempo, a quando era bambina. Una gita con i suoi genitori. Il padiglione delle giostre.Miran che la prendeva per mano con le piccole dita appiccicose di zucchero filato, mentre salivano sul brucomela. La strada versocasa al tramonto, la risata cristallina di sua madre e le campane di una chiesa che risuonavano in lontananza.
“Fa uno strano effetto, vero?”. La voce di Leya, emersa dal buio della stanza, la fece trasalire. Si voltò di scatto. Persa nei ricordi, non l’aveva sentita entrare. La sera prima, sfinita dalla stanchezza, doveva aver dimenticato di chiudere a chiave la porta della camera. “Mi ricorda quando da piccola osservavo mia nonna che eseguiva la cerimonia del tè. La sua casa da tè era vicino ad un tempio, e dal giardino si udivano i rintocchi delle campane”.
Aphrodia si era alzata, accendendo la piccola abat-jour sul comodino. Si stava vestendo, dando le spalle a Leya mentre la ascoltava, quando all’improvviso si sentì afferrare per la camicia e fu costretta a voltarsi. Il pugno la colpì violentemente in pieno viso, facendola ricadere sul letto. Senza darle tempo di reagire Leya le fu addosso in un attimo, immobilizzandola. “Ma che diavolo…”. Le parole le morirono in gola. Davanti ai suoi occhi sbarrati, le lame affilate di uno shuriken (3) brillavano alla debole luce della lampada.
NOTE
(1) Vedi ep. 28 della serie.
(2) La wakizashi, insieme alla katana, era una delle spade tradizionali dei samurai giapponesi. Leggermente più corta e più sottile della katana, e indicata per i combattimenti negli spazi chiusi, veniva portata infilata nella cintura, posizionata davanti al ventre.
(3) In giapponese con il termine shuriken vengono indicati i pugnali da lancio o i dardi, di diversi tipi e forme, anticamente utilizzati da samurai e ninja. I più noti sono quelli a forma di stella.





Caspita che suspence! Questa Fanfiction è davvero molto bella... Aspetto con ansia il capitolo successivo 😍