UN FUOCO E UNA COPERTA
- Alberto Schiavone
- 23 apr 2024
- Tempo di lettura: 7 min
Ciao a tutti, sono Catia, sono una fan di Baldios e, come immagino per tutti voi, quel finale mai scritto ha lasciato il segno. Ed è il motivo per cui ancora adesso, dopo 40 anni, sono qui a fantasticare sugli eventi di questo affascinante anime.
Questa mia prima fanfiction è liberamente ispirata alla notte in Siberia, raccontata nell'episodio 21 della serie, e a molto altro materiale inedito che il nostro mitico Alberto Schiavone ci ha fatto conoscere grazie al suo immenso lavoro. Un particolare, soprattutto, mi ha regalato l'ispirazione...
Sottoposta allo scanner encefalico, nel profondo della sua mente Aphrodia sente la voce di Marin che le
dichiara il suo amore. Ma da dove viene quel ricordo? È un sogno? Una proiezione del suo desiderio inconscio?
O forse…
UN FUOCO E UNA COPERTA

Il fuoco ardeva e scoppiettava vivace, illuminando di bagliori rossastri le pareti e la volta della caverna.
Aphrodia ne sentiva il calore sul viso, e si lasciò avvolgere dal profumo di resina che emanava dai ciocchi di
abete che bruciavano. Sedeva su una roccia, la schiena appoggiata alla parete e le lunghe gambe distese.
Teneva gli occhi chiusi, la quiete apparente del suo corpo a nascondere il tumulto della sua mente, che
soffiava più violento della tormenta di neve che stava imperversando fuori da quell’improvvisato rifugio,
nell’aspra e remota taiga siberiana. Qualche folata di vento gelido era penetrata fino all’interno della grotta,
facendola rabbrividire, ma ora percepiva solo il tepore del fuoco.
Marin era riuscito a chiudere in parte l’ingresso della cava, accatastando sassi e grossi cespugli spinosi che
aveva raccolto nelle vicinanze; avrebbero tenuto lontano eventuali animali e riparato almeno un po’ dalle
correnti d’aria, ma stava calando la notte e la temperatura sarebbe scesa ancora. Rischiavano di morire
assiderati.
Aphrodia avvertì i passi di Marin avvicinarsi e l’inquietudine crescere. Aveva la febbre e sentiva la ferita alla
spalla pulsare, ma non era quello a turbarla; era un soldato dalla tempra d’acciaio, abituata alla vita militare,
un po’ di febbre e una ferita non la impensierivano. Da qualche tempo però, qualcosa stava riemergendo
dalle profondità del suo essere, come quei fiumi sotterranei che scorrono sotto la sabbia dei deserti,
scavando inarrestabili la roccia, per poi sgorgare con violenza in superficie allagando le pianure. Erano
sensazioni e sentimenti che Aphrodia pensava di aver sepolto per sempre, e che invece avevano
silenziosamente corroso le catene con cui lei stessa aveva imprigionato il suo animo di donna, aprendo sottili
fessure in quella freddezza che da sempre costituiva la sua inviolabile trincea. E chi aveva provocato in lei
questo terremoto ora si trovava proprio lì, in quella grotta.
Marin si era seduto accanto a lei, scaldandosi al calore del fuoco. Aphrodia non era preparata a quella
vicinanza, continuava a tenere le palpebre chiuse per rallentare il vortice dei pensieri. Quando infine aprì gli
occhi, incontrando quelli di lui che la guardava, fu come tuffarsi nell’oceano e venire travolta dalle onde. I
riflessi del fuoco rendevano ancora più brillante il colore degli occhi di Marin, e lei distolse in fretta lo sguardo
da quel blu così profondo. Ripensò agli sguardi che ogni giorno si sentiva addosso, quelli ruvidi, torvi e lascivi
degli uomini del suo esercito. E poi… Da quanto tempo Gattler la guardava in quel modo? Scacciò
quell’immagine, che improvvisamente le diede i brividi. Lo sguardo di Marin era così pulito, limpido… “Come
ti senti? La ferita ti fa ancora male?”, le chiese.
Aphrodia esitò a rispondere, la sua mente riprese a vorticare impazzita. Finora lei e Marin si erano sempre
scontrati a distanza, le navi da guerra di Aldebaran contro il Baldios, ciascuno nel suo schieramento, protetto
dalla consapevolezza del proprio ruolo in quel conflitto e dal supporto degli alleati. Solo una volta si erano
ritrovati una di fronte all’altro, e Marin le aveva salvato la vita anziché lasciarla morire. Stava per precipitare
in un burrone, ma lui le aveva afferrato una mano e l’aveva aiutata a risalire. Al ricordo, le sembrò di sentire
ancora quella stretta forte e sicura e istintivamente, come per allontanare quella sensazione, mosse la mano
portandola alla spalla dolente. Marin interpretò quel gesto come una risposta affermativa alla sua domanda.
“Fammi vedere, bisogna rifare la medicazione e cambiare le bende”, le disse. “Non ti avvicinare!” gli gridò
Aphrodia, e con uno scatto felino afferrò la pistola laser, puntandogliela contro. Quel movimento improvviso
le provocò una fitta lancinante alla spalla ferita, e con un gemito di dolore lasciò cadere l’arma. Marin la
raccolse e la posò accanto a lei. “Aphrodia, ti prego… Ho ucciso tuo fratello e hai tutte le ragioni per odiarmi,
ma credimi se ti dico che non avrei voluto farlo. Non sono tuo nemico, se sto combattendo è solo per
difendere questo meraviglioso pianeta da chi lo vuole distruggere. I morti sono già stati troppi, in questa
guerra assurda…”, Marin abbassò lo sguardo. “E poi…”, aggiunse, “adesso dobbiamo collaborare, se vogliamo
sopravvivere. Lascia che ti aiuti…”. Aveva ragione, Aphrodia lo sapeva, ma la sua fredda razionalità stava
vacillando. Era stata addestrata a combattere con qualsiasi tipo di arma, a elaborare strategie, a prevedere
le difficoltà. In quel momento, però, si trovava su un terreno a lei sconosciuto, o dimenticato. Con lui che le
parlava con quella voce così calda… E non c’era nessuna strategia, per affrontare le sensazioni che provava
al tocco delle sue mani.
Marin aiutò Aphrodia a sfilarsi la felpa, poi delicatamente tolse le bende dalla ferita. Ripensava a quel
mattino, allo scontro a fuoco nell’accampamento dei soldati di S1; erano rimasti gli unici vivi, soli in
quell’immensa distesa di ghiaccio e neve, costretti ad allearsi per sopravvivere. Proprio lui l’aveva colpita,
ferendola di striscio ad una spalla, e l’aveva riconosciuta solo quando, caduta a terra svenuta, i suoi lunghi
capelli del colore dello smeraldo erano sfuggiti alla stretta del cappuccio che le ricopriva il capo. L’aveva presa
in braccio e portata in una delle tende del campo dove, come incantato, era rimasto qualche secondo a
guardare il suo viso, prima di tornare in sé e cercare la cassetta del pronto soccorso per curarla. Fin dalla
prima volta che l’aveva vista era rimasto colpito da quella bellezza abbagliante, che l’uniforme non riusciva a
nascondere ma solo a rendere più altera e irraggiungibile. Nonostante gli avvenimenti che da lì a poco
avrebbero sconvolto le loro vite, e nonostante Aphrodia incarnasse ogni aspetto di quel mondo militare che
Marin aveva sempre disprezzato, lui non era mai riuscito a odiarla davvero. Nello sguardo di lei, all’apparenza
sempre fiero e duro, aveva colto una fragilità nascosta, un dolore profondo, un oscuro abisso di cui non
comprendeva ancora la natura. Mentre la reggeva tra le braccia, ferita e fragile, capì che nel suo cuore non
ci sarebbe mai stato spazio per nessun’altra donna. Aveva esitato prima di toglierle la felpa, le sembrava di
violare la sacralità di una dea. Dopo averle curato la ferita l’aveva lasciata, ancora svenuta, a riposare. E poi
erano arrivati quei terribili, enormi lupi che avevano circondato l’accampamento. Per liberarsene, avevano
dovuto far saltare in aria la tenda; per proteggersi dallo scoppio e dai detriti si erano riparati in una buca,
sotto una coperta. Vicinissimi, con i volti che quasi si sfioravano, Marin aveva sentito la mano di lei sulla sua
mentre tiravano la coperta sulle loro teste. Per un istante si erano guardati negli occhi, spaventati forse più
da quel contatto e dall’improvvisa vicinanza dei loro corpi, che dall’esplosione che pochi secondi dopo
avrebbe cancellato ogni traccia dell’accampamento.
Adesso, al riparo nella grotta, potevano contare solo sul calore del fuoco, su quella stessa coperta e su quella
stessa vicinanza, per sopravvivere al gelo della notte.
Le dita di Marin tremarono leggermente, mentre sfioravano ancora una volta quella pelle così liscia e
morbida. Esaminò la ferita e la disinfettò, avvolgendola poi con delle bende pulite. “Ora dobbiamo cercare di
dormire”, le disse, chiudendo la sacca con il materiale medico. Mentre lui si sdraiava nel giaciglio che aveva
sistemato vicino al fuoco, Aphrodia non si mosse. Marin ne comprendeva la ritrosia, ma era deciso a non
cedere. La sua sensibilità percepiva l’esistenza di un’altra Aphrodia, una donna diversa dalla spietata Gran
Comandante che tutti temevano. Avrebbe dato qualunque cosa per riuscire a scalfire quella corazza, e
portare l’altra lei a rivedere la luce. Insistette dolcemente: “Non puoi rimanere lì a morire di freddo, hai anche
la febbre. Lascia stare l’orgoglio, vieni qui o congelerai”, le disse sorridendo.
Aphrodia infine si arrese, spossata dal dolore e dalla stanchezza. Era stanca di combattere contro i suoi stessi
pensieri, voleva una tregua, almeno per quella notte. “Quando questa missione sarà finita tutto tornerà come
prima, lui sarà sempre il mio nemico, e prima o poi lo ucciderò”, si disse, cercando riparo dietro lo scudo dei
suoi propositi di vendetta. Si distese accanto a Marin sotto la coperta, lasciando che lui le cingesse le spalle
con un braccio, attirandola a sé. E di nuovo si sentì trascinare nel blu dell’oceano. Stavolta però non ci furono
onde di tempesta a travolgerla, ma solo le onde placide e calme della bonaccia dopo un temporale, che
stavano già cancellando quei pensieri di odio come fossero effimere scritte sulla sabbia. Abbandonò il capo
sulla spalla di Marin, sentendo i suoi morbidi capelli sfiorarle la guancia. Le sarebbe bastato alzare appena il
viso, per sfiorargli le labbra, e quella consapevolezza per un attimo le bloccò il respiro. Non si era accorta che
lui aveva aperto la parte superiore della tuta, e quando allungò la mano adagiandola sul suo petto non fu una
barriera di tessuto ad accogliere il suo palmo, ma il calore della pelle nuda, e il battito del cuore che sentì
sotto le dita. Fu come se all’improvviso tutto il mondo attorno a quella caverna scomparisse. Nel silenzio più
profondo e totale, c’era solo il lieve crepitio del fuoco. E il pulsare dei loro cuori. Avvolta dal calore del corpo
di lui, stretta fra sue braccia forti, si sentiva protetta e al sicuro; una sensazione che aveva dimenticato. Da
tanto, troppo tempo non si sentiva così bene. “Marin… se tu non avessi ucciso mio fratello, forse… chissà…”.
“Cosa…?”, le chiese lui. “Niente… Mi era solo venuta in mente un’idea un po’ folle…”. Chiuse gli occhi, vinta
dal sonno e dalla febbre. Udì Marin dirle qualcosa, ma lei si stava lentamente addormentando.
Marin sorrise, mentre sentiva il corpo sinuoso di Aphrodia sciogliersi e abbandonarsi contro il suo, la mano
di lei sul suo petto. Avrebbe voluto afferrarla, portarsela alle labbra e… Represse il desiderio e restò immobile,
nel timore di spezzare il fragile incantesimo di quel momento. Averla fra le braccia, sentire il suo respiro sulla
pelle era la sensazione più bella che avesse mai provato, e avrebbe voluto che quella notte non finisse mai.
Mentre la stringeva a sé e ne respirava il profumo, la sua mano indugiava lieve e furtiva fra i lunghi capelli di
seta, lasciando che le dita restassero imprigionate fra le ciocche. “Un giorno, quando la guerra sarà finita,
magari mi spiegherai questa tua idea un po’ folle… Sai, mi piace pensare che sia uguale alla mia…”, le sussurrò,
ma vide che si era già assopita. Mentre anche lui chiudeva le palpebre e si abbandonava al sonno, le labbra
vicinissime al viso di lei, le mormorò qualcosa in un soffio.
Un soffio così leggero che sembrò svanire tra le spirali di fumo che salivano dal fuoco, ma che affondò
nell’inconscio di Aphrodia come un’ancora nel fondale sabbioso del mare.
“Ti amo”.





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